LEGGERE “Il tramonto dell’Occidente” DI SPENGLER PER CAPIRE LA RUSSIA DI OGGI

Stefano Arcella

FONTE: Centro Studi La Runa

Nel Tramonto dell’Occidente, Oswald Spengler si sofferma ampiamente sulle peculiarità dell’anima russa. Tale analisi è collocata nella seconda parte dell’opera, che si intitola “Prospettive della storia mondiale”, la prima parte essendo dedicata a “Forma e realtà”, ove delinea la sua visione ciclica della storia, definisce l’“anima” di ogni civiltà, con le famose fasi, l’una ascendente (Kultur) e l’altra  discendente (Zivilisation) di ogni ciclo storico, per poi tracciare una morfologia comparata delle civiltà che offre un grande scenario di macrostoria.

Altrettanto interessante e stimolante è l’applicazione del metodo comparativo spengleriano per studiare e decifrare l’affinità morfologica che connette interiormente la lingua delle forme di tutti i domini interni ad una data civiltà, dall’arte alla matematica alla geometria, al pensiero filosofico e al linguaggio delle forme della vita economica, essa stessa espressione di una data “anima”, ossia di un “sentimento del mondo” che contraddistingue un certo tipo di sensibilità.

In questa prospettiva, anche i fatti politici, assumono il valore di potenti simboli; per Spengler occorre saper cogliere che cosa significa il loro apparire, l’ “anima” di cui essi sono espressione.

Nella seconda parte dell’opera, l’Autore colloca lo studio dell’anima russa nel capitolo sulle pseudomorfosi storiche ed è partendo da questa categoria spengleriana che si può comprendere il suo modo di descrivere il mondo russo.

Per spiegare la pseudomorfosi, Spengler parte da una nozione di mineralogia. Egli attinge  ad un fenomeno naturale per spiegare e definire un fenomeno storico, in ciò accogliendo un procedimento di osservazione scientifico-naturalistico tipico di Goethe, al quale esplicitamente si richiama nella prima parte della sua opera.

Si supponga uno strato di calcare che contenga cristalli di un dato minerale. Si producono crepacci e fessure; l’acqua si infiltra e a poco a poco, passando, scioglie e porta via i cristalli, di modo che nel conglomerato non restano più che le cavità da essi occupate. Sopravvengono fenomeni vulcanici che fendono la montagna; colate di materiale incandescente penetrano negli spacchi, si solidificano e danno luogo ad altri cristalli. Ma esse non possono farlo in una forma propria: sono invece costrette a riempire le cavità preesistenti, e così nascono forme falsate, nascono cristalli nei quali la struttura interna contraddice  la conformazione esterna, un dato minerale apparendo ora sotto le specie esteriori di un altro. E’ ciò  che i mineralogisti  chiamano pseudomorfosi”.

Dalla nozione di mineralogia passa quindi alle pseudomorfosi storiche.

Chiamo pseudomorfosi storiche i casi nei quali una vecchia civiltà straniera grava talmente su di un paese che una civiltà nuova, congenita a questo paese, ne resta soffocata e non solo non giunge a forme sue proprie e pure di espressione, ma nemmeno alla perfetta coscienza di sé stessa. Tutto ciò che emerge dalle profondità di una giovane animità va a fluire nelle forme vuote di una vita straniera; una giovane sensibilità si fissa in opere annose e invece dell’adergersi in una libera forza creatrice nasce soltanto un odio sempre più vivo per la costrizione che ancora si subisce da parte di una realtà lontana nel tempo”.

Di questo fenomeno Spengler ci offre vari esempi quali la civiltà araba – che egli fa risalire,  come sentimento del mondo, al III secolo a.C. – che fu costretta e soffocata nelle forme di una civiltà straniera, quale quella macedone col suo relativo dominio (impresa di Alessandro Magno e civiltà ellenistica).

Non è questa la sede per esaminare la pseudomorfosi araba, perché tale tema ci porterebbe lontano, considerando la peculiarità della visione storica spengleriana, rispetto allo specialismo della storiografia occidentale del suo tempo con la quale egli polemizza e argomenta in modo approfondito.

Altra pseudomorfosi è quella che inizia con la battaglia di Azio del 31 a. C.

Qui non si trattò di una lotta per la supremazia della romanità o dell’ellenismo; una lotta del genere era stata già combattuta a Canne e a Ama, ove ad Annibale toccò il destino tragico di battersi non per la sua patria bensì per l’ellenismo. Ad Azio la nascente civiltà araba si trovò di fronte alla civilizzazione antica senescente. Si doveva decidere il trionfo dello spirito apollineo o di quello magico, degli dei o del Dio, del principato o del califfato. La vittoria di Antonio avrebbe liberato l’anima magica; invece la sua sconfitta ebbe per conseguenza che sul paesaggio di tale anima si riaffermarono le rigide, disanimate strutture del periodo imperiale”.

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Un ulteriore esempio di pseudomorfosi ce lo offre la Russia di Pietro il Grande. L’anima russa originaria si esprime nelle saghe di Kiev riguardanti il principe Vladimiro (verso il 1000 d. C.) con la sua Tavola Rotonda e l’eroe popolare Ilja di Muros. Qui il pensatore tedesco coglie l’immensa differenza fra anima russa e anima faustina (ossia quella europea tesa verso l’infinito e simboleggiata dalle cattedrali gotiche) nel divario che intercorre fra tali poemi slavi e quelli sincronici – rispetto ad essi – della saga di Malthus e dei Nibelunghi del periodo delle invasioni “nella forma dell’epica di Ildebrando”.

Il periodo “merovingio” russo (ossia il periodo aurorale) inizia con la liberazione dal dominio tartaro di Ivan III (1480) e si sviluppa attraverso gli ultimi Rurik e i primi Romanov fino a Pietro il Grande (1689-1725). Esso corrisponde al periodo che va, in Francia, da Clodoveo(465-511) fino alla battaglia di Testry (687) con la quale i Carolingi si assicurano il potere  effettivo. Spengler coglie qui un’affinità morfologica.

