LA FINE DI UN’ERA…PER I MASCHI BIANCHI

David Rothkopf

Cambiano i rapporti demografici, e con essi la definizione di privilegio.

Fonte: Foreign policy

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Il seguente articolo non è stato tradotto con l’intento di appoggiare ciò che scrive l’autore, ma piuttosto come articolo critico mettendo in evidenza un grave fattore, di cui nessuno sembra voler parlare e interessarsi.

L’uomo bianco ha fatto molta strada. Dall’ascesa della Grecia classica alla nascita degli imperi globali sorti in Occidente, è riuscito ad accentrare nelle proprie mani gran parte del mondo, o quantomeno ci ha provato. Un ruolo storico così imponente segue necessariamente decisioni compiute dal capoccia bianco di turno, assecondando null’altro che la propria volontà. Diversi fattori hanno contribuito a rendere il momento presente uno spartiacque nella storia globale. Innanzitutto, la crescita del cosiddetto mondo emergente, con particolare attenzione alle economie e alle società asiatiche. Laddove il pianeta ha sempre ospitato grandi civiltà non bianche, tali sistemi sociali sono sopravvissuti vivacchiando in un flusso e riflusso di importanza relativa. Oggi, invece, la crescita di queste società – segnatamente Cina e India – è di chiarezza cristallina, ed altrettanto lo è quella di altre grandi e floride culture medio-orientali e africane, grazie a riforme politico-economiche, a progressi scientifici e tecnologici, ed all’avvento del mondo interconnesso.

In più, millenni di repressione dei diritti delle donne si apprestano a terminare. Non in modo sufficientemente rapido, senz’altro, e non ovunque, ma in gran parte del mondo occidentale aree un tempo dominate dal potere maschile sono popolate da un numero di donne mai visto prima, e fortunatamente questo trend non mostra segni di un imminente cambiamento di verso. Ad ogni latitudine, inoltre, sempre più donne si accingono a mettere altre donne – comprese giovani e giovanissime – ad assumere ruoli di avanguardia nel campo delle tecnologie digitali. Per metterla semplice: sembra essere adesso opinione comune che nessuna società possa prosperare se non riesce a valorizzare al meglio le risorse intellettuali, economiche, creative, spirituali dell’intera sua popolazione.

Infine, grazie alla rivoluzione degli spostamenti occorsa nel secolo passato, flussi di rifugiati e migranti di ogni genere hanno modificato i rapporti demografici delle società e, fatte salve contestazioni ed altre situazioni di disagio, si sono dimostrati essenziali nel combattere determinati trend, quali l’invecchiamento, che hanno messo a repentaglio la sopravvivenza stessa di diverse società avanzate.

Diseguaglianze, ingiustizie e, per dirla francamente, un vero e proprio affaticamento delle energie sociali hanno condotto le popolazioni verso scelte differenti. Ancora, le medesime società che hanno procurato all’uomo bianco la sua massima influenza nel mondo – Europa e Stati Uniti – si trovano a condurre lotte cruciali al fine di mantenere intatta la stessa propria rilevanza globale. Le problematiche economiche picchiano duro su di esse, e le divisioni politiche costituiscono un innegabile ostacolo alla loro crescita e capacità di agire. Come la Storia ha insegnato, è assai complesso mantenere la vetta a tempo indeterminato.

Il risultato dei menzionati processi altro non può essere che un profondo cambiamento dello status quo stabilizzatosi nei passati millenni. Soltanto in Europa, l’afflusso di migranti e rifugiati sta già dando luogo a cambiamenti demografici irreversibili, producendo un esteso mescolarsi di culture diverse.

Per la metà di questo secolo, negli Stati Uniti, si prevede un cambiamento di maggioranza nel complesso della popolazione, maggioranza che, a detta dei demografi, diverrà non-bianca. Per allora, l’Europa avrà già accolto numeri massivi di immigrati dall’Africa e dal Medio-Oriente, così come dall’Asia, ed entro il 2050, si stima, toccherà ai maschi bianchi esser relegati nella categoria “altro” sui formulari dei censimenti.

