SONO SVEDESE, MA VIVO IN ABSURDISTAN

Ingrid Carlqvist

Signore e signori. Mi chiamo Ingrid Carlqvist e sono nata in Svezia nel 1960, quando i Socialdemocratici stavano per prendere il controllo in perpetuo e la nostra nazione era la più bella, la più sicura e la più avanzata nel mondo. Ora io vivo in Absurdistan, una nazione che ha le statistiche più alte di stupri nel mondo, centinaia di cosiddette “aree di esclusione” in cui le persone vivono al di fuori della società svedese, e con i quotidiani che nascondono alla gente tutti questi orribili fatti.

Mi sento proprio come Dorothy Gale ne Il Mago di Oz, un tornado è arrivato e mi ha portato molti chilometri lontana da casa, facendomi precipitare in una nazione che non conosco. Ora mi sento come se non fossi più in Svezia. Come Dorothy sto cercando un modo per trovare la mia casa, ma nel mio percorso incontro solo leoni senza coraggio, spaventapasseri senza cervello e uomini di latta senza cuore. Quando sono cresciuta il nostro primo ministro era Tage Erlander, un socialdemocratico. Nel 1965 disse in parlamento, dopo le violente rivolte razziali in America. “Noi svedesi viviamo in una situazione decisamente migliore. La popolazione della nostra nazione è omogenea, non solo per quanto riguarda la razza ma anche in molti altri aspetti”. Ora vivo in una nazione che non è omogenea in nessun aspetto. Olof Palme, che gli succedette, decise che l’omogeneità era una cosa negativa e aprì i confini a persone da tutto il mondo. E da destra a sinistra i politici ci dicevano che non esistevano cose come una cultura Svedese, delle tradizioni Svedesi meritevoli di essere menzionate e che noi svedesi dovevamo essere grati che così tante persone con una VERA cultura e delle VERE tradizioni venivano da noi.

Mona Sahlin, una leader successiva dei Socialdemocratici, in un’intervista del 2002 al giornale Euroturk, ad una domanda sulla cultura svedese risposte:

“Ho avuto spesso questa domanda, ma non riesco a pensare a cosa sia la cultura Svedese. Credo che è questo che rende noi svedesi così invidiosi verso gli immigrati. Voi avete una cultura, un’identità, qualcosa che vi lega gli uni agli altri. Noi cos’abbiamo? Abbiamo la vigilia del giorno di San Giovanni Battista e cose banali di questo tipo”.

Ha detto anche: “Gli svedesi si devono integrare nella nuova Svezia. La vecchia Svezia non torna più”.

Nella nuova Svezia vengono riportati più stupri che in qualunque altra nazione dell’UE, secondo uno studio del professore inglese Liz Kelly. Più di 5.000 stupri o tentati stupri sono stati registrati nel 2008 (l’anno prima erano oltre 6.000). Nel 2010 un altro studio ha affermato che solo una nazione nel mondo ha più stupri della Svezia, ovvero il Lesotho, nell’Africa meridionale… Per ogni 100.000 abitanti il Lesotho ha 92 stupri registrati, la Svezia 53, gli USA 29, la Norvegia 20 e la Danimarca 7.

Nel 1990 le autorità hanno conteggiato 3 aree di esclusione in Svezia, sobborghi in cui vivono la maggior parte degli immigrati, dove solo pochissimi lavorano, quasi tutti vivono di sussidi ed i loro figli non passano gli esami. Nel 2002 ne hanno conteggiate 128, nel 2006 ne avevamo 156 e poi hanno smesso di conteggiarle. In alcune città, come Malmö, dove vivo, un terzo degli abitanti vivono in una area di esclusione.

Cosa voleva dire Tage Erlander quando diceva che la popolazione svedese era omogenea non solo dal punto di vista razziale ma anche in molti altri aspetti? Penso intendesse cose come regole, valori, cultura e tradizioni. Un sentimento di sodalizio. Che tutti noi, nella Vecchia Svezia, avevamo una visione simile di ciò che era una buona società e di come risolvere i conflitti. CONOSCEVA la cultura svedese, a differenza di Mona Sahlin.

Nella Nuova Svezia abbiamo bisogno di poliziotti armati nei nostri ospedali perché le famiglie rivali si combattono nelle stanze degli ospedali. Si sparano l’un l’altro per strada, derubano e picchiano i vecchi. Il tasso di criminalità cresce ogni minuto, ma i politici e i giornalisti svedesi ci dicono che questo non ha assolutamente niente da fare con l’immigrazione. Il fatto che le nostre prigioni siano piene di stranieri è solo una coincidenza o è spiegato da fattori socio-economici.

Per molti anni sono stata una giornalista nei media mainstream. Ma sono stata sempre una sorta di piantagrane, sempre dubbiosa del fatto che ciò che mi dicevano le persone fosse LA VERITA’. Quando tutti andavano in una direzione, io giravo verso l’altra direzione per vedere cosa c’era lì.

Nel Gennaio 2011 era successo qualcosa che mi ha fatto perdere le ultime speranze nei giornalisti svedesi. Ero vicepresidente della Società dei Pubblicisti di Malmö ed avevo invitato il giornalista danese Mikael Jalving a parlare del suo libro in uscita “La Svezia senza filtri – Un viaggio nella Nazione del Silenzio”. Un giorno il presidente mi ha chiamato e mi ha detto “dobbiamo cancellare la presenza di Mikael Javing perché parlerà ad una riunione organizzata da un giornale chiamato “National Today”.

Non gli interessava, né interessava a nessun altro nel board d questa società di giornalisti che Jalving stava andando a parlare del suo libro. Andando a questa riunione sarebbe stato infettato da idee nazionaliste e probabilmente sarebbe diventato un nazi. Vedete, in Svezia tutti quelli con opinioni diverse sono dei nazi!

È così che funziona la Nuova Svezia, la nazione che chiamo Absurdistan. La nazione del silenzio.

Ero furiosa e ho lasciato il board di questa società. Questo mi ha portato ad essere invitata dalla Danish Free Press Society (ndt, società danese per la libera stampa) per parlare della strana nazione della Svezia e questo mi ha portato a fondare la Swedish Free Press Society (ndt, società svedese per la libera stampa).

È così che io e Lars Hedegaard ci siamo trovati. Ma non ci siamo accontentati di una sola Free Press Society per uno, dal momento che entrambi abbiamo un solido background di giornalisti abbiamo deciso di iniziare un giornale. Un buon giornale stampato vecchia scuola. Abbiamo deciso di chiamarlo Dispatch International (messaggio internazionale) perché la nostra intenzione è diffondere questo giornale in tutto il mondo prima o poi. Ma per prima cosa prendiamo Manhattan, poi Berlino. O piuttosto, prima ci prendiamo la Scandinavia e poi ci prendiamo il mondo!

Dispatch sarà stampato in due versioni, una in Danese e una in Svedese, ma tutti gli articoli saranno gli stessi. Su internet potrete leggerli anche in Inglese e Tedesco. Scriveremo di politica nelle nostre nazioni e nel mondo. Scriveremo di tutte queste cose che i media mainstream vi nascondono da così tanti anni. Distingueremo fra notizie e commenti ed il tono sarà attenuato. Lasceremo parlare i fatti, i fatti che i giornalisti mainstream nascondono alle persone.

La situazione in Svezia è molto peggio che in Danimarca. In Svezia NESSUNO parla dei problemi dell’immigrazione, della morte del progetto multiculturale o dell’islamizzazione/arabizzazione dell’Europa. Se lo fai sarai subito apostrofato come razzista, islamofobo o nazi. Questo è il mondo in cui sono stata chiamata fin da quando ho fondato la Free Press Society in Svezia. Il mio nome è stato infangato su grandi testate come Sydsvenskan, Svenska Dagbladet, e persino dal mio giornale sindacale, The Journalist.