A questo periodo moscovita delle grandi stirpi bojare e dei patriarchi, durante il quale un partito della Vecchia Russia lottò continuamente contro gli amici della civiltà occidentale, segue, con la fondazione di Pietroburgo (1703) la pseudomorfosi, la quale impose all’anima russa primitiva le forme straniere dell’alto Barocco, poi quelle dell’illuminismo e infine quelle del diciannovesimo secolo. Pietro il Grande fu fatale per la civiltà russa. Si pensi alla sua corrispondenza “sincronica”, a Carlomagno, che metodicamente e con tutte le sue energie attuò ciò che Carlo Martello pochi anni prima aveva scongiurato con la sua vittoria sugli Arabi; il sopravvento dello spirito mauro-bizantino”. 

Nella visione spengleriana, Pietro il Grande impone alla Russia una forma che non le è congeniale, che è lontana dallo spirito contadino, antico, mistico e religioso della Vecchia Russia. Carlomagno avrebbe mutuato in Occidente una forma mauro-bizantina (l’Impero, la struttura gerarchizzata sul modello romano-orientale) che non sarebbe stata congeniale all’Europa dell’alto  Medio Evo (adopero questa periodizzazione per farmi intendere, anche se essa non è affatto spengleriana).

Qui lo studioso tedesco introduce una riflessione che è di rilievo centrale e che contribuisce a far comprendere anche la storia della Russia contemporanea.

Lo zarismo primitivo di Mosca è l’unica forma che ancor oggi sia conforme alla natura russa, ma esso a Pietroburgo fu falsato nella forma dinastica propria all’Europa occidentale. La tendenza verso il Sud sacro, verso Bisanzio e Gerusalemme, profondamente radicata in tutte le anime greco-ortodosse, si trasformò in una diplomazia mondana, in uno sguardo rivolto verso l’Occidente … Furono importate arti e scienze tarde, l’illuminismo, l’etica sociale, il materialismo cosmopolita, benché in questo primo periodo del ciclo russo la religione fosse l’unica lingua nella quale ognuno comprendeva se stesso e comprendeva il mondo”.

Questa imposizione di un modello straniero generò un sentimento di odio “davvero apocalittico” contro l’Europa, intendendo con tale termine tutto quanto non era russo, anche Roma e Atene, insomma l’Occidente nella varietà ed anche nell’antichità delle sue manifestazioni.”La prima condizione a che il sentimento nazionale russo si liberi è odiare Pietroburgo con tutto il cuore e con tutta l’anima” scriveva Aksakoff a Dostoevskij.

In altri termini, Mosca è sacra, Pietroburgo è Satana e Pietro il Grande, in una leggenda popolare, viene presentato come l’Anticristo.

Per Spengler, se si vogliono comprendere i due grandi interpreti della pseudomorfosi russa, occorre vedere in Dostoevskij il contadino, in Tolstoj l’uomo cosmopolita.

L’uno non poté mai liberarsi interiormente dalla campagna, l’altro la campagna, malgrado ogni suo disperato sforzo, non riusci mai a ritrovarla”.

Qui la lettura di Spengler diviene dirompente e innovativa, con tratti tipici da “rivoluzione conservatrice”.

Egli considera, infatti, Tolstoi come la Russia del passato e Dostoevskij come simbolo della Russia dell’avvenire, il che equivale a dire che l’anima contadina antica della Russia, l’anima legata al sentimento delle radici e delle tradizioni, rappresenta l’avvenire, mentre lo spirito cosmopolita e illuminista, di stampo occidentale moderno, è destinato a tramontare.

Peraltro, questa spirito cosmopolita era profondamente divorato da un odio viscerale contro un’Europa moderna da cui non poteva liberarsi, essendovi profondamente legato. In altri termini, una sorta di amore/odio verso l’Europa.

Tolstoi odiò potentemente l’Europa da cui non poteva liberarsi. Egli l’odiò in sé stesso e odiò se stesso. Per questo fu il padre del bolscevismo.

Dostoevskij, al contrario, non nutrì un tale odio ma un fervido amore per tutto ciò che è occidentale, nel senso delle antiche radici culturali dell’Europa.

Un simile odio Dostoevskij non lo conobbe. Egli nutrì un amore altrettanto fervido per tutto quello che è occidentale. “Io ho due patrie, la Russia e L’Europa”. Questa affermazione dello scrittore russo è molto sintomatica delle sue inclinazioni. Spengler passa poi a citare un brano del romanzo I Fratelli Karamazov che è molto eloquente circa quello che lo scrittore russo intende per richiamo interiore verso l’Europa.

“Partirò per l’Europa – dice Ivan Karamazov al fratello Alioscia – io so di non andare che verso un cimitero, ma so anche che questo cimitero mi è caro, che è il più caro di tutti i cimiteri. I nostri sacri morti sono seppelliti  là, ogni pietra delle loro tombe parla di una vita passata così fervida, di una fede così appassionata nelle azioni che hanno compiute, nelle loro verità, nelle loro lotte e nelle loro conoscenze che io, lo so di già, mi prosternerò per baciare quelle pietre e per piangere su di esse

 L’Europa, per Dostoevskij, è quella delle radici antiche, della memoria storica, dell’identità, degli avi, delle antiche fedi e delle antiche lotte. In altri termini, l’Europa non è quella dell’illuminismo cui guardava Pietro il Grande, ma esattamente il contrario.

Mentre Tolstoi si muove nell’ottica dell’economia politica e dell’etica sociale, in una dimensione intellettualistica, tipicamente occidentale e moderna, Dostoevskij era al di là delle categorie occidentali, comprese quelle di rivoluzione e di conservatorismo.

Per lui fra conservatorismo e rivoluzione – scrive Spengler – non vi era differenza alcuna: entrambi erano per lui fenomeni occidentali. Lo sguardo di una tale anima si librava di là da tutto quanto è sociale. Le cose di questo mondo gli apparivano così insignificanti, che egli non dette alcuna importanza al tentativo di migliorarle. Nessuna vera ragione vuole migliorare il mondo dei fatti. Come ogni vero Russo, Dostoevskij un tale mondo non lo nota affatto: gli uomini come lui vivono in un secondo mondo, in un mondo metafisico esistente di là da esso. Che cosa hanno a che vedere i tormenti di un’anima col comunismo?” 