Nei fatti, sarà l’idea stessa di “altro” a subire le maggiori variazioni di significato. Attualmente scottante argomento di dibattito, la diversità negativa è stata utilizzata come un utile stratagemma per spargere allarmismi sul conto di migranti, immigrati e rifugiati – un approccio, questo, naturalmente radicato nell’ignoranza e nell’intolleranza. (Gli attacchi al primo presidente nero degli Stati Uniti d’America hanno del resto avuto origini similari, e si sono mostrati egualmente riprovevoli.) Sia che la supposta minaccia sia associata all’Islam o all’estremismo, sia che faccia leva sulle competizioni economiche interne ad un dato Paese, la verità è che le paure che sono andate diffondendosi hanno soverchiato di molto la realtà dei fatti.

Uno psicoterapeuta che conoscevo, una volta ha detto che se una reazione è sproporzionata rispetto alla presunta causa che la provocherebbe, allora un pezzo dell’intera storia alla sua base è stato omesso. In questo caso, i politici che in Europa ed in America che senza tregua sputano bile nazionalista e rinfocolano le fiamme del furore xenofobo si appoggiano sul crescente, seppur inconscio, riconoscimento culturale del fatto che le lancette corrano per quella che un tempo è stata la classe etnica più privilegiata al mondo.

Ovviamente, la mobilità umana non deve essere combattuta, bensì accolta. Mentre l’appartenenza ad una determinata comunità si situa nel nostro DNA per ragioni legate alle unità sociali di sopravvivenza dei nostri più antichi antenati, la lunga storia della civilizzazione e del progresso si basa proprio sul mescolarsi e rimescolarsi delle suddette unità sociali.
Ci si presentano, dunque, due fondamentali lezioni da apprendere. La prima è che, stante il fatto che la civiltà ci appare oggi assai più sicura, felice, ricca, consapevole ed in salute di quanto sia mai stata, sembra che l’apporto della condivisione di idee, culture e valori sia stato completamente positivo. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, è la loro stessa storia a parlare: a partire dal XVIII secolo, nuovi gruppi hanno fatto il loro ingresso nel Paese, e sono stati fatti oggetto di resistenze e risentimenti – irlandesi, italiani, est-europei, ebrei, quello che si vuole. Nonostante ciò, con il tempo ogni gruppo ha saputo apportare grandi contributi agli Stati Uniti, un Paese divenuto sempre più forte ad ogni ondata di nuovo sangue e nuove idee.

La seconda lezione è che un’alternativa ad “altro” esiste, ed è “tutto”. Piuttosto che focalizzarci sulle nostre differenze come i nostri leader politici più meschini e pericolosi hanno fatto, i nuovi leader di questa nuova era sapranno distinguersi concentrandosi non soltanto sulla diversità sociale che rende grandi le Nazioni, ma ma sugli autentici e stupefacenti benefici della diversità che già vive all’interno di tutti noi.

Laddove nazionalisti, suprematisti bianchi, ed idioti assortiti che a orde li seguono hanno sparso semi di divisione sulla scia dei rinnovati flussi umani attraverso i confini, la tragica ironia consiste nel fatto che costoro, in pratica, hanno finito per abbracciare precisamente il medesimo tipo di intolleranza che costituisce il marchio di fabbrica dei loro nemici giurati.

Ciò di cui abbiamo bisogno sono invece uomini e donne disposti ad alzarsi ed a proclamare: “No, vi sbagliate. La diversità non è una minaccia, è la risposta.”

È stata infatti la diversità a rendere grande l’America ed ogni altra società multiculturale. Già, proprio così: neppure per un misero minuto dovremmo piangere la fine dell’era del maschio bianco, in quanto sussiste una speranza, un barlume di speranza almeno, che oltre le sue ceneri si approssimi finalmente la tanto attesa era del “tutto.”

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