Quindi ho bisogno che tutti voi siate la mia Glinda, la Strega Buona del Nord, e mi aiutate a ritrovare la mia casa! Non penso che funzionerà battere i talloni delle mie pantofole di rubino tre volte come Dorothy ha fatto per risvegliarsi nella sua camera da letto nel Kansas. Ma se supportate Dispatch iscrivendovi o diventando un azionista, o anche solo donandoci denaro, mi porterete un passo più vicino a casa. Alla Svezia com’era una volta, la Svezia che rivoglio indietro.

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CHE COSA POSSIAMO IMPARARE DAL GIAPPONE

Edoardo Gagliardi

Sarebbe un errore pensare che solo l’Occidente sia in pericolo estinzione per quanto concerne la propria identità etnica, razziale e culturale. Anche l’Asia è finita sotto il mirino degli immigrazionisti che, seppur in misura minore rispetto all’Occidente, non mancano mai di sottolineare come ad esempio il Giappone abbia bisogno di una bella iniezione di immigrati, perché “la popolazione giapponese invecchia”. Non si fermeranno fino a quando non avranno portato a compimento il loro progetto, quello cioè di multiculturalizzare anche il Paese nipponico.

In questo articolo si tenterà di fare due cose: 1) mostrare al lettore che le preoccupazioni degli immigrazionisti sono infondate e 2) che noi Occidentali potremmo imparare davvero molto dalla storia del Giappone e di come esso si sia comportato nei riguardi dell’immigrazione e influenze straniere.

La popolazione totale del Giappone è stimata intorno ai 126 milioni (previsione aprile 2020)1, per una superficie di 377.975 km², nello specifico 343 ab./km². Considerando questi numeri non si può certo dire che la popolazione del Giappone sia poca, anzi, forse potrebbe apparire anche troppa vista la densità abitativa. Ora, se anche il Paese dovesse perdere qualche milione di abitanti, questo non comporterebbe nessun problema e non significherebbe nemmeno che vi sia la necessità di importare milioni di allogeni.

Ma guardiamo alla storia del Giappone, anche per comprendere come si possa imparare da questo Paese a gestire l’immigrazione. Gli storici occidentali imbevuti di marxismo culturale ignorano (volutamente) che il Giappone ha vissuto un periodo lungo oltre 250 anni, conosciuto con il nome di periodo Edo (1603-1868). Gli storici che non lo ignorano, liquidano questo periodo come uno dei momenti più bassi della civiltà giapponese, un periodo di “chiusura” al mondo esterno. Ebbene, se di chiusura si può parlare, bisogna dirlo forte: mai periodo fu più fecondo e prezioso per un popolo come quello Edo in Giappone.

In questo periodo non solo vi fu una fioritura culturale mai vista prima, ma si contribuì alla costruzione dell’identità nazionale. Il Giappone del periodo Edo chiuse le porte a tutte quelle forze politiche, economiche, culturali che volevano penetrare nel Paese per colonizzarlo, svuotarlo dall’interno. Se non si fosse avuto il periodo Edo, noi oggi probabilmente conosceremmo un Giappone diverso, nell’anima e nello spirito. Per usare un linguaggio occidentale si potrebbe dire che il Giappone ha adottato un saggo isolazionismo e protezionismo, non solo economico e politico, ma anche – e soprattutto – etnico-razziale. Questo non vuol dire affatto che gli stranieri non erano ammessi in Giappone, lo erano nella misura in cui il Giappone decideva che lo potevano essere. In altre parole, l’ingresso nel Paese era fortemente regolato e ristretto, ed era vietata qualsiasi libertà di movimento al suo interno.

Il popolo per formarsi ha bisogno di tempo e, nella sua fase di crescita ha bisogno di costruire un’identità che poi sarà alla base della formazione di una comunità, sia essa statale o nazionale. Il periodo Edo corrisponde ad un’età in cui il Giappone si andava formando come popolo e come identità nazionale, ed è per questo che i giapponesi intelligentemente compresero come la necessità di isolarsi fosse il prerequisito fondamentale. Il popolo al posto dell’economia; la costruzione dell’identità etnico-razziale al posto dell’estinzione multiculturale.

Il termine giapponese per indicare la chiusura al mondo esterno e la politica intrapresa nel periodo Edo è Sakoku (Paese chiuso). Come già detto, le influenze esterne, politiche, religiose ed economiche vennero quasi completamente annullate. Il Sakoku ci dimostra una grande verità: per preservare un popolo e costruire l’identità di una nazione l’isolamento è una fase necessaria, soprattutto quando il Paese è ancora in una fase embrionale, di costruzione della propria identità politica, culturale e spirituale. Nel mondo contemporaneo l’educazione e la propaganda inculcano l’esatto opposto: l’apertura e il mescolamento sono la via principale per lo sviluppo di un popolo e di una nazione. I fatti parlano più forte della propaganda: il giappone è rimasto giapponese, il mondo occidentale sta scomparendo, come popoli, come culture, come identità storica e politica. Per quanto tempo ancora vogliamo ignorare la realtà? E soprattutto, non sarebbe il caso, come europei, di guardare a modelli costruttivi di società anziché a modelli distruttivi?

Una delle più grandi operazioni culturali del periodo fu il Kokugaku, ovvero lo “studio nazionale”. Ci si accorse che vi era tutto un patrimonio di letteratura antica, leggende, miti, folklore, da riscoprire. Grazie ad esso si poteva costruire la nazione e l’identità di popolo. Questo movimento di riscoperta partiva da un presupposto basilare: ristabilire la purezza giapponese, il vero spirito del Giappone, non intaccato da influenze straniere.

In questo modo la cultura giapponese avrebbe acquistato una sua centralità nella costruzione dell’identità etnico-razziale. Infatti giapponese non è semplicemente colui che conosce la lingua, i costumi e che vive in Giappone, ma è colui che ha un legame di sangue con il resto della comunità, in maniera orizzontale e verticale: il vertice sta negli antichi, nella sorgente sacra da dove tutto nasce e scorre. Preservare la purezza significa conservare il legame con l’antichità. Si capisce allora il perché dell’isolazionismo giapponese.

Non ci si faccia ingannare, la fine del periodo Edo, non significa che il Giappone si apra completamente al mondo. Qui entra in gioco un altro modo di fare che l’Occidente dovrebbe imparare: il Giappone apprendeva dal mondo, ma rielaborava a modo suo, filtrando gli insegnamenti e le influenze del mondo attraverso il proprio sistema di valori e la propria visione del mondo. Questa peculiarità ha permesso al Giappone, pur distrutto dal II conflitto mondiale, di diventare una potenza mondiale.

Nel XX secolo il Giappone è divenuto una potenza militare e politica prima e poi, risorto dalle ceneri della guerra, ha saputo riconquistare un posto nel mondo delle potenze che contano. Ed è per questo che il visitatore occidentale si trova a volte spiazzato nel vedere come in terra nipponica si trovino le più moderne tecnologie accanto a tradizioni spirituali e di popoli antichissimi, ancora fortemente sentite dalle persone. Ma se questo è possibile, se l’economia, il consumismo (che pure esiste), l’immigrazionismo, non hanno (ancora) distrutto il Giappone, lo si deve anche – e forse soprattutto – al fatto che il Paese ha saputo mantenere per secoli l’omogeneità etnica e razziale. Mantenendo ferma quella, i sistemi politici ed economici sono potuti anche mutare, ma ciò non ha estinto il popolo.

Lo sanno bene gli immigrazionisti, che infatti battono sulla teoria dell’invecchiamento della popolazione per far digerire ai giapponesi milioni di immigrati sul proprio territorio. Che la saggezza della loro storia non li abbandoni ai tentacoli di questo pensiero velenoso!

In Occidente poi si tace colpevolmente sul fatto che, appunto, il Giappone ha saputo creare dal nulla una potenza economica senza importare un migrante di troppo (quelli che ci sono sono per la maggior parte coreani e cinesi). Ci viene detto che un Paese non può crescere senza l’apporto dei migranti, niente di più falso. Non solo il Giappone è cresciuto, ma è anche sopravvissuto. Avesse scelto un’altra strada oggi avremmo un Brasile al posto del Giappone.