Spengler conclude asserendo che “il Russo autentico è un discepolo di Dostoevskij benché non lo abbia letto, anzi proprio perché non sa leggere. Lui stesso è un pezzo di Dostoevskij.

Per Spengler il cristianesimo sociale di Tolstoi era intriso di marxismo; Tolstoi parlava di Cristo ma intendeva Marx, mentre “al cristianesimo di Dostoevskij appartiene invece il millennio che viene”

L’analisi spengleriana si proietta nel futuro, anticipando di circa un secolo gli sviluppi della storia russa, in un momento storico in cui trionfava il bolscevismo e tutto sembrava andare in direzione contraria. Il punto è capire cosa intenda Spengler per “cristianesimo  di Dostoevskij”. Lo studioso tedesco ha fatto riferimento a questa vocazione mistica che trascende il mondo dei fenomeni, dei fatti, ai quali l’anima russa non attribuisce un valore decisivo, il mondo metafisico essendo l’oggetto di interesse centrale e prioritario.

L’immensa differenza fra anima faustiana e anima russa si tradisce già nel suono di certe parole.  Il termine russo per cielo è njèbo ed è negativo nel suo n. L’uomo d’Occidente volge il suo sguardo verso l’alto, mentre il Russo fissa i lontani orizzonti. Occorre dunque vedere la differenza dell’impulso verso la profondità dell’uno e dell’altro nel fatto che nel primo esso è una passione di penetrare da ogni lato nello spazio infinito, nel secondo è un esteriorizzarsi fino a che l’elemento impersonale nell’uomo si faccia uno con la pianura senza fine…La mistica russa non ha nulla di quel fervore, proprio al gotico, a Rembrandt, a Beethoven, che si porta verso l’alto e che può svilupparsi fino ad un giubilo che invade il cielo. Qui Dio non è la profondità azzurra delle altezze. L’amore mistico russo è quello della pianura, quello verso fratelli che subiscono lo stesso giogo, sempre nella direzione terrestre; è quello per i poveri animali tormentati che vagano sulla terra,  per le piante, mai per gli uccelli, per le nubi e per le stelle”.

Il cristianesimo russo-ortodosso è, dunque, per Spengler, un misticismo della Madre Terra, dell’immensa pianura, degli spazi sconfinati.

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LEGGERE OGGI SCHOPENHAUER PER CAPIRE L’ATTUALITÀ

Arthur Schopenhauer è stato un vero europeo e un autentico filosofo. Anche se dovette aspettare molti anni prima che gli venissero riconosciuti i dovuti meriti quando pubblicò il suo opus magnum Die Welt als Wille und Vorstellung (1819). Stesso discorso per un’altra sua celebre opera Parerga und paralipomena. Kleine philosophische Schriften. L’originalità e la forza radicale delle sue idee lontano dalle accademie lo portarono a sviluppare nel tempo una weltanschauung che influenzò molto il pensiero di personalità come Richard Wagner, Friedrich Nietzsche che lo definiva il suo «pedagogo», Tolstòj che equiparò l’insegnamento schopenhaueriano a quello del Buddha. Per questo motivo possiamo definire la sua filosofia come un «buddismo tedesco». Tant’è che lui stesso si identificava nella vita e nella figura del Buddha.

«A diciassette anni, digiuno di qualsiasi istruzione scolastica di alto livello, fui turbato dallo strazio della vita proprio come Buddha in gioventù, allorché prese coscienza della malattia, della vecchiaia, del dolore, della morte. La verità, che mi parlava in modo così chiaro e manifesto del mondo, presto ebbe la meglio sui dogmi giudaici che erano stati inculcati anche in me».
(A.Schopenhauer, Il mio Oriente)

Schopenhauer segnò uno squarcio nel pensiero e nella filosofia. Sostenendo che l’essenza ultima dell’universo è la voluntas o volontà-di-vivere. Questa volontà è un infinito desiderio «tantalico» cieco, spietato, infinito, inconscio e irrazionale. Un altro aspetto fondamentale all’interno della weltanschauung schopenhaueriana è quella reminiscenza atta a riappropriarsi di una dimensione interiore dell’anima propriamente indo-europea. Per questo motivo l’ho voluto definire «vero europeo», a differenza dei suo colleghi filosofi che erano rimasti prigionieri dell’anima galilea e di un tipo di moralità giudaico-cristiana, muovendo tutte le loro speculazioni a partire dal mondo abramitico. Schopenhauer se ne liberò una volta per tutte, escludendole dalla sua filosofia. Sviluppando un’etica e una metafisica che attinge dalla filosofia moderna germanica di Immanuel Kant, quella greca antica di Platone e infine dalla mistica orientale del Buddismo e del Vedānta. Ammirava molto anche Meister Eckhart in quanto «asceta autentico», affermando che le omelie che pronunciava il domenicano tedesco fossero le stesse del Buddha. Leggere oggi Schopenhauer, in particolare il IV libro del Mondo come volontà e rappresentazione qui presentato nell’edizione del 1915, significa riconoscere la perenne attualità del suo pensiero e della sua scelta, che ebbe straordinarie ripercussioni nella storia del pensiero fino ai giorni nostri, ora che «Dio è morto» e la secolarizzazione ha divorato le società aperte laiche. Nella sua metafisica, ritornando alle parole di Tolstòj e sull’influenza dei suoi «maestri» sopra citati, possiamo trovare una similitudine tra la filosofia di Schopenhauer nel concetto di Weltschmerz entro il quale si può incasellare l’intero pensiero schopenhaueriano e quello buddista di Duḥkha. Entrambi i concetti si concentrano sul significato di dolore. Da qui la grande domanda che lo aveva spinto a fare filosofia: perché esistono il dolore e la sofferenza nel mondo? Nel 1811, la madre di Schopenhauer temeva che il figlio volesse studiare filosofia; per questo motivo chiese a Martin Wieland di parlargli per cercare di convincerlo a indirizzare la sua vita e il suo futuro a una carriera più remunerativa della filosofia. Wieland parlò con Schopenhauer e gli chiese il motivo della sua scelta. La sua risposta delineerà tutto il suo intero pensiero: «Guardi, la vita è cosa incerta e miserevole: ho deciso di consacrare la mia a riflettere su questo concetto». Da questa constatazione deriva il suo «pessimismo cosmico» definendo il nostro mondo «il peggiore dei mondi possibili», «valle di lacrime», «colonia penale» nel quale gli esseri patiscono per tutta la loro esistenza solo dolore e sofferenze. Dolore e sofferenze causate dalla voluntas come volontà-di-vivere nel suo infinito desiderare senza meta o fine ultimo ma solo una perenne noia e insoddisfazione. A questo punto Schopenhauer si fa un’altra domanda: come si possono alleviare gli infiniti dolori e sofferenze dell’esistenza? La risposta a questa domanda la trova partendo dalla constatazione che, se tutti soffrono, il proprio dolore è direttamente proporzionale a quello degli altri. In questo modo si capisce di essere tutti «sulla stessa barca» e quindi attraverso il proprio dolore esistenziale capire l’altro e sviluppare proprio grazie ad esso una pietà e compassione universale dove la voluntas si trasforma in noluntas o negazione della volontà-di-vivere. Il che ricorda molto quella praticata dai jainisti indiani. L’insegnamento schopenhaueriano rivela come abbiamo già detto una profonda affinità con le Upaniṣad. Schopenhauer stesso disse che la scoperta delle Upaniṣad era state l’unica consolazione della sua vita. In questo senso Schopenhauer è un vero e proprio «rinnovatore spirituale» quando afferma:

