PER UN APPROCCIO REALISTICO ALL’IMMIGRAZIONE

Edoardo Gagliardi

Quando si parla di immigrazione lo si fa in maniera errata. L’errore deriva sostanzialmente dall’approccio istintivo e sentimentale alla questione. Da un lato vi sono quelli che vorrebbero l’apertura di ogni confine, l’annullamento di ogni differenza, il meticciato mondiale. Dall’altro quelli che, credendo di opporsi ai primi, vorrebbero “sparare” sulle carrette del mare per fermare l’immigrazione. Inutile dire che entrambe le impostazioni sono sbagliate e controproducenti. Lo sono perché non puntano ad affrontare il problema nella sua totalità, al contrario si basano su una visione istintuale della questione.

Quello che si vuole proporre in questo capitolo è invece un approccio che chiameremo realistico all’immigrazione. In molti Paesi il nodo della questione non è solo come impedire l’arrivo in massa di milioni di allogeni, ma anche il modo in cui gestire la questione degli allogeni già presenti all’interno di quei Paesi. Dobbiamo immaginare che una comunità umana assomiglia in molti aspetti ad un organismo, un corpo che funziona in maniera armoniosa e con regole sue proprie. Che cosa accade quando all’interno di un organismo è presente un corpo estraneo? In molti casi l’organismo si ammala. Vi è dunque la necessità di ridurre e rimuovere la causa dello stato patologico.

Ora, i modi per raggiungere tale obiettivo sono sostanzialmente due: 1) l’eliminazione e 2) la segregazione. Non se ne vedono altri e, se ci sono, sono il frutto di proposte dettate da un modo sentimentale di risolvere la questione. Vediamo di analizzarli entrambi in maniera più dettagliata.

L’eliminazione di un corpo allogeno può avvenire in tre modalità: A) eliminazione attraverso la distruzione; B) eliminazione attraverso l’espulsione; C) eliminazione attraverso l’assimilazione.

A) Eliminazione attraverso la distruzione. Questo metodo prevede l’annichilimento totale del corpo estraneo, la storia dell’umanità ci mostra numerosi esempi di questo approccio. Si è detto sopra che la nostra analisi ha carattere realistico, per questo motivo l’eliminazione tramite distruzione non è una via praticabile, oltre ad essere moralmente deprecabile, non tanto per ragioni religiose, quanto per motivi legati ad un rispetto intrinseco della vita umana. Oltre a questo, la distruzione non può che portare ad altra distruzione, l’assoluto contrario dell’obiettivo che ci si vuole porre: la salvaguardia dell’organismo. La motivazione che deve muovere una risoluzione concreta del problema immigrazione deve essere la protezione e la salvaguardia della comunità umana, per tale motivo uno scontro frontale non porterebbe a nulla di positivo.

B) Eliminazione tramite espulsione. In questo caso il corpo estraneo viene rimosso spingendolo il più lontano possibile dall’organismo. Il risultato finale dell’espulsione dovrà essere quindi la riduzione a significativa minoranza di un corpo estraneo, oppure alla rimozione totale del corpo estraneo dall’organismo. Torneremo più avanti su questo punto.

C) Eliminazione tramite assimilazione. Questa modalità prevede che il corpo estraneo, nel tempo, si assimili all’organismo ospitante, in modo da attenuare tutte le differenze e rendere il corpo estraneo simile a quello che ospita.

Questo approccio è supportato da molti di coloro che si propongono di risolvere il problema immigrazione evitando le derive immigrazioniste. Le problematicità dell’assimilazione si trovano nel fatto che molti elementi allogeni non si assimilano, fanno finta di assimilarsi o si assimilano in maniera molto parziale. La storia è piena di esempi in cui popoli ospiti, spesso sotto costrizione, hanno ritenuto opportuno optare per l’assimilazione, salvo poi mantenere di nascosto i propri costumi e le proprie peculiarità. Si vede quindi che questa strada non è praticabile.

Per quanto concerne la segregazione, essa si divide in due modalità: A) segregazione senza riconoscimento; B) segregazione con riconoscimento.

A) La segregazione senza riconoscimento consiste nell’isolare un corpo estraneo in una parte ben definita dell’organismo ospitante, senza però né riconoscerlo né garantire dei diritti basilari. Qui si comprende benissimo come si possa presentare il problema delle continue frizioni violente tra l’organismo e gli allogeni. La vita nell’organismo principale diverrebbe quindi impossibile e metterebbe in pericolo entrambe le comunità, tanto quella nativa che quella ospite. L’idea che si possa segregare un corpo estraneo all’interno di un organismo e, ancora di più, tenerlo soggiogato, è una chimera. Allo stesso tempo si tratta di un dispendio di energie che l’organismo utilizza per tentare di controllare e stabilizzare il corpo estraneo.