Gli occidentali, in particolare un certo tipo di europei e statunitensi, dovrebbero anche comprendere che per un giapponese il termine etnia e razza non creano un senso di repulsione. Al contrario questi termini sono associati alla comunità. Quando si elogia il rigore, il rispetto per le regole, l’ordine della società giapponese, si ignora il fatto che questi elementi sono esattamente il frutto di una comunità compatta e coesa, che l’omogeneità etnico-razziale contribuisce a formare. Laddove manca questa omogeneità le energia di un popolo si perdono per affrontare i continui scontri con altre comunità, nella speranza di un’integrazione/assimilazione che non avverrà mai.

Sentirsi parte di un’identità etnico-razziale determinata è una caratteristica che va al di là delle formazioni politiche e delle scelte spirituali, è qualcosa di prepolitico e prespirituale.

Oggi, nel XXI secolo, il Giappone sta dimostrando ancora una volta la propria volontà di preservare l’identità del suo popolo. Basti soltanto raccontare di come in Giappone si stanno introducendo dei robot per accudire le persone anziane. Non quindi colf e badanti a migliaia, ma robot che sono prodotti in Giappone, progettati e assemblati da giapponesi. Invece di importare immigrati, si punta sulla tecnologia che offre lavoro ai locali. Esattamente l’opposto delle politiche che si mettono in atto in Europa. Il tasso di disoccupazione in Giappone è al 2,5%2, nell’area Euro è del 7,4%3, inondata da immigranti spesso non qualificati provenienti dall’Africa e dal Medioriente. Di qui la questione, davvero al Giappone servono altri milioni di abitanti? Innanzitutto se si volesse, basterebbe applicare serie politiche per stimolare la natalità, ma al netto di tutto questo, la domanda è: a che serve aumentare la popolazione se non è autoctona? Se ha perso completamente la propria identità etnica e razziale? Riteniamo non solo che non serva, ma sia anche controproducente. Non ci vuole molto per prendere un libro di storia, anche di quelli revisionisti, per rendersi conto che tutti gli esperimenti di società multiculturali (ovvero multietniche e multirazziali) hanno fallito. Laddove non hanno fallito mostrano profonde ferite dovute alle costanti tensioni tra le comunità costrette a vivere sullo stesso territorio.

Bisogna certamente essere sanamente realisti ed evidenziare due cose: 1) il Giappone non merita affatto apologie, non è un Paese senza problemi, tuttavia il fatto che abbia alcuni problemi non vuol dire che abbia i problemi che affliggono l’Europa. L’estinzione dei popoli europei è in atto, quella del popolo giapponese ancora no. Questo ci fa comprendere già come da quel popolo si può imparare molto. 2) I popoli sono composti da un aspetto biologico e uno culturale, uniti insieme a formare un’unità bioculturale che è alla base della differenziazione con altri popoli. Con questo si vuole dire che non si può semplicemente prendere un modello di popolo e calarlo dall’alto su un altro. Non funzionerebbe. Quello che si può fare però è iniziare a costruire un modello di società e di popolo basato su alti valori e questi valori possono venire anche da altre tradizioni, altre storie nazionali, per poi essere adattati e riapplicati. Si tratta di un processo che prende tempo, richiede sforzo ed energie, il tempo non è molto, ma l’obiettivo è la salvezza e il rilancio di quello che rimane dei popoli europei e della loro identità etnico-razziale.

1 https://www.stat.go.jp/english/data/jinsui/tsuki/index.html

2 https://www.stat.go.jp/english/data/roudou/results/month/index.html

3 https://www.statista.com/statistics/268830/unemployment-rate-in-eu-countries/

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STORIA E DECLINO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA

Riccardo Tennenini e Nicola Sgueo

Recensione del libro in due volumi “Il tramonto dell’Europa” e “Il tramonto degli Stati Uniti d’America”.

Le proteste dei Black Lives Matter scaturite dalla morte di George Floyd hanno assunto una portata globale, mostrando al mondo l’utopia del modello multiculturale proiettato verso l’abisso tra tensioni etniche, e meccanismi di mercato. A questo punto c’è da farsi una domanda che cosa accade al “mondo bianco”? Afflitto dal declino demografico e sottoposto e immigrazione di massa dal Terzo Mondo, l’Occidente si avvia al tramonto della propria civiltà. Tra “white guilt”, inginocchiamenti di massa con il pugno alzato, blackwashing della storia europea, cancel culture, il “mondo bianco” diventa sempre più una civiltà fantasma. Questo saggio affronta il suo declino alla radice, riportando ciò che i mass-media mainstream non dicono: un viaggio nell’Europa che verrà, dove alla disgregazione delle identità si accompagna la terzomondizzazione del Continente.

GLI STATI UNITI SARANNO “UNA MINORANZA BIANCA” GIA’ NEL 2045

William H. Frey

La giovinezza delle minoranze sarà il motore della futura crescita.

Fonte: Brookings

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Nuovi censimenti ribadiscono l’importanza delle minoranze razziali come primario motore demografico della futura crescita della Nazione, dinanzi al prossimo declino di una popolazione bianca sempre più vecchia, e dalla crescita sempre più lenta. Le più recenti statistiche, infatti, prospettano che gli Stati Uniti vedranno una “minoranza bianca” già dal 2045. Nel corso di quell’anno, i bianchi comporranno il 49,7% della popolazione, in contrasto con il 24,6% di ispanici, il 13,1% di neri, il 7,9% di asiatici, ed il 3,8 di individui di razza mista.

Tale spostamento di equilibri è il risultato di due differenti tendenze. In primis, fra il 2018 ed il 2060 le combinate minoranze razziali continueranno ad aumentare, crescendo di 74 punti percentuali. In secondo luogo, durante questo lasso di tempo, la sempre più vecchia popolazione bianca vedrà per il 2024 un modesto aumento immediato, seguito da un declino a lungo termine sino almeno al 2060, conseguenza di un tasso di mortalità inferiore a quello di natalità.

Fra le diverse minoranze, la maggiore crescita andrà a registrarsi fra individui di razza mista, asiatici ed ispanici, con tassi di crescita fra il 2018 ed il 2060 ammontanti rispettivamente al 176%, 93% ed 86%. L’origine di tale crescita demografica varia rispetto ai differenti gruppi. Per esempio, l’immigrazione contribuisce ad un terzo dell’incremento ispanico, con i rimanenti due terzi attribuibili all’aumento naturale (le nascite che superano le morti). Nel caso degli asiatici, l’immigrazione è legata a tre quarti della prevista crescita numerica.

Queste nuove previsioni differiscono da quelle precedentemente rilasciate nel 2014. Queste ultime collocavano l’avvento della minoranza bianca nel 2044, a causa di un’immigrazione presuntivamente più estesa ed in una più elevata crescita supposta per diversi gruppi razziali. Anche l’incremento nazionale stesso si attestava su livelli superiori nelle previsioni del 2014; si riteneva infatti che gli Stati Uniti avrebbero raggiunto una popolazione di 400 milioni nell’anno 2051, rispetto alle nuove previsioni che spostano tale traguardo avanti di sette anni, fino al 2058.

Dal momento che le minoranze nel loro insieme sono più giovani della popolazione bianca, il punto di svolta arriverà prima per i gruppi di età più giovane. Come mostrato nel terzo grafico, le nuove previsioni indicano che, per i giovani minori di 18 anni di età – la cosiddetta popolazione “post-millennial” – le minoranze supereranno quantitativamente i bianchi già nel 2020. Nella fascia di età compresa fra i 18 ed i 29 anni – i componenti più giovani dell’elettorato e della forza lavoro – la svolta si verificherà nel 2027.

Il verificarsi di questi punti di svolta è previsto soltanto per una fase successiva nel caso delle fasce di età più anziane, con ciò significando che i sessantenni e gli ultra-sessantenni rimarranno a maggioranza bianca anche dopo il 2060. La motivazione di questa differente evoluzione del fenomeno è riconducibile nel breve periodo al persistere dell’influenza del largamente bianco baby boom. Infatti, negli anni che decorrono fra il 2018 ed il 2060, l’unico gruppo di età della popolazione bianca a non subire riduzioni quantitative è proprio quello dei sessantenni e degli ultra-sessantenni, un gruppo che – nel suo complesso – seguita a crescere più rapidamente di ogni altro.