«In India, le nostre religioni non attecchiranno mai; l’antica saggezza delle razze umane non sarà oscurata dagli eventi in Galilea. Al contrario, la saggezza indiana fluirà indietro verso l’Europa, e produrrà cambiamenti fondamentali nel nostro pensiero e nelle nostre conoscenze».

Tale influsso spirituale della sua weltanschauung alla fine del XIX secolo era così forte che alcuni lo definirono il «Buddha di Francoforte». Leggendo il testo qui presentato di Schopenhauer si possono riscontrare l’attualità delle sue concezioni etiche e morali. Schopenhauer dava grandissima importanza all’elevazione spirituale e l’ascesi a differenza di quelli che lo presentano come un ateo materialista che non credeva in niente. L’ascesi permette di contemplare la kalokagathia nelle sue forme più nobili e pure. Insieme all’ascesi, vedeva la musica e l’arte come eccellenti lenitivi a tutti i dolori e sofferenze dell’uomo. Il messaggio schopenhaueriano oggi potrebbe servire come antidoto alla postmodernità e a certe frivolezze della società contemporanea.

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STRINGIAMOCI TUTTI INTORNO AL SACRO FUOCO DI YULE

Riccardo Tennenini

Da diversi giorni ormai su giornali e televisione si fanno propositi sul Natale 2021. Quest’anno come il precedente si è deciso in nome di una corretta e sicura prevenzione nei confronti del Coronavirus di renderlo artificiale e digitale, oppure adatto ai canoni odierni con un babbo natale donna femminista e genderfluid.

Ma chi è realmente Santa Claus? La figura di Santa Claus rappresentato come un anziano signore che viene dal Polo nord, con una lunga barba bianca, vestito rosso che, in sella alla sua slitta trainata da renne porta in giro per tutto il mondo i doni natalizi è Wotan. Proprio questa antica divinità germanica dopo aver sacrificato il suo occhio destro, essersi colpito con una lancia il costato e legato a testa in giù dall’albero della conoscenza Yggdrasill per diversi giorni ricevette le sacre rune al termine della sua lunga e dolorosa meditazione. Successivamente in sella al suo cavallo dalle otto gambe Slepnir come le renne di Santa Claus condivise con chi lo adorava in tutto il mondo questa conoscenza appresa come dono regalo.

Detto ciò prendere le difese del Natale non vuol dire difendere la “tradizione cristiana”, riducendo il tutto a semplice soddisfazione individuale tra spese, consumo di cibo e futili gesti do ut des di regali materiali. Va intesa, quale suprema espressione dell’ecumene di simboli, miti e riti ierarici arcaici con cui si manifesta il sacro attraverso la spiritualità indo-europea nelle sue molteplici forme. Simbolicamente lo swastika (come la stella che si mette in cima all’albero di natale) è un simbolo di Agni, ma non è una figura del mondo, ma l’azione del principio o legge di necessità: opportuno notare che la parte ricurva dei bracci rappresenta l’Orsa Maggiore, vista in quattro posizioni diverse nel corso della sua rivoluzione intorno alla Stella polare, alla quale naturalmente corrisponde il centro in cui si uniscono i quattro gamma, e che queste quattro posizioni siano messe in relazione con i quattro punti cardinali e le quattro stagioni. E’ noto quale sia l’importanza dell’Orsa Maggiore in tutte le Tradizioni in cui interviene il simbolismo polare. La Stella polare è, dunque, il principio, senza forma e senza dimensioni che rappresenta l’Unità primordiale. Da esso sono prodotte, per irradiazione, tutte le cose, come l’Uno produce tutti i numeri, senza che la sua essenza ne riesca modificata o intaccata in alcuna maniera. Questo centro può essere visto anche come il motore immobile di Aristotele oppure come la divinità greca Apollo inteso come A-pollon l’Uno senza secondo aldilà di tempo, spazio e materia. Ma è anche paragonabile alll’Amor dantesco quando dice: ” L’amor che move il sole e l’altre stelle”. L’equilibrio è il riflesso, nell’ordine della manifestazione, dell’immutabilità assoluta di tale Principio, dovendo considerare la circonferenza in movimento attorno al suo centro, che, solo, non partecipa a questo movimento. La ruota evoca immediatamente l’idea di rotazione; e questa rotazione è la figura del continuo mutamento al quale sono sottoposte tutte le cose manifestate soggette al divenire, movimento nel quale c’è soltanto un punto che rimane fisso e immutabile, e questo punto è il Centro. In sintesi, il Centro è allo stesso tempo il principio e la fine di tutte le cose; è “l’alpha e l’omega”. Infatti, questo simbolo, è realmente il vero «Centro del Mondo». E da questo centro che si irradia una linea perpendicolare simile all’asse terreste che nella Tradizione assume diversi nomi: Yggdrasil, Axis Mvndi, Irminsul, ecc che rappresenta l’asse dell’univero o meglio l’albero cosmico che sorregge il mondo e fondamento di tutta la manifestazione della vita, l’unione imprescindibile tra purusha e prakriti.

