L’ISLAMIZZAZIONE DI OSLO

Bruce Bawer

Fonte: City Journal

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

A Groruddalen, vasto quartiere della capitale norvegese, i limiti del multiculturalismo sono messi a dura prova da una pesante immigrazione islamica.

Con una popolazione che supera le 600.000 unità, Oslo è divisa in due parti da Akerselva, un modesto ruscello che dalle montagne del nord scende sino al fiordo. La metà occidentale è di livello più elevato, caratterizzata da numerose residenze alla moda nei pressi del centro cittadino, e – più in là – da eleganti vicinati, colmi di belle case spaziose e giardini ampi e ben tenuti. La metà orientale è più sudicia: nella parte centrale si trovano aree che tanto ricordano l’East Village newyorchese, con bar e club stilosi, giovanili e pieni di graffiti, oltre ad un paio di zone ad alta densità musulmana, Tøyen e Grønland; ancora più ad est, invece, abbiamo Groruddalen.

Una grande, piatta, anonima valle (dal significa appunto ‘valle’ in norvegese), Groruddalen ospita più di un quarto della popolazione di Oslo. Immaginate San Fernando Valley, e ci sarete quasi. Per alcuni decenni adesso, nella mente del norvegese medio la valle si è trovata associata all’Islam. Il 28 agosto del 2017, Rita Karlsen di Human Rights Service (HRS) – think-thank con base ad Oslo – ha osservato come siano trascorsi ormai sedici anni dal giorno in cui il politico laburista Thorbjørn Berntsen dichiarò: “Esiste un limite al numero di immigrati che Groruddalen può accettare. Questo limite si appresta ormai ad essere alle porte. So di persone che vogliono andarsene perché la città di Oslo seguita a riempire palazzi e palazzi con rifugiati e richiedenti asilo… Dobbiamo semplicemente ammettere che i conflitti culturali cominciano ad essere evidenti. “ Altri politici respinsero le preoccupazioni di Berntsen. L’allora capo del Partito Laburista di Oslo, Bjørgulv Froyn, insistette – ad esempio – che i problemi di Groruddalen nulla avessero a che fare con l’immigrazione. Il leader dei conservatori di Oslo, Per-Kristian Foss, accusò addirittura Berntsen di “stigmatizzare un intero quartiere ed un’intera popolazione”. Foss, apertamente omosessuale, decise di sorvolare sul fatto che la vita per un omosessuale in certe parti di Groruddalen fosse ormai divenuta problematica.

Gli ammonimenti di Berntsen – risalenti al 2001 – si sono rivelati profetici. Fra il 2008 ed il 2010, più di 6000 norvegesi autoctoni hanno lasciato Groruddalen, mentre un numero quasi doppio di immigrati – perlopiù musulmani – ha preso il loro posto. Nel 2009, un buon 67 per cento dei bambini nati a Stovner, un distretto amministrativo situato all’estremo est della valle, avevano madri non-Occidentali. Nel 2010, gli immigrati componevano più del 40 per cento della popolazione di Groruddalen, tanto da condurre Lars Østby, demografo capo presso l’Istituto Norvegese di Statistica (SSB) – l’agenzia ufficiale nazionale di statistiche – a predire che – entro non molto – la maggioranza della popolazione della valle sarebbe stata formata da immigrati e relativi figli. Østby non vedeva in ciò un problema – ciò nonostante la cupa realtà di determinate aree urbane nella vicina Svezia, quali Rinkeby a Stoccolma e Rosengård a Malmö, divenute ormai enclave islamiche: società parallele dove la sharia ha soverchiato la legge svedese, e imam, gang e capetti locali assortiti hanno largamente spodestato l’autorità del governo svedese, della polizia e dei tribunali.

Nel 2011, il giornale Aftenposten infranse il massiccio silenzio mediatico riguardante le esperienze di vita vissuta dei norvegesi autoctoni residenti a Groruddalen. “E’ stato difficile essere norvegese a Groruddalen”, ammise al giornale Patrick Åserud, un insegnante che nella valle aveva trascorso tutta la sua vita. “Si è trattato di enormi problemi linguistici, oltre ad una costante pressione a doversi adattare ad una normalità totalmente aliena a chi di noi teneva a mantenere uno stile di vita ed una mentalità occidentali.” Åserud rivelò che in alcune scuole della valle “i bambini rischiavano le botte nel caso si fossero portati nel cestino un panino al salame. Le ragazze bionde erano regolarmente tormentate, e per non avere problemi erano costrette a tingersi i capelli. Non si poteva essere gay a scuola, o ebreo, o ateo… Una famiglia indiana di mia conoscenza era obbligata a vivere islamicamente motivo del loro incarnato scuro.” Su diciotto incontri fra insegnanti e genitori recentemente tenuti da Åserud, dieci necessitavano di interpreti. Le condizioni di vita nella valle erano peggiorate nel corso degli ultimi tre anni, spiegò, così tanto da condurlo a decidersi – con gran riluttanza – a togliere le tende: “Non voglio che i miei figli crescano qui.” Il giornalista di Aftenposten suggerì che Åserud fosse “troppo suscettibile”, e “fuori contatto rispetto alla nuova normalità norvegese.” L’insegnante replicò che se questo fosse stato il caso, tanti norvegesi di Groruddalen lo erano altrettanto.