In tutta evidenza, è l’incremento delle giovani e fresche minoranze – attribuibile ad una combinazione di fattori, dall’immigrazione passata e presente al più elevato tasso di natalità fra i più giovani – ad impedire al Paese di invecchiare ancora più velocemente.

Il grafico 4 mostra chiaramente quanto le minoranze diverranno parte preponderante della gioventù americana attraverso il 2060. Allora, i censimenti prospettano che i bianchi costituiranno solamente il 36 % della popolazione di età inferiore ai 18 anni, con gli ispanici attestantisi intorno al 32%. Tali dati contrastano drasticamente con il contributo delle minoranze alla popolazione più anziana, che quantomeno per la sua metà continuerà saldamente a rimanere bianca.

Dal momento che le minoranze razziali costituiranno lo stimolo principale alla crescita della popolazione giovane nel Paese nel corso dei prossimi 42 anni, esse contribuiranno anche a decelerare drasticamente l’invecchiamento della Nazione. Già sin dal 2018, si conteranno fra i bianchi più vecchi che bambini e più decessi che nascite, stando alle attuali stime. Le dinamiche nell’ambito delle combinate minoranze, invece, si manterranno assai differenti fra il 2018 ed il 2060.

Le minoranze costituiranno – nel futuro che ci è dato di intravedere – la scaturigine di tutta la crescita della fetta più giovane della Nazione e della sua forza lavoro, come anche di gran parte di quella dell’elettorato, e di buona parte di quella del bacino dei consumatori e dei contribuenti. Pertanto, la sempre più rapidamente crescente popolazione anziana – largamente bianca – sarà sempre più dipendente dai contributi delle minoranze, sia dal punto di vista economico che assistenziale. Ciò suggerisce più che mai la necessità di persistenti investimenti nella giovane popolazione multirazziale del Paese, laddove il continuo invecchiamento della popolazione stessa appare, in caso contrario, un fenomeno non altrimenti contrastabile.

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SEMINARISTI BRITANNICI AFFERMANO DI VERGOGNARSI E SENTIRE IL “PESO” DELLA COLPA PER ESSERE BIANCHI.

Jack Montgomery

SESSIONI DI AUTOCRITICA: PARTECIPANTI AD UN SEMINARIO ORGANIZZATO DAL SISTEMA SANITARIO BRITANNICO ACCUSANO CON “VERGOGNA” E “SENSO DI COLPA” IL “ PESO” DEL PROPRIO ESSERE BIANCHI.

Fonte: Breitbart

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Un video recentemente emerso relativo ad un seminario organizzato dal Servizio Sanitario Nazionale britannico sul “problema” di “essere bianchi” mostra una discussione al termine della prolusione evolversi in qualcosa di assai simile a una sessione di autocritica di stampo maoista, con tanto di testimonianze dei partecipanti bianchi riguardanti la propria “white-guilt” e gli sforzi compiuti per liberarsi dal “peso” di essere bianchi.

Il Tavistock and Portman National Health Service Foundation Trust, meglio noto per essere, nell’ambito del sistema sanitario statale britannico, uno degli enti principali nel settore delle pratiche di cambiamento di sesso in pazienti minorenni, ha inaugurato in Novembre il seminario virtuale “Whiteness – a problem for our time”, ripetendo tale seminario il successivo 14 Gennaio, dopo che la prima data aveva visto prendervi parte il notevole numero di 700 iscritti.

La fondazione ha postato lunedì, sul proprio canale YouTube, un video integrale del seminario di Gennaio, inclusa una discussione successiva alla prolusione principale nella quale i partecipanti bianchi, la maggior parte dei quali apparivano essere a vario titolo afferenti al campo della psicoterapia, venivano esortati dall’oratrice Helen Morgan a confrontarsi con il proprio “privilegio interiorizzato”, ottenendone in risposta vere e proprie auto-accuse.

Nel video è possibile osservare un oratore venire elogiato per aver rivelato di aver provato “paura” nel dover lavorare con due individui di origine afro-caraibica, ciò nonostante le obiezioni a lui successivamente rivolte da una donna nera per aver utilizzato il termine “afro-caraibici” invece di un probabilmente più corretto “caraibici di origine africana”.

Un altro oratore, invece, confessa di aver provato a ridurre la supposta sperequazione di potere fra lui stesso ed i colleghi di colore chiedendo loro, ad esempio: “Io sono un uomo bianco, e tu una donna nera: è tutto OK per te? Pensi che saremo in grado di collaborare?”

Noi bianchi, in quanto bianchi… dobbiamo lavorare su noi stessi”, afferma un altro partecipante, rammaricandosi che un numero maggiore di bianchi ancora non si risolvano a farsi avanti per sottolineare quanto sia importante che i bianchi stessi “condividano le proprie esperienze ed il proprio razzismo”.

Mi vergogno così tanto, mi sento così colpevole di essere una sudafricana bianca”, ammette una donna particolarmente provata a livello emotivo, rivelando di aver deciso di lavorare per l’African National Congress (ANC) nella propria madrepatria considerandolo una via per “liberarsi dell’opprimente peso della propria bianchezza”, e di essersi “rifiutata di socializzare” con altri sudafricani dopo essersi trasferita nel Regno Unito.

Nel prosieguo del video, vediamo la medesima partecipante rassicurare gli altri iscritti di stare adesso lavorando per “riconoscere” le conseguenze del proprio essere bianca, rivelando comunque non aver senso “sentirsi in colpa per essere bianchi se non si fa poi niente per agire in concreto su ciò che questo comporta”.

Andrew Cooper, responsabile del seminario e membro della fondazione Tavistock, nel corso del suo intervento è chiarissimo nell’individuare nel movimento Black Lives Matter le ragioni ispiratrici del seminario stesso, palesemente su base razziale, e l’oratrice Helen Morgan si mostra altrettanto adamantina nel definire quali siano i destinatari dell’iniziativa e cosa si aspetti da essi, spiegando che “persino noi che ci auto-definiamo bianchi progressisti” ancora seguitiamo ad essere razzisti, “seppur in modo gentile”.

Come prova esemplare del persistente privilegio razziale dei bianchi, vediamo Morgan evidenziare come siano ben più numerose le donne nere che muoiono durante dando alla luce i propri figli rispetto alle partorienti bianche, anche se, denota la stessa Morgan, “la razza è un concetto costruito a tavolino assolutamente privo di fondamenti biologici.”

Con parole nette, Helen Morgan chiarisce però che la “whiteness” è comunque ancora qualcosa di sin troppo reale, anche se la cosiddetta “colour-blindness”, l’approccio che vorrebbe postulare una totale indifferenza relativamente alla questione razziale, non solo si mostra come una soluzione inadeguata, bensì un attivamente nocivo meccanismo difensivo di quello stesso privilegio bianco che a parole si suppone di combattere.

Nel corso del video, ad esempio, ci è possibile ascoltare una donna, presentatasi come un membro del consiglio direttivo dell’organizzazione di psicoterapia a cui appartiene, concordare come la “colour-blindness” di alcune pratiche di formazione sia qualcosa di “decisamente spaventoso, addirittura quasi letale”, poiché costringe le minoranze etniche a sentirsi “maltrattate” e “traumatizzate”, non riconoscendo fenomeni quali le “micro-aggressioni”, da esse regolarmente subite.

Il Tavistock and Portman National Health Service Foundation Trust ha organizzato entrambi i seminari con il patrocinio della British Psychotherapy Foundation, del British Psychoanalytic Council, e della Società di Psicoterapia di Tavistock.

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PER UN APPROCCIO REALISTICO ALL’IMMIGRAZIONE

Edoardo Gagliardi

Quando si parla di immigrazione lo si fa in maniera errata. L’errore deriva sostanzialmente dall’approccio istintivo e sentimentale alla questione. Da un lato vi sono quelli che vorrebbero l’apertura di ogni confine, l’annullamento di ogni differenza, il meticciato mondiale. Dall’altro quelli che, credendo di opporsi ai primi, vorrebbero “sparare” sulle carrette del mare per fermare l’immigrazione. Inutile dire che entrambe le impostazioni sono sbagliate e controproducenti. Lo sono perché non puntano ad affrontare il problema nella sua totalità, al contrario si basano su una visione istintuale della questione.