Quello stesso albero cosmico è il significato autentico dell’albero di Natale presente nelle nostre case. Dove le palle colorate di natale sono i pianeti, le luci che brillano le stelle, e in cima come abbiamo detto c’è la Stella Polare come Principio Uno senza secondo. Nel III secolo d. C., i culti di Helios e Mitra iniziarono a fondersi nel culto del Dies Natali Sol Invictvs, celebrato il XXV Dicembre, come data simbolica della nascita del Sole. In Siria ed Egitto vi erano celebrazioni di grande solennità e prevedevano che gli iniziati si dovessero ritirare in appositi santuari e ne uscissero a mezzanotte, annunciando che la l’immacolata Vergine Anahita avesse partorito il Sole, raffigurato come un infante. Infatti il XXV Dicembre non è “esclusivo” del Cristianesimo con la nascita di Cristo, ma oltre a Mitra anche Ermes, Dioniso, Buddha, Zaratustra, Krishna, Horus, Hercules, Tammuz e Adone nello stesso giorno e con lo stesso modvs operandi. Così come ciò che si deve mangiare, i regali, il falò, la resurrezione rappresentano le varie componenti di un rito liturgico ierarico tramandato ed espresso nelle varie Tradizioni. Quindi ed in conclusione, stringiamoci ancora di più di prima attorno al Fuoco Sacro e celebrare la lotta della Luce contro l’affermazione planetaria delle Tenebre del mondialismo dominante.

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INTERVISTA A BRUNO CESARE ANTONIO SEBASTIANI

La visione antropocentrica, che sancisce il primato dell’uomo centro dell’universo è la teoria dominante della modernità. Riccardo Tennenini intervista un autore che per la sua posizione può di buon grado essere definito contro-corrente.

L’offensiva a questa visione antropocentrica è proposta nella trilogia di Bruno Cesare Antonio Sebastiani. Per tentare di contrastarla occorre un certo coraggio, perché si viene facilmente criticati. Secondo noi è giusto concedere spazio ad un pensiero come quello di Sebastiani per comprendere al meglio l’attuale situazione umana globale.

Questa trilogia di saggi (“Il Cancro del Pianeta”, “Il Cancro del Pianeta Consapevole” e “L’impero del Cancro del Pianeta – L’organizzazione della società ai tempi dell’ecocidio”) ripercorre le tappe tragiche di un umanaio sempre più violento in guerra contro se stesso e il mondo che lo circonda. Viene così enunciata per la prima volta da Sebastiani la dottrina tanto provocatoria quanto radicale dell’uomo come “cancro del pianeta”.

Iniziamo subito. Di cosa parla questa dottrina enunciata nella trilogia?

Il punto di partenza delle mie riflessioni è tanto semplice quanto banale e si può riassumere in due constatazioni di per sé evidenti:

l’uomo è l’essere più intelligente del Pianeta e in virtù di questa sua caratteristica ha sottomesso ogni altra realtà del regno minerale, vegetale e animale;

l’armonia degli elementi del Pianeta è gravemente compromessa, tanto che i potenti del mondo continuano a riunirsi in cerca di rimedi a una crisi che appare di soluzione assai difficile, se non impossibile.

Così come 2 + 2 fa 4, appare quindi palese che quella caratteristica che ci ha consentito di sottomettere ogni regno della natura è anche la responsabile del dissesto planetario che stiamo vivendo.

L’articolo di presentazione del mio primo libro (“Il Cancro del Pianeta”, Armando Editore, 2017) inizia con queste parole:

“E se la nostra intelligenza anziché essere una scintilla divina o una mirabile opera della natura (a seconda che ci si riconosca nel creazionismo o nell’evoluzionismo) fosse un tragico errore del processo evolutivo della vita, una via “svantaggiosa” imboccata casualmente da madre natura che ben presto l’abbandonerà per far ritorno a forme di vita meno distruttive per l’ambiente?” (qui l’articolo completo)

Da queste prime constatazioni prende avvio il dipanarsi del discorso che scorge impressionanti similitudini con quanto accade in un organismo ammalato di cancro. Le cellule sane si trasformano in cellule tumorali maligne a seguito di casuali alterazioni genetiche, e così anche i più recenti studi neurologici ci dicono che all’origine dell’abnorme evoluzione del nostro cervello vi sarebbero alterazioni altrettanto casuali di alcuni geni cerebrali.

Verificatesi tali alterazioni (la “carcinogenesi”) il processo diviene irreversibile ed è connotato da quattro tappe, del tutto analoghe sia nel cancro dell’uomo sia in quello del pianeta:

1. crescita rapida e incontrollata delle cellule tumorali maligne

2. invasione e distruzione dei tessuti sani adiacenti

3. de-differenziazione, ovvero l’omologazione globale delle cellule

4. metastasi a diversi siti

Ognuno può facilmente riconoscere in questi quattro passaggi i momenti essenziali del processo di antropizzazione del Pianeta, avviato su vasta scala alcuni millenni or sono ma covato a lungo nei meandri della preistoria.

Per ogni approfondimento si veda l’articolo “La de-differenziazione, ovvero l’omologazione globale delle cellule”.