B) La segregazione con riconoscimento. Si tratta di una forma soft della segregazione sopradescritta, in cui al corpo estraneo viene garantito un riconoscimento e certi diritti, tuttavia senza che questo possa venire in contatto con l’organismo ospitante. Gli Stati Uniti fino agli anni ’60 del XX secolo hanno sperimentato questa forma di segregazionismo, ma con scarsi risultati. Il segregazionismo è una forma di maquillage che può far apparire un corpo gradevole, ma non ne elimina i problemi all’interno. Nonostante il riconoscimento ed alcuni diritti, il segregazionismo implica comunque la permanenza del corpo estraneo all’interno di quello principale. Gli allogeni segregati tenderanno sempre a voler mutare la propria condizione, a cercare di allargare il territorio a loro disposizione, con conseguenti conflitti più o meno violenti. Fatta questa breve esposizione delle modalità con cui affrontare il problema dell’immigrazione, appare evidente che l’unica soluzione auspicabile e realistica sia quella dell’espulsione. Qui però conviene rispondere ad alcune obiezioni che possono essere mosse a questo approccio e che sono certamente legittime. Il corpo estraneo espulso potrebbe ritornare a minacciare l’esistenza dell’organismo. Questo è sicuramente vero, ma spetta all’organismo dotarsi degli anticorpi teorici e pratici per scoraggiare il ritorno del corpo estraneo. Se un estraneo vuole entrare nella nostra abitazione, la prima cosa da fare è chiudere la porta principale e poi le finestre. E se tutto questo non bastasse, si potrebbe invocare l’intervento di forze che sono preposte ad impedire che estranei entrino all’interno di un’abitazione. Vi è poi la questione dei costi: l’allogeno che prova a ritornare deve pagare per spostarsi dal luogo in cui si trova a quello in cui vuole rientrare. Più elevate sono le distanze più il viaggio costa. Ad un certo punto diviene sconveniente, quando non impossibile, spostarsi. L’espulsione poi permetterebbe al corpo estraneo di allocarsi in un’area geografica – e in una dimensione antropologica – in cui vivere la propria vita, sviluppare i propri costumi, senza l’eventualità di continue frizioni con l’organismo principale. Anche in questo caso la storia è “maestra di vita”. Numerosi sono stati i casi in cui un organismo ha espulso corpi estranei dal proprio interno con un certo successo. L’errore è stato quello però di reintegrare i corpi estranei dopo qualche tempo, vanificando tutto quello fatto in precedenza. L’espulsione non può essere una scelta temporanea, al contrario essa deve essere definitiva e poggiare su un punto cardine fondamentale: la salvezza dell’organismo come priorità esistenziale e identitaria. Inquadrata in questo modo l’espulsione ha una sua ragion d’essere metapolitica oltre che semplicemente politica. Altra obiezione all’espulsione è l’argomentazione secondo la quale il corpo estraneo potrebbe continuare ad influenzare negativamente l’organismo principale anche a distanza. In una società interconnessa come quella contemporanea, in cui le comunicazioni telematiche sono addirittura più importanti di quelle reali, questo problema esiste e non lo si può negare. Ma qui ancora una volta giova ricordare che spetta all’organismo di sviluppare quegli strumenti-anticorpi per evitare influenze destabilizzanti dall’esterno. Un organismo con forti e durevoli anticorpi non solo è in grado di prevenire le patologie, ma è altrettanto in grado di irrobustire la propria identità. L’espulsione risulta quindi come una delle modalità più realistiche per affrontare l’immigrazione e le questioni da essa sollevate. Lo vogliamo chiarire: l’immigrazione va affrontata in modo realistico e razionale, senza cedimenti a sentimentalismi che, tra l’altro, non sono che strumentalizzazioni che non hanno assolutamente a cuore né i locali né gli allogeni.

L’approccio che abbiamo definito realista permette quindi di inquadrare il problema senza cedimenti all’istinto; ci aiuta altresì a capire quale metodo può essere più efficace per garantire ad una comunità la propria sopravvivenza come organismo specifico. Qui però si pone un problema di natura anche politica: non possiamo aspettarci nessun passo in avanti, nessuna prospettiva realista all’immigrazione con i regimi liberali e progressisti al potere da un lato e le forze conservatrici e populiste dall’altro, che spesso fanno finta opposizione. Entrambi si dimostrano incapaci di affrontare il problema per varie ragioni, alcune delle quali sono:

  • Negazione del problema.
  • Sottovalutazione del problema.
  • Non volontà di affrontare il problema
  • Strumentalizzazione del problema

L’aspetto più perverso è senza dubbio la strumentalizzazione del problema immigrazione. Da una parte l’immigrazionista liberale e progressista ha una precisa agenda che è quella di cancellare qualsiasi identità di popolo, rimpiazzandola con un’indefinibile mescolanza utopistica; dall’altro i conservatori e populisti strumentalizzano il malcontento della gente proponendo soluzioni buone per le campagne elettorali, ma totalmente inapplicabili una volta giunti al governo. La questione è che, per gli uni e per gli altri, l’allogeno è uno strumento per realizzare i loro fini ideologici, elettorali e di potere politico-economico. Fino a quando l’approccio all’immigrazione sarà basato su questi presupposti, non vedremo mai una chiara e realistica soluzione. Se dagli immigrazionisti ovviamente non ci si può aspettare diversamente, quello che spiace è che anche da coloro che si dicono contrari all’immigrazione non si riesce ad andare oltre gli slogan e l’uso strumentale-propagandistico della questione.

Per questo motivo noi ribadiamo l’assoluta necessità che l’immigrazione sia inquadrata innanzitutto come problema e che poi sia analizzata in maniera realistica, proprio per evitare che venga risucchiata nel grande calderone politico-mediatico della strumentalizzazione. L’immigrazione è un problema “reale” che non può essere trattato con gli strumenti della retorica. Noi ci proponiamo di parlare senza cadere nel politically correct, bisogna iniziare a mettere sul tavolo i problemi e a guardarli in faccia.

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