Quello che si vuole proporre in questo capitolo è invece un approccio che chiameremo realistico all’immigrazione. In molti Paesi il nodo della questione non è solo come impedire l’arrivo in massa di milioni di allogeni, ma anche il modo in cui gestire la questione degli allogeni già presenti all’interno di quei Paesi. Dobbiamo immaginare che una comunità umana assomiglia in molti aspetti ad un organismo, un corpo che funziona in maniera armoniosa e con regole sue proprie. Che cosa accade quando all’interno di un organismo è presente un corpo estraneo? In molti casi l’organismo si ammala. Vi è dunque la necessità di ridurre e rimuovere la causa dello stato patologico.

Ora, i modi per raggiungere tale obiettivo sono sostanzialmente due: 1) l’eliminazione e 2) la segregazione. Non se ne vedono altri e, se ci sono, sono il frutto di proposte dettate da un modo sentimentale di risolvere la questione. Vediamo di analizzarli entrambi in maniera più dettagliata.

L’eliminazione di un corpo allogeno può avvenire in tre modalità: A) eliminazione attraverso la distruzione; B) eliminazione attraverso l’espulsione; C) eliminazione attraverso l’assimilazione.

A) Eliminazione attraverso la distruzione. Questo metodo prevede l’annichilimento totale del corpo estraneo, la storia dell’umanità ci mostra numerosi esempi di questo approccio. Si è detto sopra che la nostra analisi ha carattere realistico, per questo motivo l’eliminazione tramite distruzione non è una via praticabile, oltre ad essere moralmente deprecabile, non tanto per ragioni religiose, quanto per motivi legati ad un rispetto intrinseco della vita umana. Oltre a questo, la distruzione non può che portare ad altra distruzione, l’assoluto contrario dell’obiettivo che ci si vuole porre: la salvaguardia dell’organismo. La motivazione che deve muovere una risoluzione concreta del problema immigrazione deve essere la protezione e la salvaguardia della comunità umana, per tale motivo uno scontro frontale non porterebbe a nulla di positivo.

B) Eliminazione tramite espulsione. In questo caso il corpo estraneo viene rimosso spingendolo il più lontano possibile dall’organismo. Il risultato finale dell’espulsione dovrà essere quindi la riduzione a significativa minoranza di un corpo estraneo, oppure alla rimozione totale del corpo estraneo dall’organismo. Torneremo più avanti su questo punto.

C) Eliminazione tramite assimilazione. Questa modalità prevede che il corpo estraneo, nel tempo, si assimili all’organismo ospitante, in modo da attenuare tutte le differenze e rendere il corpo estraneo simile a quello che ospita.

Questo approccio è supportato da molti di coloro che si propongono di risolvere il problema immigrazione evitando le derive immigrazioniste. Le problematicità dell’assimilazione si trovano nel fatto che molti elementi allogeni non si assimilano, fanno finta di assimilarsi o si assimilano in maniera molto parziale. La storia è piena di esempi in cui popoli ospiti, spesso sotto costrizione, hanno ritenuto opportuno optare per l’assimilazione, salvo poi mantenere di nascosto i propri costumi e le proprie peculiarità. Si vede quindi che questa strada non è praticabile.

Per quanto concerne la segregazione, essa si divide in due modalità: A) segregazione senza riconoscimento; B) segregazione con riconoscimento.

A) La segregazione senza riconoscimento consiste nell’isolare un corpo estraneo in una parte ben definita dell’organismo ospitante, senza però né riconoscerlo né garantire dei diritti basilari. Qui si comprende benissimo come si possa presentare il problema delle continue frizioni violente tra l’organismo e gli allogeni. La vita nell’organismo principale diverrebbe quindi impossibile e metterebbe in pericolo entrambe le comunità, tanto quella nativa che quella ospite. L’idea che si possa segregare un corpo estraneo all’interno di un organismo e, ancora di più, tenerlo soggiogato, è una chimera. Allo stesso tempo si tratta di un dispendio di energie che l’organismo utilizza per tentare di controllare e stabilizzare il corpo estraneo.

B) La segregazione con riconoscimento. Si tratta di una forma soft della segregazione sopradescritta, in cui al corpo estraneo viene garantito un riconoscimento e certi diritti, tuttavia senza che questo possa venire in contatto con l’organismo ospitante. Gli Stati Uniti fino agli anni ’60 del XX secolo hanno sperimentato questa forma di segregazionismo, ma con scarsi risultati. Il segregazionismo è una forma di maquillage che può far apparire un corpo gradevole, ma non ne elimina i problemi all’interno. Nonostante il riconoscimento ed alcuni diritti, il segregazionismo implica comunque la permanenza del corpo estraneo all’interno di quello principale. Gli allogeni segregati tenderanno sempre a voler mutare la propria condizione, a cercare di allargare il territorio a loro disposizione, con conseguenti conflitti più o meno violenti. Fatta questa breve esposizione delle modalità con cui affrontare il problema dell’immigrazione, appare evidente che l’unica soluzione auspicabile e realistica sia quella dell’espulsione. Qui però conviene rispondere ad alcune obiezioni che possono essere mosse a questo approccio e che sono certamente legittime. Il corpo estraneo espulso potrebbe ritornare a minacciare l’esistenza dell’organismo. Questo è sicuramente vero, ma spetta all’organismo dotarsi degli anticorpi teorici e pratici per scoraggiare il ritorno del corpo estraneo. Se un estraneo vuole entrare nella nostra abitazione, la prima cosa da fare è chiudere la porta principale e poi le finestre. E se tutto questo non bastasse, si potrebbe invocare l’intervento di forze che sono preposte ad impedire che estranei entrino all’interno di un’abitazione. Vi è poi la questione dei costi: l’allogeno che prova a ritornare deve pagare per spostarsi dal luogo in cui si trova a quello in cui vuole rientrare. Più elevate sono le distanze più il viaggio costa. Ad un certo punto diviene sconveniente, quando non impossibile, spostarsi. L’espulsione poi permetterebbe al corpo estraneo di allocarsi in un’area geografica – e in una dimensione antropologica – in cui vivere la propria vita, sviluppare i propri costumi, senza l’eventualità di continue frizioni con l’organismo principale. Anche in questo caso la storia è “maestra di vita”. Numerosi sono stati i casi in cui un organismo ha espulso corpi estranei dal proprio interno con un certo successo. L’errore è stato quello però di reintegrare i corpi estranei dopo qualche tempo, vanificando tutto quello fatto in precedenza. L’espulsione non può essere una scelta temporanea, al contrario essa deve essere definitiva e poggiare su un punto cardine fondamentale: la salvezza dell’organismo come priorità esistenziale e identitaria. Inquadrata in questo modo l’espulsione ha una sua ragion d’essere metapolitica oltre che semplicemente politica. Altra obiezione all’espulsione è l’argomentazione secondo la quale il corpo estraneo potrebbe continuare ad influenzare negativamente l’organismo principale anche a distanza. In una società interconnessa come quella contemporanea, in cui le comunicazioni telematiche sono addirittura più importanti di quelle reali, questo problema esiste e non lo si può negare. Ma qui ancora una volta giova ricordare che spetta all’organismo di sviluppare quegli strumenti-anticorpi per evitare influenze destabilizzanti dall’esterno. Un organismo con forti e durevoli anticorpi non solo è in grado di prevenire le patologie, ma è altrettanto in grado di irrobustire la propria identità. L’espulsione risulta quindi come una delle modalità più realistiche per affrontare l’immigrazione e le questioni da essa sollevate. Lo vogliamo chiarire: l’immigrazione va affrontata in modo realistico e razionale, senza cedimenti a sentimentalismi che, tra l’altro, non sono che strumentalizzazioni che non hanno assolutamente a cuore né i locali né gli allogeni.