Una volta acclarata la similitudine, è giocoforza ribaltare l’intera storia del genere umano, condannando come “contro natura” il mito progressista che ci sta conducendo allo sfacelo.

Una precisazione. Ai tre testi citati, quest’anno se ne è aggiunto un quarto, “Rivelazione – Discorso alle cellule malate”, che intende attirare l’attenzione dei lettori sul fatto che quell’intelligenza che ci ha consentito di sederci sul trono di re del mondo, è comunque limitata rispetto alla vastità e alla complessità del cosmo, motivo per cui è stata in grado di alterare l’equilibrio naturale tra gli elementi ma non è in grado di ricomporne uno di tipo artificiale altrettanto stabile e duraturo.

Rousseau affermava che l’uomo è buono per natura, il cosiddetto “buon selvaggio” ed è la società che lo corrompe facendolo diventare cattivo. Secondo lei aveva ragione Rousseau oppure, l’uomo è naturalmente cattivo per necessità di sopravvivenza?.

SUPPORTA LA VERA CONTROCULTURA

Uno dei primi postulati del Cancrismo (nome che ho dato alla mia dottrina) è che non dobbiamo giudicare quanto accaduto col metro dell’etica umana. Qui non ci sono buoni o cattivi. Ciò che è accaduto è accaduto per caso. Non vi è stato alcun peccato originale né alcuna colpa. Da questo punto di vista concordo con le tesi esposte da Monod ne “Il caso e la necessità”. Ho approfondito questi concetto nell’articolo “Il caso e la colpa”.

Per tornare a Rousseau, a mio avviso il selvaggio è stato “buono” (nel senso di ossequiente alle leggi di natura) sino a quando l’evoluzione del suo cervello non superò quella soglia di “capacità elaborativa” che gli permise di contravvenire alle leggi di natura. Poi, con estrema gradualità, iniziò a trasformarsi in cellula tumorale della biosfera.

Molti movimenti ecologisti radicali, come gli anarco-primitivisti, pensano che solo con un ritorno a uno stadio pre-agricolo l’uomo potrebbe scongiurare il pericolo di un ecocidio globale. Secondo lei è giusto e possibile una cosa del genere?

Ho dedicato il mio libro “L’Impero del Cancro del Pianeta” a questo problema. Per nutrire il numero di cellule-uomo accresciutosi in modo “rapido e incontrollato” a seguito della già citata abnorme evoluzione del cervello (la carcinogenesi), Homo sapiens ha dovuto costruire una macchina sociale ultra complessa i cui ingranaggi sono strettamente connessi gli uni con gli altri. Non vi è solo l’esigenza primaria di sfamare gli otto miliardi di esseri umani ormai presenti sul Pianeta, ma anche quella di trovare il cibo per i quasi trenta miliardi di animali segregati negli allevamenti intensivi (terrestri e acquatici) e l’energia per “nutrire” l’infinito numero di macchine e dispositivi costruiti nell’illusione di poter governare il mondo più efficacemente e senza fatica. Queste esigenze hanno comportato un iper-sfruttamento del suolo, e quindi la deforestazione, la desertificazione ecc. ecc. Senza un’agricoltura ultra intensiva non potremmo sfamare né animali né uomini. Bloccare anche solo uno degli ingranaggi della macchina che tiene in piedi l’impero del cancro del pianeta significherebbe far crollare l’intera impalcatura sociale. Pensiamo a cosa avverrebbe se venisse a mancare il carburante per i mezzi di trasporto o l’energia elettrica o il gas con cui scaldiamo le nostre case. Il sistema è sicuramente sventurato, ma la sua distruzione comporterebbe disastri immani. Questi avverranno quando la Natura ci presenterà il conto per il sontuoso banchetto effettuato a sue spese, ma il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di ritardarli, non di anticiparli.

Quale soluzione alternativa proporrebbe lei per salvare il Pianeta Terra dalla furia dell’uomo? 

Giunti al punto in cui siamo, temo che soluzioni vere non esistano. La Natura ci distruggerà e poi ricomincerà il suo lento lavoro sotterraneo. Forse appariranno nuove forme di vita, forse non su questo pianeta. Ma, poiché noi viviamo qui e ora, è giusta la domanda e non intendo sfuggirvi. Dirò allora che, come agli ammalati di cancro in fase terminale non si negano le cure palliative, così alla nostra Terra (l’organismo vivente che ci ospita e che noi stiamo distruggendo) dovremmo garantire una minor sofferenza attraverso una opportuna decrescita dei consumi e del ritmo di sviluppo economico che ossessiona il nostro tempo. Vedo di buon occhio ogni comportamento virtuoso in tal senso, sia a livello individuale sia a livello sociale. Ma qui è importante sottolineare un aspetto della dottrina cancrista. L’ho esplicitata essenzialmente per amore di verità. Ma nel teorizzarla mi sono anche reso conto che l’uomo contemporaneo non è disposto a modificare spontaneamente le sue abitudini. Solo i rivolgimenti tellurici possono indurlo a farlo o, forse, una “rivelazione” particolarmente violenta, come quella di essere paragonato a una cellula cancerogena. Quanti più saremo a professare tale dottrina, tante più persone forse modificheranno il proprio dissennato comportamento. Almeno me lo auguro.

Come ultima domanda le chiedo quale è il messaggio che vuole dare a tutti i nostri lettori? Io la ringrazio per la disponibilità e partecipazione, consigliando l’acquisto dei suoi libri, le do appuntamento alla prossima occasione di incontro.

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Non date per scontato ciò che i maggiori “maître à penser” e la stragrande maggioranza del genere umano ha sempre sostenuto, a partire dai seguaci di Socrate fino ai grandi scienziati contemporanei. Ragionate con la vostra testa. Guardate la bruttezza del mondo moderno. Salite su un aereo e osservate come i campi sottostanti, già spogliati del manto della foresta primordiale, siano ora deturpati da un’infinità di colate di cemento. Considerate quale sia la causa di tanta devastazione e come la stessa metta a rischio la sopravvivenza stessa della vita sul Pianeta. Ecco, a questo punto siete già pronti per convertirvi al Cancrismo.