Due anni dopo, nel 2013, un rapporto dell’Istituto Norvegese di Statistica commendevolmente sincero riconobbe che 1000 norvegesi autoctoni lasciavano Groruddalen ogni anno, con un numero equivalente di immigrati extra-europei pronti a rimpiazzarli. Durante quell’anno soltanto, il numero degli scippi a Groruddalen crebbe di quasi 80 punti percentuali. La grande maggioranza dei responsabili tratti in arresto erano adolescenti, con nomi islamici ed origini alloctone; quasi nessuno dei loro genitori si degnò di assistere ai loro processi (un padre in realtà si recò in aula, ma solamente per intimidire le vittime affinché ritrattassero le loro testimonianze). Nonostante ciò, i politici e la polizia seguitava ad ostinarsi a ribadire che a Groruddalen tutto andava bene. Citavano, in proposito, statistiche relative a reati differenti dai piccoli crimini di strada, che sembravano – almeno superficialmente – suffragare le loro tesi. In realtà, molti dei crimini commessi nella valle – se non praticamente tutti – non erano semplicemente mai stati denunciati. Le vittime musulmane di reati commessi da altri musulmani sapevano fin troppo bene di non interpellare le autorità: le famiglie, gli imam, gli altri correligionari avrebbero considerato la denuncia un tradimento, un tradimento da punire adeguatamente. I panni sporchi – ne erano consapevoli – avrebbero dovuto essere lavati esclusivamente all’interno delle comunità. Molte vittime non islamiche – da parte loro – avevano a loro volta paura di parlare con gli agenti di polizia, perché sapevano che le vendette che le avrebbero aspettate da parte dei propri vicini immigrati avrebbero fatto senz’altro impallidire il crimine originariamente subito.

Nel 2015, il sociologo Halvor Fosli pubblicò Fremmed i eget land (“Uno straniero a casa propria”), un libro basato su venti interviste a norvegesi autoctoni residenti a Groruddalen. Fosli scelse deliberatamente individui in qualche modo coinvolti nella vita delle proprie comunità – chi aveva figli a scuola, ad esempio, o chi sedeva nei consigli direttivi delle stesse. Come ci si sentiva, veniva chiesto loro, ad esser diventati minoranza nella terra dei propri padri? Le risposte furono semplicemente disturbanti. Gli studenti non islamici vivevano nella paura costante di finire nel mirino delle gang islamiche, ma non riuscivano a comprendere davvero cosa avrebbero dovuto evitare di dire o fare per non avere grane, perché i compagni musulmani giudicavano la loro condotta basandosi su codici di comportamento completamente estranei alla società norvegese. Per quanto concerneva le ragazze e le donne non islamiche, solamente uscire di casa da sole – recandosi al supermercato, ad esempio – guadagnava loro occhiatacce furiose di barbuti maschi musulmani, convinti che costoro non avrebbero dovuto neppure lasciare la propria abitazione se non accompagnate da un uomo e con il capo coperto. Per gli ebrei, poi, la situazione era ancor più dura. Per gli omosessuali? Lasciamo perdere. In breve, un posto dove un tempo le persone vivevano senza paura, e trattavano le une le altre rispettosamente ed amichevolmente, si era trasformato in un covo di tensioni, paura, odio – non odio anti-islamico, si badi bene, bensì anti-norvegese.

