LA VERA STORIA DI HAITI

Il massacro dei bianchi sotto il dominio nero.

Bredford Hanson

Fonte: National Vanguard

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Lo stato caraibico di Haiti costituisce un impressionante monito di quanto possa essere devastante la schiavitù. All’alba del 1804, un effetto combinato di tredici anni di sommosse, omicidi e terrorismo avevano distrutto la popolazione bianca di Haiti, insieme con l’intera produzione agricola e l’economia di quella che era stata un tempo la colonia più florida dell’intero emisfero occidentale.

L’isola, originariamente denominata San Domingo, era divenuta il centro delle manovre spagnole sotto Hernando Cortes. Gli spagnoli mantennero una modesta presenza nel settore orientale dell’isola, avamposto oggi noto come Repubblica Dominicana. Il settore occidentale dell’isola, invece, era stato occupato dalle compagnie mercantili francesi nel 1697 e rinominato Saint-Domingue; proprio qui, sul lato est, ebbe luogo la feroce guerra razziale di cui andiamo trattando.

I locali amerindi, soprannominati “canibales” dagli spagnoli a motivo delle loro usanze antropofaghe, erano stati ridotti ad una sostanziale insignificanza dalla forza militare della corona di Spagna, dalla schiavitù, e da numerose malattie aventi origine in Europa, rispetto alle quali il loro organismo non possedeva alcuna difesa immunitaria. Pertanto, i francesi non tardarono ad iniziare ad importare schiavi africani per garantirsi manodopera nella colonia.

Nel 1789, Saint-Domingue era la punta di diamante dell’intero impero coloniale francese. Il suo clima ideale ed il suo suolo naturalmente fertile donava più zucchero, caffè, cotone di tutte le altre colonie nord-americane sommate insieme. La produzione di zucchero di Saint-Domingue non solo soddisfaceva completamente il fabbisogno francese, ma addirittura quello di circa metà continente europeo.

La ricchezza di Saint-Domingue era leggendaria, ed al deflagrare della Rivoluzione Francese, circa 40000 bianchi risiedevano nella colonia. Ciononostante, anche 450000 schiavi neri si trovavano sull’isola, faticando nei campi per garantire la loro prodigiosa resa agricola, ed a questo computo va aggiunta anche la compresenza di circa 27000 mulatti. Questa enorme popolazione non-bianca, perlopiù composta da schiavi, rappresentò la bomba demografica che finì per distruggere la colonia bianca di Saint-Domingue.

La Rivoluzione Francese del 1789 fu la scintilla che incendiò le tensioni razziali che da tempo ribollivano sottotraccia nella colonia. Un decreto dell’Assemblea Nazionale, datato 15 maggio 1791, concesse il diritto di voto sia alla popolazione bianca dell’isola, che a quella mulatta.

I coloni bianchi immediatamente protestarono. Il governatore generale dell’isola Blanchelande – nome appropriatissimo il suo – inviò una missiva a Parigi, avvisando i suoi superiori che l’implementazione di tali nuove norme avrebbe portato ad una “spaventosa guerra civile”, e addirittura alla perdita della colonia.

L’Assemblea Nazionale ritirò pertanto il precedente decreto, e stabilì che sarebbe toccato ai coloni stessi decidere quale forma di governo sarebbe stata più adeguata per la realtà locale, date le peculiari circostanze. Quando la notizia circolò a Saint-Domingue, la tensione crebbe. La popolazione mulatta, in particolare, si infuriò al sapere che solo pochi mesi dopo aver ricevuto il diritto di voto, questo diritto veniva loro revocato.

Un forte gruppo di pressione avverso alla schiavitù, denominato Amis des Noirs (“amici dei neri”), vide la luce in Francia, e divenne sempre più potente nel corso della Rivoluzione. Tale gruppo abolizionista domandava a gran voce l’emancipazione e la totalità dei diritti politici per l’intera popolazione non-bianca di Saint-Domingue, nera e mulatta, e reagì con furioso sdegno al secondo decreto che sottraeva agli individui di razza mista il diritto di eleggere i propri rappresentanti.

Come risultato degli sforzi del gruppo, l’Assemblea Nazionale varò un terzo decreto, volto a restituire ai mulatti ed ai “neri liberi” – i neri sciolti da qualunque legame di schiavitù – la piena cittadinanza politica. Quando la notizia si diffuse a Saint-Domingue, la popolazione nera diede il via ad una violenta rivolta armata, che vide individui bianchi attaccati a vista, piantagioni bruciate e rase al suolo, e l’intera isola sprofondata nel caos. La popolazione mulatta inizialmente parteggiò per i bianchi, ma presto salì sul carro del vincitore, sottomettendosi al nuovo dominio nero.

Al termine della sommossa, l’intero numero dei bianchi ad Haiti – uomini, donne e bambini – era stato trucidato. Dopo aver sterminato i bianchi, la popolazione nera non tardò a riversare la propria ira sui propri alleati mulatti, ed anch’essi furono massacrati senza pietà.

Il caos assoluto regnò fino al 1802, quando un distaccamento di ventimila soldati francesi fu inviato da Napoleone Bonaparte a ripristinare l’ordine sull’isola. Le forze francesi, sotto il comando del cognato di Napoleone, generale Leclerc, schiacciarono poderosamente la ribellione. Gli insorti furono inseguiti in ogni anfratto dove tentarono di rifugiarsi, ed i principali loro leader furono costretti a giurare fedeltà al nuovo governo francese.