Non è facile condensare nel breve spazio di un’intervista tutti i concetti elaborati in anni di speculazione. Mi limiterò pertanto a invitare chi volesse approfondire l’argomento a visitare il sito de Il Cancro del Pianeta, dove sono raccolti tutti i contributi teorici miei e di altri studiosi, e il blog omonimo.

Inoltre segnalo che è appena uscito un altro volume sul Cancrismo, “Pensieri Eretici”. In tale opera ho raccolto gli ottanta articoli che ho scritto negli ultimi quattro anni per approfondire i singoli aspetti della dottrina. L’opera di “dissacrazione” dell’ortodossia progressista richiede l’impegno di vaste schiere di uomini di buona volontà. Io ho tentato di avviare l’opera. Mi auguro che molti si incamminino su questa strada.

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SCHOPENHAUER: PERCHÈ PIANGIAMO?

Arthur Schopenhauer

Fonte: Il mondo come volontà e rappresentazione

Traduzione di: SavjLopez, Paolo e De Lorenzo, Giuseppe

Qui è pure il luogo di spiegare un’altra delle più sorprendenti proprietà dell’umana natura, il pianto, il quale, come il riso, appartiene alle manifestazioni ond’è l’uomo distinto dall’animale. Il piangere non è punto, senz’altro, espressione del dolore: imperocché i dolori pei quali si piange sono i meno. Anzi, secondo me, non si piange mai direttamente per un dolore provato, ma bensì sempre per il riprodursi di esso nella riflessione. Cioè, dal dolore provato, pur quand’è corporale, si passa a una pura rappresentazione di esso, e si trova allora sì compassionevole il proprio stato, che, se altri fosse a soffrire, siamo fermamente e sinceramente persuasi che l’aiuteremmo con tutta pietà e amore. Ma intanto siamo noi stessi l’oggetto di quella nostra sincera pietà: col più soccorrevole animo sentiamo d’essere proprio noi i bisognosi d’aiuto; si sente di patir più di quanto potremmo resistere a veder patire un altro; e in tal situazione singolarmente complessa, in cui il dolore direttamente sentito ritorna alla percezione sol con un doppio rigiro, rappresentandocisi come estraneo, come tale compassionato, e quindi immediatamente ripercepito come nostro, la natura si da sollievo mediante quella strana convulsione corporea. Il pianto è adunque pietà di se stesso, ossia pietà che torna indietro al suo punto di partenza.

Perciò esso ha per condizione la capacità dell’amore e della compassione, e la fantasia; quindi né uomini duri di cuore né uomini privi di fantasia piangono facilmente, ed il pianto vien’anzi ognora considerato come segno d’un certo grado di bontà del carattere, e disarma l’ira, perché si sente, che chi può ancora piangere, deve per necessità essere anche capace d’amore, ossia di pietà verso altri; questo essendo che ci mette, nella maniera descritta, in quella disposizione la quale al pianto conduce. Affatto conforme a questa spiegazione, è il modo come Petrarca, esprimendo spontaneo e vero il proprio sentimento, descrive l’origine delle sue lagrime: I’ vo pensando: e nel pensar m’assale Una pietà sì forte di me stesso, Che mi conduce spesso Ad alto lagrimar, ch’i’ non soleva. Quanto abbiam detto trova conferma nel fatto che bambini, i quali abbian patito un dolore, si mettono di solito a piangere solo quando li si compassiona; ossia non per il dolore, ma per la rappresentazione di esso.


Quando noi non siam mossi al pianto da nostri, bensì da altrui dolori, ciò accade perché vivacemente ci mettiamo con la fantasia al posto di chi soffre, oppure nel suo destino scorgiamo la sorte dell’umanità intera e quindi principalmente di noi stessi; e così per un ampio giro pur sempre veniamo a piangere su di noi, di noi abbiam pietà. Questo sembra anche essere il motivo principale del comune, e quindi naturale, pianto nei casi di morte.

Chi piange un morto non piange ciò che ha perduto; che si vergognerebbe di lagrime sì egoiste; mentre invece a volte si vergogna di non piangere. Piange in primo luogo invero la sorte del defunto: nondimeno piange anche quando in seguito a lunghe, gravi e insanabili sofferenze la morte è per quegli una desiderabile liberazione. Principalmente lo stringe adunque compassione per il desti-no dell’umanità intera, la quale è in potere d’un fato di morte, in cui ogni vita per quanto attiva e spesso ricca d’azioni dovrà spegnersi e ridursi al nulla.

E in questo fato dell’umanità egli vede soprattutto il fato proprio: tanto più, quanto più vicino era a lui il morto: più che mai, quanto il morto era suo padre. Fosse pure a quest’ultimo per età e malattia divenuta un tormento la vita, fosse pure il padre nel suo stato d’impotenza ridotto un carico grave per il figlio, questi piange pur sempre viva-mente la sua morte: per il motivo che s’è detto.

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LA SVEZIA È LA MENO SICURA NAZIONE D’EUROPA

Dan Lyman

Fonte: InfoWars Europe

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Bild, quotidiano ritenuto il più apprezzato dai lettori tedeschi, ha analizzato i risultati di uno studio condotto dal Brottsførebyggande rådet, il Comitato Svedese per la Prevenzione del Crimine, sulla violenza legata alle armi da fuoco. Collegando gli esiti della ricerca ad altre note tendenze che interessano il Paese scandinavo, quali le gang ed il narcotraffico, la giornalista di Bild Ingrid Raagaard ha concluso che “le cose non possono più andare avanti così”.

“Nell’Unione Europea, una media di otto persone per milione cade ogni anno vittima di crimini violenti. In Svezia, tale dato si attestava intorno ai dodici morti assassinati ogni milione di abitanti. Concentrandosi sulle vittime di armi da fuoco, la differenza fra l’Europa e la Svezia si fa ancor più ampia. Se l’Unione Europea conta infatti una media di 1,6 uccisi con armi da fuoco ogni milione di abitanti, in Svezia se ne contano 4, quasi tre volte di più”, scrive Raagaard.