Il libro di Fosli scatenò una prevedibile ondata di condanne sui media mainstream. La sinistra multiculturale definì Fosli un bugiardo. In un articolo di Aftenposten intitolato “No, non sono uno straniero a casa mia”, Inger Sønderland riferì di essersi trasferita nella valle tre anni prima, e di essersi sentita immediatamente benvenuta. “Mi sento a casa qui!”, queste le sue parole. “In questo ambiente dove tutti siamo così diversi, mi sento libera. Posso rilassarmi, essere me stessa… Amo questa commistione di genti.” Anche Øyvind Holen, già collaboratore dei principali quotidiani norvegesi, autore di diversi libri sulla musica hip-hop, oltre che di una sua propria cronaca da Groruddalen di dieci anni precedente, ritenne di dire la sua, affermando su Dagbladet che Fosli e le sue interviste erano “ossessionate dall’Islam”, e che si erano dispiegate in un “attacco ossessivo contro le minoranze pakistane e somale”. Con un’attenzione mediatica benevola, il libro di Fosli avrebbe potuto mettere la politica, la polizia e le autorità migratorie dinanzi alle proprie responsabilità; invece, gli sforzi rabbiosi per screditarlo fecero sì che il suo libro non avesse alcun impatto sulle policy locali o nazionali. La vita andò avanti come se nulla fosse stato: nel 2016, le autorità scolastiche ricevettero le denunce di quasi 2000 casi di violenza contro gli insegnanti di Oslo, ma non ne riferirono alla polizia neppure una; nel mese di gennaio del 2017, un rapporto descrisse il crimine giovanile a Groruddalen come in ascesa vertiginosa.

Nel febbraio del 2017, Forskning.no – un sito Internet che affermava di fornire notizie affidabili sulla scienza e il suo progresso in tutto il mondo – ribadì che stando ad un nuovo rapporto del NOVA – un istituto di ricerca norvegese – fra i giovani di Groruddalen tutto andava alla grande. “Vanno bene a scuola, hanno relazioni positive con i propri genitori, sono soddisfatti della realtà in cui si trovano a vivere, e bevono meno alcool degli altri giovani di Oslo.” Ma quando Nina Hjerpset-Østlie dell’HRS ebbe a leggere il rapporto NOVA, si rese conto che ad esser presi in esame erano stati soprattutto i ragazzi musulmani, per molti dei quali la valle veniva ad essere senza dubbio un vero parco divertimenti. Il rapporto stesso non poteva negare che per le ragazze ed i non islamici risiedere a Groruddalen non fosse così esaltante, e l’insicurezza era causata proprio dal comportamento aggressivo e predatorio di quei giovani musulmani che a Groruddalen vivevano felici e contenti. Un giovane su cinque nella valle – perlopiù ragazzi non islamici – si erano trovati ad essere soggetti a violenza, o minacce di violenza. Le ragazze islamiche, da parte loro, di violenza ne subivano meno, quantomeno fuori dalle loro case – probabilmente, suggerì Hjerpset-Østlie, perché era la loro stessa opportunità di essere esposte ad una tale routine di violenza ad essere minore, dal momento che i loro movimenti nel mondo esterno, in aderenza alle norme della cultura islamica dell’onore, erano strettamente controllati e monitorati dalle famiglie.

L’11 marzo 2017, per la sorpresa di molti spettatori, il notiziario notturno sulla rete televisiva pubblica NRK mandò in onda un onesto spaccato del drammatico dilagare del crimine nella parte est della città di Oslo, concentrandosi principalmente su Groruddalen – dove, come riportato dal giornalista Anders Magnus, circa la metà della popolazione aveva origini extra-europee. Dodicenni spacciavano droga; quindicenni giravano con pistole, coltelli e mazze da baseball addosso; gang di giovani islamici aggredivano adulti in pieno giorno, ed i loro genitori, islamici anch’essi, con poche eccezioni mostravano una completa indifferenza alle attività delinquenziali dei propri figli. In tutto ciò, non distaccandosi neppure in un tale caos da una inveterata usanza norvegese, gli agenti di polizia seguitavano a rimanere disarmati. Magnus intervistò un allenatore di hockey che riferì come alcuni dei suoi giocatori avessero deciso di smettere, nel terrore di essere picchiati sulla strada per il campo di allenamento. Un giovane del luogo spiegò come i musulmani della valle avessero instaurato una vera e propria “società parallela”, nella quale i ragazzi semplicemente non avevano più alcun timore della polizia. Fedele a sé stesso, il giornale Aftenposten condusse un furibondo attacco al servizio di Magnus: Øystein E. Søreide e Mobashar Banaras, due influenti politici di Groruddalen, accusarono la NRK di dar luogo ad un’”impropria stigmatizzazione” degli abitanti della valle, e di fomentare ingiuste divisioni fra “noi” e “loro”.

Quindi, a maggio, per tre notti consecutive, dozzine di adolescenti musulmani misero a ferro e fuoco Vestli, all’estremo est di Groruddalen, tirando pietre, appiccando incendi, ed accoltellando persone. Solamente tre dimostranti furono arrestati, e rapidamente rilasciati. La durezza della vita nella valle diveniva sempre più difficile da negare – per quanto, come osservato da Rita Karlsen del HRS, i media mainstream ed i portavoce della polizia si ostinassero ad insabbiare le notizie ed a negare risolutamente che Groruddalen scivolasse verso una “deriva svedese”, negando e negando ancora persino dopo quello che era accaduto – una vita la cui realtà era scandita ormai da un crimine fuori controllo, e da una completa sudditanza delle autorità ai leader delle comunità musulmane. Fonti interne di polizia rivelarono però che la polizia, lontano da occhi esterni, riconosceva eccome la gravità dei problemi presenti nella valle. In numeri enormi, giovani islamici minacciavano insegnanti, guardie di sicurezza, gestori di esercizi commerciali, poliziotti, pompieri, paramedici, e molti altri ancora; sempre più incendi venivano appiccati, esattamente come già accadeva nelle periferie di Stoccolma e di Parigi.

