MEISTER ECKHART & ADI SHANKARACHA: TRA GELASSENHEIT E VAIRĀGYA

Riccardo Tennenini

Meister Eckhart era un monaco domenicano tedesco vissuto all’incirca tra il 1260 e il 1328. Contemporaneo di Dante, era un mistico che cercava la Gelassenheit il “distacco” dal mondo, il silenzio, la solitudine. Il centro su cui verte l’intera speculazione ekhartiana è il concetto di “Nulla” e “ fondo dell’anima”. La Deità, secondo il monaco domenicano può essere pensata solo come Nulla. La liberazione da ogni scoria mondana, riscoprendo il fondo immutato e immutabile dell’anima. Un fondo senza fondo. Così il “distacco” dell’anima da ogni ente rivestito da nome e forma (Nāmarūpa), da ogni desiderio, e pensiero di proprietà fa in modo che la Deità discenda in noi trovando nell’anima il suo luogo naturale.

Vivendo nel distacco troveremmo quella nobiltà dell’uomo interiore e riceveremmo ogni consolazione nella Deità. Per queste sue affermazioni, Meister Eckhart è stato processato e condannato dalla Chiesa per eresia. Morì prima che la condanna Pontificia fosse pronunciata. In Meister Eckhart ritroviamo un ponte di collegamento tra Occidente e Oriente. Eckhart “il più pagano tra i cristiani” rielabora il pensiero di Plotino, Dionigi l’Areopagita e del neoplatonismo in genere. Nel suo pensiero si scoprono importanti analogie con le Upaniṣad, del Advaita Vedānta nel pensiero di Śrī Śaṅkarācārya.

Secondo Eckhart, infatti, la Deità non può essere pensata perché oltrepassa ogni nostra possibilità di linguaggio e di immaginazione. Per arrivare alla Deità bisogna spogliarsi di tutto, anche della nostra intellettualità, sprofondando nel vuoto. La temporalità del divenire esiste solo nella mente umana perché nella mente divina esiste solo l’Assoluto, un eterno presente, quindi la Deità, è assolutamente unitaria e immutabile, fuori dal tempo e dallo spazio. Risulta perciò uno stato incondizionato come il Brahman del Advaita Vedānta.

L’equiparazione Ātman = Brahman, così come il Figlio e lo Spirito Santo in una sorta di processo circolare che non ha né principio né fine. È possibile scoprire nell’introspezione l’Assoluto, la Trascendenza perché la nostra autentica natura è Ātman. L’esistente rappresenta il punto d’incontro della trascendenza con l’immanenza, distaccato dal mondo sensibile-fenomenico riesce in questo modo a scorgere la sua reale natura. Nel momento in cui trascendiamo il Saṃsāra, attraverso un processo di distacco e di spogliazione dell’io egoico (Ahamkāra), arriviamo a quel “vuoto” a cui apparteniamo e dal quale non ci siamo mai allontanati. Quando viene trascesa ogni distinzione tra soggetto e oggetto e ci si svuota di ogni contenuto di nome e forma (Nāmarūpa), il Soggetto reale viene svelato. L’annullamento dell’io egoico (Ahamkāra), la spogliazione di ogni contenuto, ci fa raggiungere quel perfetto distacco di cui parla Eckhart.

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«Dio vuole che in tutte le cose noi rinunciamo alla nostra volontà. Niente rende veramente uomo come la rinuncia alla propria volontà. In verità, senza questa rinuncia della volontà in tutte le cose non si compie davvero nulla davanti a Dio. Se si giunge a rinunciare completamente alla nostra volontà e a spogliarci per Dio di tutte le cose, esteriori e interiori, allora abbiamo compiuto tutto – e niente in precedenza».1

«L’uomo deve imparare a spogliarsi di se stesso in tutti i doni e a non mantenerne nulla di proprio, né cercare alcunché – né ricompensa, né utilità, né soddisfazione, né dolcezza, né fervore, né regno dei cieli, né volontà propria».2

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Il “distacco” di Eckhart è l’esatto corrispondente del Vairāgya Vedantino, cioè svuotarsi dei pensieri, della volontà, delle intenzioni e degli interessi personali, per poter superare l’io egoico (Ahamkāra) e porsi in sintonia con la Trascendenza. Il distacco ha questo supremo potere di renderci simili alla Deità, che è al di sopra di tutto, di ogni dualismo, e ricerca di quella pax profunda. Esso si realizza soprattutto nella solitudine, che nella ricerca di quel Nulla divino.

Chi realmente vuole raggiungere il distacco deve perseguire l’inazione nell’azione superando il desiderio di ricompensa. Svuotarsi di tutto per riempirsi del divino. Lo spirito distaccato costringe la Deità a discendere in lui. L’uomo giusto, che si è ritrovato interiormente, è colui che ha trasceso i limiti dell’io-egoico (Ahamkāra) e ha raggiunto la “pura nudità” dell’Anima, il fondo, il Sé (Ātman), l’Abisso.

1 M.Eckhart, La via del distacco, Lorenzo d’è medici, press, 2018, pag.83.

2 M.Eckhart, la via del distacco, Lorenzo d’è Medici Press, 2018, pag.82.

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