“Il divario aumenta ancor di più focalizzandosi sulla fascia d’età 20-29 anni. Nella maggior parte dei Paesi europei, il dato si attesta fra gli zero ed i quattro morti assassinati per milione; in Svezia, invece, ammontano addirittura a 18. In seconda posizione si attesta l’Olanda, che conta ‘solamente’ sei morti nel menzionato range anagrafico.

Raagaard colloca la preoccupante svolta intorno all’anno 2005, e da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Adesso, infatti, si contano circa 60 no-go zones in tutta la Svezia, situate perlopiù negli hinterland delle grandi città quali Stoccolma, Malmö, Göteborg, aree in cui il crimine allogeno regna incontrastato, e le forze dell’ordine non osano addentrarsi.

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I media mainstream si ostinano cocciutamente ad insistere che non vi siano ‘no-go zones’ di immigrati in Svezia, preferendo piuttosto parlare di ‘aree vulnerabili’. “Sempre più svedesi temono per le proprie vite, poiché spesso sono proprio semplici innocenti passanti a cader per primi vittime delle guerre fra gang”, continua Raagaard.

InfoWars Europe documenta con regolarità il dilagare del crimine in Svezia ed i preoccupanti eventi che la interessano, ancor più angosciante se si pensa che il Paese scandinavo – sino a non molto tempo fa – era considerata una delle nazioni più sicure e progredite del mondo.

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LONDRA, DOVE IN ALCUNE AREE IL 50% DEI RESIDENTI È NATO ALL’ESTERO

Martin Robinson

Fonte: Daily Mail

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Ecco le aree di Londra dove il 50% dei residenti è nato all’estero, mentre la popolazione della capitale raggiunge la cifra record di 8,6 milioni.

Questa mappa colorata della città di Londra mostra con chiarezza come vaste aree della Capitale siano ormai dominate da una serie di determinate nazionalità, in una città in cui un residente su tre è nato all’estero. La bandiera indiana sventola su dieci dei trentadue quartieri in cui la Capitale è divisa, mentre londinesi nati in Nigeria, Polonia, Turchia e Bangladesh sono già maggioranza in almeno tre aree urbane per gruppo. In alcuni quartieri – Westminster, Kensington, Chelsea e Brent, fra gli altri – più della metà della popolazione è nata fuori dai confini nazionali, stando alle cifre comunicate dall’Ufficio Statistiche del Sindaco.

Quest’anno, Londra ha raggiunto la quota record di 8,6 milioni di abitanti, con altri due milioni trasferitisi in città nel corso degli ultimi venti anni, la maggior parte dei quali dall’estero. Tali ragguardevoli cifre costituiscono un vero record dopo il precedente del 1939, precedente alle devastazioni occorse durante la Seconda Guerra Mondiale, ma a decorrere da allora, circa 2,2 milioni di londinesi hanno lasciato la città natale nel successivo mezzo secolo, per iniziare una nuova vita nelle contee vicine o in periferia.

Ecco i più rilevanti gruppi demografici stranieri a Londra suddivisi per distretto. La nazionalità indiana appare dominante in dieci aree.

Le statistiche mostrano inoltre come i quartieri centrali contino un tasso di popolazione immigrata assai più elevato rispetto alle zone più periferiche, con i nuovi arrivati inclini a stabilirsi in aree già densamente abitate da connazionali. Con il 53,3%, Brent e Haringey presentano la più alta percentuale di residenti forestieri, seguiti da Kensington, Chelsea e Westminster, oscillanti fra il 50,9% ed il 51,8%.

Fra il 1939 ed il 1991, Londra ha perduto un quarto della sua popolazione totale; oggi, circa 267.000 londinesi sono nati in India, 135.000 in Polonia, 113.000 in Pakistan, 126.000 in Bangladesh, 112.000 in Irlanda. Dei totali tre milioni di residenti non britannici, il 40% è europeo, il 30% asiatico o mediorientale, 20% africano, 10% americano o caraibico.

Illustrando le dinamiche di crescita della popolazione cittadina, il professor Michael Batty, dell’University College London, ha spiegato alla BBC: “In un periodo di trent’anni, il totale della popolazione è calato dagli originari 8 milioni a 6,6 circa, ciò a causa del fenomeno chiamato suburbanization – crescita delle periferie, aumento dell’acquisto di automobili, cambiamento dei trasporti e sgomberi dei bassifondi.” Quanto all’enorme crescita registrata nell’ultimo decennio, essa “va ricondotta essenzialmente alle migrazioni internazionali.”

Maggiori informazioni

Gli esperti ritengono che entro il 2031 il numero di forestieri residenti a Londra supererà quello dei britannici autoctoni, basandosi su quanto si può desumere dal censimento del 2011. La popolazione immigrata della Capitale ammonterà in quell’anno ad almeno 5 milioni, dopo essere più che raddoppiata fra il 1971 ed il 2011 – anno dell’ultimo censimento – salendo da 1 a 3 milioni. Il numero dei londinesi non britannici condurrà il totale della popolazione cittadina a raggiungere e superare i 10 milioni di abitanti nel 2031, e gli 11 dieci anni dopo.

Tuttavia, laddove gli stranieri continueranno ad aumentare esponenzialmente nei prossimi decenni, i britannici autoctoni seguiteranno senza posa a diminuire. Analizzando l’ultimo censimento, si scopre che oltre 600.000 londinesi bianchi e britannici hanno abbandonato la capitale nel corso di circa un decennio – precisamente 620.000, fra il 2001 ed il 2011. Sarebbe come se una città delle dimensioni di Glasgow, abitata interamente da autoctoni, si trasferisse lontano dalla Capitale, lasciando i bianchi in minoranza nella città più grande dell’intero Paese. Se, infatti, nel 2001 i britannici bianchi ammontavano a circa il 58% della popolazione di Londra, oggi sono scesi a comporre appena il 45% del totale.

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