L’approccio che abbiamo definito realista permette quindi di inquadrare il problema senza cedimenti all’istinto; ci aiuta altresì a capire quale metodo può essere più efficace per garantire ad una comunità la propria sopravvivenza come organismo specifico. Qui però si pone un problema di natura anche politica: non possiamo aspettarci nessun passo in avanti, nessuna prospettiva realista all’immigrazione con i regimi liberali e progressisti al potere da un lato e le forze conservatrici e populiste dall’altro, che spesso fanno finta opposizione. Entrambi si dimostrano incapaci di affrontare il problema per varie ragioni, alcune delle quali sono:

  • Negazione del problema.
  • Sottovalutazione del problema.
  • Non volontà di affrontare il problema
  • Strumentalizzazione del problema

L’aspetto più perverso è senza dubbio la strumentalizzazione del problema immigrazione. Da una parte l’immigrazionista liberale e progressista ha una precisa agenda che è quella di cancellare qualsiasi identità di popolo, rimpiazzandola con un’indefinibile mescolanza utopistica; dall’altro i conservatori e populisti strumentalizzano il malcontento della gente proponendo soluzioni buone per le campagne elettorali, ma totalmente inapplicabili una volta giunti al governo. La questione è che, per gli uni e per gli altri, l’allogeno è uno strumento per realizzare i loro fini ideologici, elettorali e di potere politico-economico. Fino a quando l’approccio all’immigrazione sarà basato su questi presupposti, non vedremo mai una chiara e realistica soluzione. Se dagli immigrazionisti ovviamente non ci si può aspettare diversamente, quello che spiace è che anche da coloro che si dicono contrari all’immigrazione non si riesce ad andare oltre gli slogan e l’uso strumentale-propagandistico della questione.

Per questo motivo noi ribadiamo l’assoluta necessità che l’immigrazione sia inquadrata innanzitutto come problema e che poi sia analizzata in maniera realistica, proprio per evitare che venga risucchiata nel grande calderone politico-mediatico della strumentalizzazione. L’immigrazione è un problema “reale” che non può essere trattato con gli strumenti della retorica. Noi ci proponiamo di parlare senza cadere nel politically correct, bisogna iniziare a mettere sul tavolo i problemi e a guardarli in faccia.

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LA FINE DI UN’ERA…PER I MASCHI BIANCHI

David Rothkopf

Cambiano i rapporti demografici, e con essi la definizione di privilegio.

Fonte: Foreign policy

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Il seguente articolo non è stato tradotto con l’intento di appoggiare ciò che scrive l’autore, ma piuttosto come articolo critico mettendo in evidenza un grave fattore, di cui nessuno sembra voler parlare e interessarsi.

L’uomo bianco ha fatto molta strada. Dall’ascesa della Grecia classica alla nascita degli imperi globali sorti in Occidente, è riuscito ad accentrare nelle proprie mani gran parte del mondo, o quantomeno ci ha provato. Un ruolo storico così imponente segue necessariamente decisioni compiute dal capoccia bianco di turno, assecondando null’altro che la propria volontà. Diversi fattori hanno contribuito a rendere il momento presente uno spartiacque nella storia globale. Innanzitutto, la crescita del cosiddetto mondo emergente, con particolare attenzione alle economie e alle società asiatiche. Laddove il pianeta ha sempre ospitato grandi civiltà non bianche, tali sistemi sociali sono sopravvissuti vivacchiando in un flusso e riflusso di importanza relativa. Oggi, invece, la crescita di queste società – segnatamente Cina e India – è di chiarezza cristallina, ed altrettanto lo è quella di altre grandi e floride culture medio-orientali e africane, grazie a riforme politico-economiche, a progressi scientifici e tecnologici, ed all’avvento del mondo interconnesso.

In più, millenni di repressione dei diritti delle donne si apprestano a terminare. Non in modo sufficientemente rapido, senz’altro, e non ovunque, ma in gran parte del mondo occidentale aree un tempo dominate dal potere maschile sono popolate da un numero di donne mai visto prima, e fortunatamente questo trend non mostra segni di un imminente cambiamento di verso. Ad ogni latitudine, inoltre, sempre più donne si accingono a mettere altre donne – comprese giovani e giovanissime – ad assumere ruoli di avanguardia nel campo delle tecnologie digitali. Per metterla semplice: sembra essere adesso opinione comune che nessuna società possa prosperare se non riesce a valorizzare al meglio le risorse intellettuali, economiche, creative, spirituali dell’intera sua popolazione.

Infine, grazie alla rivoluzione degli spostamenti occorsa nel secolo passato, flussi di rifugiati e migranti di ogni genere hanno modificato i rapporti demografici delle società e, fatte salve contestazioni ed altre situazioni di disagio, si sono dimostrati essenziali nel combattere determinati trend, quali l’invecchiamento, che hanno messo a repentaglio la sopravvivenza stessa di diverse società avanzate.

Diseguaglianze, ingiustizie e, per dirla francamente, un vero e proprio affaticamento delle energie sociali hanno condotto le popolazioni verso scelte differenti. Ancora, le medesime società che hanno procurato all’uomo bianco la sua massima influenza nel mondo – Europa e Stati Uniti – si trovano a condurre lotte cruciali al fine di mantenere intatta la stessa propria rilevanza globale. Le problematiche economiche picchiano duro su di esse, e le divisioni politiche costituiscono un innegabile ostacolo alla loro crescita e capacità di agire. Come la Storia ha insegnato, è assai complesso mantenere la vetta a tempo indeterminato.

Il risultato dei menzionati processi altro non può essere che un profondo cambiamento dello status quo stabilizzatosi nei passati millenni. Soltanto in Europa, l’afflusso di migranti e rifugiati sta già dando luogo a cambiamenti demografici irreversibili, producendo un esteso mescolarsi di culture diverse.

Per la metà di questo secolo, negli Stati Uniti, si prevede un cambiamento di maggioranza nel complesso della popolazione, maggioranza che, a detta dei demografi, diverrà non-bianca. Per allora, l’Europa avrà già accolto numeri massivi di immigrati dall’Africa e dal Medio-Oriente, così come dall’Asia, ed entro il 2050, si stima, toccherà ai maschi bianchi esser relegati nella categoria “altro” sui formulari dei censimenti.

Nei fatti, sarà l’idea stessa di “altro” a subire le maggiori variazioni di significato. Attualmente scottante argomento di dibattito, la diversità negativa è stata utilizzata come un utile stratagemma per spargere allarmismi sul conto di migranti, immigrati e rifugiati – un approccio, questo, naturalmente radicato nell’ignoranza e nell’intolleranza. (Gli attacchi al primo presidente nero degli Stati Uniti d’America hanno del resto avuto origini similari, e si sono mostrati egualmente riprovevoli.) Sia che la supposta minaccia sia associata all’Islam o all’estremismo, sia che faccia leva sulle competizioni economiche interne ad un dato Paese, la verità è che le paure che sono andate diffondendosi hanno soverchiato di molto la realtà dei fatti.

Uno psicoterapeuta che conoscevo, una volta ha detto che se una reazione è sproporzionata rispetto alla presunta causa che la provocherebbe, allora un pezzo dell’intera storia alla sua base è stato omesso. In questo caso, i politici che in Europa ed in America che senza tregua sputano bile nazionalista e rinfocolano le fiamme del furore xenofobo si appoggiano sul crescente, seppur inconscio, riconoscimento culturale del fatto che le lancette corrano per quella che un tempo è stata la classe etnica più privilegiata al mondo.

Ovviamente, la mobilità umana non deve essere combattuta, bensì accolta. Mentre l’appartenenza ad una determinata comunità si situa nel nostro DNA per ragioni legate alle unità sociali di sopravvivenza dei nostri più antichi antenati, la lunga storia della civilizzazione e del progresso si basa proprio sul mescolarsi e rimescolarsi delle suddette unità sociali.
Ci si presentano, dunque, due fondamentali lezioni da apprendere. La prima è che, stante il fatto che la civiltà ci appare oggi assai più sicura, felice, ricca, consapevole ed in salute di quanto sia mai stata, sembra che l’apporto della condivisione di idee, culture e valori sia stato completamente positivo. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, è la loro stessa storia a parlare: a partire dal XVIII secolo, nuovi gruppi hanno fatto il loro ingresso nel Paese, e sono stati fatti oggetto di resistenze e risentimenti – irlandesi, italiani, est-europei, ebrei, quello che si vuole. Nonostante ciò, con il tempo ogni gruppo ha saputo apportare grandi contributi agli Stati Uniti, un Paese divenuto sempre più forte ad ogni ondata di nuovo sangue e nuove idee.