Quando la situazione sembrava ormai essersi stabilizzata, si verificarono però due eventi disastrosi. Il primo di essi fu la reintroduzione della schiavitù da parte del governo napoleonico, ed il secondo l’esplosione del contagio epidemico da febbre gialla a Saint-Domingue. La concreta possibilità di un imminente ritorno della schiavitù riattizzò le sommosse nere sull’isola. Nel frattempo, le già assottigliate schiere francesi venivano decimate dalla malattia, capace di uccidere fino a centosessanta soldati al giorno. Entro il mese di agosto del 1802, quattro quinti delle truppe francesi giunte in precedenza quello stesso anno erano già stati annientati dal contagio.

Napoleone si risolse ad inviare ad Haiti forze fresche per rinvigorire la privatissima guarnigione francese. I nuovi soldati – circa diecimila – si trovarono ad essere aggrediti dalla febbre gialla, ed i rivoltosi neri, perlopiù immuni al morbo, ne approfittarono per attaccarli su larga scala. La situazione sull’isola, pertanto, ne risultò una volta ancora deteriorata.

In breve tempo, il conflitto prese una piega ancora più odiosa. Le autorità francesi decisero che l’unico modo per porre fine ad una guerra razziale che perdurava già da dodici anni fosse quello di giustiziare in massa tutti gli abitanti neri di età superiore ai venti anni. La ragione di ciò risiedeva nel fatto che verosimilmente nessun adulto nero, reduce da oltre un decennio di assalti razziali contro i bianchi, si sarebbe docilmente rassegnato a tornare a lavorare nei campi. I francesi ritennero di applicare il medesimo metro di giudizio alle donne nere, dal momento che le femmine di quella razza avevano dato prova di una crudeltà persino più abietta nei confronti dei prigionieri bianchi rispetto ai loro uomini. Con energia spietata, le superstiti truppe francesi eseguirono i nuovi ordini, e numerosi individui di origine africana furono uccisi in una maniera tanto arbitraria, ed entrambi gli schieramenti si trovarono avvinti in una spirale di reciproche atrocità che pareva davvero destinata a non conoscere una fine.

L’eco delle recenti guerre napoleoniche non tardò a giungere fin sull’isola. La Francia si trovò coinvolta in una guerra marittima con l’Inghilterra, ed i possedimenti coloniali di Saint-Domingue finirono sotto attacco. La marina inglese circondò l’isola, tagliò i viveri alla guarnigione francese, e rifornì i rivoltosi neri di armi da fuoco e munizioni.

Il principale capo ribelle nero, Dessalines, lanciò un’elevata quantità di attacchi contro i francesi, sempre più isolati ed asserragliati in alcuni villaggi della costa. Dessalines conquistò in breve villaggio dopo villaggio, e si curò di sterminare metodicamente tutti i bianchi presi prigionieri. Il 10 novembre 1803, gli stremati francesi dichiararono la propria resa alla flotta inglese ancorata alla rada. Dei 50000 soldati francesi inviati sull’isola, soltanto poche migliaia riuscirono a far ritorno alla madrepatria.

Con la partenza dei francesi, il leader nero Dessalines poté istituire, liberamente e senza ostacoli, il proprio regno di terrore, e la sua furia si abbatté su ogni bianco che malauguratamente ancora si trovava sul territorio dello stato. Saint-Domingue fu ufficialmente rinominata Haiti nel mese di dicembre del 1803, e dichiarata indipendente. Il Paese divenne la seconda Nazione indipendente nell’emisfero occidentale (dopo gli Stati Uniti d’America), e la prima guidata da un governo nero in tutti i Caraibi.

Dopo aver eliminato i bianchi, i neri ed i mulatti si scagliarono gli uni contro gli altri in una nuova guerra razziale, e questi ultimi finirono per essere sterminati quasi completamente, con Dessalines che – nell’ottobre del 1804 – dichiarò la vittoria della propria gente e si proclamò “imperatore a vita” di Haiti.

Quello stesso anno, Dessalines domandò ai bianchi che avevano lasciato Haiti di farvi ritorno, affinché contribuissero al rilancio dell’economia. Un numero sorprendentemente alto di ex-coloni accettò l’offerta, ma quando costoro si resero presto conto di aver commesso un gravissimo errore, era ormai troppo tardi.

Nel 1805, infatti, la popolazione nera si sollevò nuovamente contro gli insediamenti bianchi. Dessalines non si mostrò in grado di controllare le folle, nonostante le promesse di aiuto fatte ai bianchi che aveva fatto tornare, e gli europei si trovarono ancora una volta oggetto di una spietata caccia all’uomo. In data 18 marzo 1805, l’ultimo bianco di Haiti fu infine ucciso.

Saint-Domingue, che sotto il dominio francese era una delle terre più ricche di tutti i Caraibi, è oggi un ammasso di macerie da terzo mondo, pervaso da povertà, anarchia e caos. Questo stato dell’arte appare ancora più significativo se si considera che lo stato indipendente di Haiti è di soli trentacinque anni più giovane degli Stati Uniti d’America.

Ciò emerge dunque come un colpo fatale per la teoria “ambientale” dello sviluppo – se il tempo ed il contesto fossero gli unici fattori in grado di influenzare un processo di civilizzazione, Haiti dovrebbe, in quanto a progresso, trovarsi teoricamente a rivaleggiare con gli Stati Uniti.

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