Negli ultimi anni, gli sforzi della polizia per riportare l’ordine a Groruddalen si sono risolti in un vero fallimento. Un problema è rappresentato dalla difficoltà di ottenere per gli agenti un’abilitazione ufficiale a portare armi da fuoco – un cambiamento di policy vigorosamente osteggiato da politici e giornalisti. Un altro è invece l’incapacità degli alti papaveri della polizia di Oslo di confrontarsi sinceramente con la situazione nella valle – non devono esser stati felici quando un poliziotto di Stovner ammise, nel corso di un’intervista con una rete locale, che gli agenti evitavano per paura di entrare in certe zone di Groruddalen, descrivendo addirittura come “impensabile” un ingresso della polizia in tali aree. Il problema fondamentale rimane però il tradizionale approccio scandinavo al crimine: darsi da fare per rintracciare questa o quella causa primaria, trattare i rei come vittime della società, e considerare la compassione un rimedio per la criminalità. Un simile approccio può funzionare con alcuni ragazzotti norvegesi un po’ ribelli, ma rimane totalmente inutile dinanzi alla condotta dei loro coetanei musulmani, portati dall’humus culturale in cui sono cresciuti a reputare un tale trattamento con i guanti di velluto un segno di debolezza, e cavalcarlo.

Ad agosto un nuovo anno scolastico ha visto il suo inizio. Il 28 di settembre, il quotidiano norvegese VG ha riferito che, dal suono della prima campanella, così tanti episodi di violenza avevano avuto luogo in una scuola superiore di Stovner – uno addirittura con un’ascia ed una spranga di mezzo – da spingere il preside, Terje Wold, a dichiarare di non essere più in grado di garantire la sicurezza di insegnanti e studenti. In risposta, il ministro dell’istruzione Henrik Asheim ha ritenuto di convocare una riunione d’emergenza; a seguito del meeting, una pattuglia di agenti è stata permanentemente dislocata a guardia quotidiana della scuola. VG in quella occasione osservò Stovner non essere un caso isolato: la violenza in altre scuole di Groruddalen si era egualmente intensificata nel corso degli anni più recenti, portando allo sviluppo di quella che in norvegese è definita con il termine ukultur, letteralmente una “a-cultura” – caratterizzata da una mancanza di cultura – una non-cultura violenta, anarchica, selvaggia.

Avanti così, arriviamo ad oggi. Groruddalen continua a riempirsi senza posa di islamici, e gli autoctoni continuano ad andarsene. La fertilità delle famiglie musulmane fa arrossire di vergogna quelle norvegesi. In alcune classi, solamente uno o due bambini parlano norvegese. Rapporti presenti sul sito ufficiale del HRS e su document.no (che parla di temi legati all’Islam con una schiettezza raramente riscontrabile nell’universo mediatico) chiariscono che la violenza nella valle è in crescita e si fa sempre più intensa, con sempre più megarisse fra gang e roghi di auto in stile banlieu parigina. Circolano sempre più voci di norvegesi che si uniscono in ronde per perlustrare e preservare i propri vicinati. Se Groruddalen non è ancora integralmente una no-go zone, sul modello di Rinkeby o Rosengård, poco ci manca. Non manca molto a che si possa parlare della valle come di un dominio islamico in terra secolare; nonostante ciò, politici e giornalisti persistono cocciutamente a dipingerla come un paradiso di integrazione ed arricchimento multiculturale.

Nell’agosto del 2017, Hege Storhaug del HRS prese nota di un manifesto promozionale per una nuova libreria a Stovner. Ritraeva tre ragazze dalla pelle scura, due delle quali indossanti uno hijab, intente a leggere insieme alcuni libri con aria felice. “Questo è il futuro”, commentò Storhaug. Thorbjørn Berntsen riconobbe questo futuro già sedici anni fa; non solo lui, ma gli altri scelsero il silenzio. Anche adesso, mentre Groruddalen sprofonda nell’anarchia ed in una completa islamizzazione, pochi osano aprir bocca, e nel mentre, oltre le colline e le montagne che circondano la valle, la cappa oscura calata su di essa già si estende lentamente al resto della Norvegia.

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