La seconda lezione è che un’alternativa ad “altro” esiste, ed è “tutto”. Piuttosto che focalizzarci sulle nostre differenze come i nostri leader politici più meschini e pericolosi hanno fatto, i nuovi leader di questa nuova era sapranno distinguersi concentrandosi non soltanto sulla diversità sociale che rende grandi le Nazioni, ma ma sugli autentici e stupefacenti benefici della diversità che già vive all’interno di tutti noi.

Laddove nazionalisti, suprematisti bianchi, ed idioti assortiti che a orde li seguono hanno sparso semi di divisione sulla scia dei rinnovati flussi umani attraverso i confini, la tragica ironia consiste nel fatto che costoro, in pratica, hanno finito per abbracciare precisamente il medesimo tipo di intolleranza che costituisce il marchio di fabbrica dei loro nemici giurati.

Ciò di cui abbiamo bisogno sono invece uomini e donne disposti ad alzarsi ed a proclamare: “No, vi sbagliate. La diversità non è una minaccia, è la risposta.”

È stata infatti la diversità a rendere grande l’America ed ogni altra società multiculturale. Già, proprio così: neppure per un misero minuto dovremmo piangere la fine dell’era del maschio bianco, in quanto sussiste una speranza, un barlume di speranza almeno, che oltre le sue ceneri si approssimi finalmente la tanto attesa era del “tutto.”

GLI ULTIMI GIORNI DEL MONDO BIANCO

Al cospetto di uno spartiacque globale: la fine della maggioranza bianca nel mondo sviluppato. Gran Bretagna inclusa.

Anthony Browne

Fonte: The Guardian

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Una notizia, sì, ma fino ad un certo punto; il traguardo più significativo nell’ambito di uno dei cambiamenti più profondi concernenti il volto degli Stati Uniti nel secolo passato, ma tutto sommato un non-evento, latore di sorpresa e sconcerto. La scorsa settimana, l’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti d’America ha pubblicato una serie di cifre relative alla popolazione bianca non ispanica in California, che è risultata ammontare al 49,8% della popolazione dell’intero Stato.

I bianchi anglo-sassoni costituiscono già la minoranza numerica nello Stato delle Hawaii e nel Distretto di Columbia. Adesso, anche nello Stato più densamente popolato del Paese, Stato un tempo identificato con l’American Dream, la maggioranza etnica bianca rappresenta ormai un ricordo.

Mi auguro vivamente che la diversità del nostro Stato sia per tutti motivo di esultanza, e non di rammarico”, afferma Greg Bustamante, vice-governatore della California di etnia latino-americana. Robert Newby, un negoziante bianco residente a Los Angeles da 40 anni, fa proprio un tale ottimismo: “Ciò conferma ciò che la maggior parte di noi ha pensato per anni. Sono felice che ci siano più immigrati, che nell’insieme lavorano più duramente, ed hanno più denaro da spendere.”

Fino al 1970, otto californiani su dieci erano bianchi. Sull’onda di un’immigrazione che ha toccato i suoi tassi più alti dall’inizio del secolo scorso, e da più elevati tassi di fertilità, la popolazione di asiatici e latino-americani in California è cresciuta di quasi un terzo dal 1990. Allo stesso tempo, a causa di una limitata immigrazione e di poche nascite, la popolazione di bianchi non ispanici è calata di tre punti percentuali. Entro il 2040, è lecito aspettarsi che gli ispanici divengano la maggioranza assoluta nello Stato.

Il resto degli Stati Uniti, nel dispiegarsi di tali dinamiche, ci si aspetta che segua le orme della California. Mentre scriviamo, il 72 % della popolazione statunitense è composta da bianchi non ispanici; l’Ufficio per il Censimento prevede che essi diventeranno la minoranza fra il 2055 ed il 2060.

Non tutti apprezzano il nuovo volto dell’America. Estremisti bianchi di estrema destra non temono di preannunciare addirittura lo sgretolarsi dell’Unione. Thomas W. Chittum, un veterano del Vietnam residente in New Jersey, nel suo libro Civil War Two scrive che gli Stati Uniti si scomporranno in vari etno-stati, similmente a quanto già accaduto in Jugoslavia. “L’America è nata nel sangue, ha succhiato sangue, di sangue si è ingozzata divenendo un gigante, ed annegata nel sangue vedrà la sua fine”, questo il drammatico avvertimento di Chittum.

I militanti separatisti hanno già iniziato a costituire gruppi organizzati, quale quello denominato Americans for Self-Determination. Uno dei fondatori, Jeff Anderson, ha dichiarato: “Il nostro suggerimento è una ripartizione degli Stati Uniti in entità statali apposite per bianchi, neri, ispanici, e così via, oltre ad altri staterelli multi-razziali destinati a coloro che desiderassero proseguire con la convivenza fra razze diverse. E’ giunta l’ora di iniziare seriamente a parlare di separatismo su base razziale, prima che scoppi una vera e propria tempesta di conflitti fra razze.”

Le sabbie mobili della realtà americana riflettono cambiamenti più ampi – ed assai controversi – già verificatisi altrove nel mondo. E’, questa, un’area di speculazione in cui pochi demografi si azzardano ad addentrarsi, nel timore di essere accusati di razzismo. “Non posso autorizzarti a citarmi: una parola fuori posto, e verrei smerdato alla grandissima”, ci ha confidato un accademico. “Qualunque cosa tu dica, verrai sempre tacciato di razzismo.”

Lo scorso millennio è stato davvero, più di ogni altra cosa, l’era dei bianchi. Solo 500 anni fa, in pochi avevano osato avventurarsi fuori dalla comune patria Europea. Quindi, con l’ausilio di numerosi genocidi a spianare la strada, uomini Europei si installarono in Nord America, Sud America, Australia, Nuova Zelanda, e – seppur in minor parte – in Sudafrica.

Adesso, però, ovunque i bianchi si trovino nel mondo, la fetta di popolazione a loro relativa si sta sempre più assottigliando rispetto al totale. Le Nazioni Unite radunano e pubblicano un vasto novero di statistiche sulle popolazioni, ma nessuna di essere riflette il punto di vista dell’origine etnica o razziale. Certamente su questo influisce il fatto che solo pochi Paesi raccolgano dati relativi all’etnia – in Europa, segnatamente, soltanto la Gran Bretagna ed i Paesi Bassi.

Ad ogni modo, lo Stato della Popolazione Mondiale prodotto dalle Nazioni Unite per l’anno 1999 predisse che entro il 2025 il 98% della crescita della popolazione mondiale sarebbe occorso in regioni meno sviluppate, particolarmente in Asia ed Africa. Le cause preponderanti dietro a questo fenomeno si individuano precipuamente nell’abbassarsi dei tassi di natalità delle Nazioni ricche: in 61 Paesi, perlopiù quelli a ricchezza maggiore, le nuove nascite non riescono più a rimpiazzare i decessi.

Nel suo Profilo della Popolazione Mondiale per l’anno 1998, l’Ufficio per il Censimento degli Stati Uniti d’America aveva previsto che per il secondo decennio di questo secolo l’intero aumento demografico a livello mondiale si verificherà in Paesi in via di sviluppo. “Il futuro della crescità della popolazione umana va determinandosi nelle Nazioni più povere del mondo”, vi si legge.

Il centro di gravità globale va sempre più modificandosi. Nel 1900, l’Europa deteneva un quarto della popolazione mondiale, tre volte quella dell’Africa; entro il 2050, solamente il 7% della popolazione mondiale sarà Europeo, circa un terzo di quella africana. L’invecchiamento ed il declino delle popolazioni delle Nazioni prevalentemente bianche hanno stimolato previsioni di un’immigrazione richiesta dalle latitudini più giovani ed in crescita, corrispondenti ai Paesi in via di sviluppo, al fine di colmare le lacune demografiche.

Lo scorso anno, l’immigrazione netta in Gran Bretagna ha raggiunto le 185.000 unità, un record assoluto. Il Ministro per l’Immigrazione, Barbara Roche, ha recentemente annunciato piani specifici finalizzati ad attrarre migranti per riempire determinati vuoti di competenze, come, ad esempio, nell’industria informatica.

Il mese scorso, Edmund Stoiber, primo ministro della Baviera in Germania del Sud, ha esortato i tedeschi ad avere più bambini, come alternativa privilegiata ad un’aumentata immigrazione. “Stiamo avendo troppo pochi bambini – preoccupantemente troppo pochi, ed appare sin troppo difficile rendersene conto”, ha dichiarato. I suoi appelli hanno fatto eco a quelli di un altro politico cristiano-democratico che sempre quest’anno si è reso protagonista dell’iniziativa dall’inequivocabile nome “Bambini, non Indiani”.

In Gran Bretagna, il numero di cittadini riconducibili a minoranze etniche è cresciuto dalle poche decine di migliaia degli anni Cinquanta, agli attuali 3 milioni, corrispondenti a quasi il 6 per cento della popolazione totale. Mentre il numero dei bianchi virtualmente si mantiene statico, un superiore tasso di fertilità e di immigrazione netta ci consegnano un aumento quantitativo delle minoranze etniche stimabile intorno ai 2-3 punti percentuali annui.

Un demografo, che ha richiesto di non essere identificato nel timore di venire tacciato di razzismo, ha affermato: “E’ un fatto aritmentico che – in mancanza di determinati accadimenti – nel Regno Unito i non-Europei diverranno la maggioranza, ed i bianchi la minoranza. Ciò costituirebbe probabilmente la prima volta che una popolazione indigena ha volontariamente scelto di ridursi in minoranza nella propria patria storica.

Lee Jasper, consulente per gli affari razziali del sindaco di Londra, Ken Livingstone, ha predetto qualcosa di molto simile, spiegando al The Observer:L’Europa segue sempre ciò che accade in America, con un ritardo di 30 anni. Una minoranza bianca in alcuni Paesi Europei è uno scenario verosimile.

In Gran Bretagna, ciò è quasi sicuro che accada, ed anche in un futuro relativamente prossimo. “Al momento, le minoranze etniche compongono circa il 40 per cento della popolazione londinese. Gli andamenti demografici mostrano che la popolazione bianca diverrà una minoranza a Londra entro il 2010”, ha proseguito Jasper. “Possiamo confidare in una maggioranza di colore in Gran Bretagna per lo scavallare del nuovo secolo.

Nick Griffin, segretario del British National Party, ha dichiarato: “Non penso sussista alcun dubbio relativamente al fatto che entro questo secolo i bianchi saranno la minoranza in ogni Nazione del mondo.” Per Griffin, comunque, ciò è del tutto allarmante: “Ogni popolo sotto questo cielo ha diritto ad una propria terra sotto questo cielo, ed il diritto alla propria sopravvivenza. Se ad esser predetta fosse stata una minoranza indiana in India entro il 2100, tutti avrebbero chiamato genocidio una simile prospettiva.

Yasmin Alibhai-Brown, del Foreign Policy Centre, giunto a Londra dall’Uganda nel 1972, ha liquidato come razzisti tali timori: “Solamente i bianchi si preoccupano di questo. E’ perché per così tanto tempo il mondo è stato loro. Parlare di ciò, alimenta un particolare tipo di razzismo che vorrebbe i neri procreare come conigli. L’assunto alla base di tutto ciò è il seguente: bianco è buono.

Aggiunge ancora Alibhai-Brown: “Un vero e proprio panico bianco deflagra ogni volta che una parte del loro mondo sembra star per passare di mano. Ma è stupido aver paura di ciò. Ed anche se noialtri neri divenissimo la maggioranza? Quale sarebbe il problema?

Per Alibhai-Brown, il declino dei bianchi è una sorta di ribilanciamento in seguito al loro colonizzare gran parte del mondo. “L’impero colpisce ancora, altroché. Vigeva questa idea assurda che i bianchi potessero andare e distruggere interi popoli senza conseguenze. Mi meraviglio che ci si stupisca di quel che sta accadendo.

I presenti andamenti socio-demografici, però, ben difficilmente riequilibriranno le ingiustizie della Storia. I Nativi americani possedevano tutta la terra, e adesso ammontano a meno dell 1 % della popolazione statunitense, con ben poche chance di tornare maggioritari. La crescita maggiore si registra fra i latino-americani (perlopiù con ascendenze spagnole), e tra gli asiatici, particolarmente cinesi e filippini.

Jasper sostiene che le preoccupazioni del BNP si fondino su idee vetuste: “Il composto razziale nelle varie Nazioni cambia continuamente. In nessun modo una specifica etnia di sangue può essere legata ad un dato territorio in un mondo globale. Non puoi più guardare ad uno Stato e dire, ad esempio, che la Germania è anglosassone, e così via.

Jasper continua affermando che un simile processo di mescolanza non possa che rafforzare la Gran Bretagna. “La diversità rafforza una Nazione. La rende più brillante. Abbiamo centinaia di lingue parlate, e quando usciamo a cena, non mangiamo mai inglese, quanto piuttosto thailandese, francese o indiano. Ciò rende Londra un posto molto interessante e alla moda in cui vivere e lavorare.

Non sembra neppure verosimile che i bianchi finiscano per essere marginalizzati in termini di influenza, nonostante il loro declino quantitativo. David Owen, del Centro di Ricerca sulle Relazioni Etniche della Warwick University, spiega: “La popolazione non è mai stata il principale fattore di influenza. Casomai, in proposito, appare più adeguato enumerare la ricchezza ed il guadagno. I bianchi mantengono ancora nelle proprie mani le leve del potere militare ed economico.

Nonostante ciò, Griffin avverte che – in Germania come negli Stati Uniti – la crescita delle minoranze etniche non sarà esente da ripercussioni. “Ciò porrà la questione razziale al vertice dell’agenda politica”, ammonisce il leader del BNP.

CIò, ad ogni modo, è da ritenersi inverosimile. La Gran Bretagna conta un numero assai inferiore di episodi di razzismo e di estremismo di destra rispetto a qualunque altro Paese d’Europa. Alibhai-Brown insiste addirittura che l’aumento quantitativo delle minoranze etniche potrà aiutare a ridurre i focolai di razzismo là dove hanno luogo: “I partiti di destra crescono a Somerset, non a Brixton. L’idea che un maggior numero di neri corrisponda ad una maggiore frequenza di episodi di razzismo è scientificamente irricevibile. Più noi saremo, meno razzismo ci sarà.

Tornando in California, terra edificata dagli immigrati, Bustamante ha attribuito un riflesso positivo alla fine della maggioranza bianca: “Se non vi sono maggioranze, non vi sono neppure minoranze.” In Europa, con la sua popolazione bianca indigena vecchia di 40.000 anni, lo sviluppo di una maggioranza non bianca potrebbe non essere accolto con altrettanta equanimità.

Nel Regno Unito, il numero di persone riconducibili a minoranze etniche è cresciuto dalle poche decine di migliaia nel 1950 agli attuali oltre tre milioni.

In Italia, il tasso di natalità è così basso che, senza adeguati flussi migratori, la popolazione è destinata a diminuire di 16 milioni entro il 2050.

Il governo degli Stati Uniti prevede che i bianchi non ispanici diventeranno una minoranza nel Paese entro il 2055.

Le Nazioni Unite prevedono che il 98% della crescita della popolazione mondiale fino al 2025 avrà luogo nei Paesi in via di sviluppo.

La popolazione Europea prevedibilmente calerà di svariati punti percentuali, passando dal 25% del totale mondiale nel 1900 al 7% nel giro dei prossimi 50 anni.

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