DALLA PANDEMIA ALLO STATO BIOPOLITICO

Flavia Corso

Gli elementi di uno stato totalitario

A partire dal 2020, si sta progressivamente delineando uno scenario globale inedito. La pandemia ha infatti reso possibile ciò che, fino a pochi anni fa, si riteneva impensabile: la libertà condizionata al possesso di un “pass”, pena l’esclusione dalla società civile.

Gli elementi che hanno contribuito ad alimentare queste misure liberticide sono vari e complessi, ma esaminerò quelli che, a mio avviso, sono stati i più incisivi sul piano antropologico e su quello etico-politico.

1) La strumentalizzazione della paura.

il ruolo della paura in politica è noto e documentato. Se da un lato, la paura può avere un ruolo conoscitivo quando è ponderata e sottoposta al vaglio della ragione, il panico generalizzato non può che creare i presupposti per l’arrendevolezza e la sottomissione collettiva a chi garantisce la salvezza, a prescindere dalla forma in cui questa viene presentata.

Si tratta di una strategia manipolativa che fa leva su quella tipologia di paura che non viene filtrata dai processi cognitivi, alla quale spesso si accompagna anche un profondo senso di colpa. La colpevolizzazione è infatti un’altra arma che viene spesso utilizzata per esercitare il controllo capillare su una popolazione.

2) La ridiscussione arbitraria del criterio di normalità, nonché la patologizzazione della società stessa.

Nei paesi occidentali, vi è una tendenza sempre più diffusa e ossessiva di “creare” nuove malattie, attraverso la patologizzazione di ciò che di per sé non sarebbe da considerarsi patologico. Questo continuo slittamento della soglia della normalità fa sì che la condizione di salute diventi man mano una sorta di chimera, uno stato biologico utopico e irraggiungibile a cui tuttavia si deve sempre e comunque tendere, senza indugi o dubbi.

Ma riflettiamo. Prima ancora di definire patologica una condizione, andrebbe meglio specificato cosa si debba intendere per patologia. Con tale termine a cosa ci riferiamo esattamente? Quando diciamo che una persona è malata cosa vogliamo dire esattamente? Ci riferiamo ad uno stato organico che devia dalla norma biologica o ad una condizione soggettiva di sofferenza che compromette il funzionamento della persona?

Già Canguilhem, filosofo maestro di Foucault, aveva sollevato dubbi in merito alla possibilità di definire in maniera precisa la linea di separazione tra il normale e il patologico, sottolineando come il concetto di patologia non potesse essere riducibile alla mera deviazione da una norma biologica o media statistica.

Secondo il filosofo francese, infatti, la patologia subentra nel momento in cui il soggetto mostra uno stato disfunzionale che lo rende incapace di adattarsi all’ambiente in cui vive, e qualsiasi tentativo di definire la malattia come modificazione quantitativa dello stato considerato “normale” non può avere validità epistemologica.

Tuttavia, oggi la nostra società opera secondo quella che Foucault (che aveva appreso la lezione del suo maestro) chiamava normalizzazione, quel processo tramite cui lo Stato si impadronisce di una supposta norma biologica e dei suoi correlati epistemici, con l’ovvia conseguenza di legittimare il controllo e la disposizione dei corpi dei cittadini. Il potere entra nel corpo dell’individuo, ne supera la barriera naturale costituita dall’epidermide, ciò che di fatto è il confine tra noi e ciò che è altro da noi.

3) La fusione di pubblico e privato.

Quando il potere statale non si limita a regolare la sfera pubblica dei cittadini, ma pretende di invadere la sfera privata, si parla di Stato totalitario o totale. Il termine “totalitario” evoca proprio l’idea dell’onnipresenza del regime che si insinua in tutte le pieghe dell’esistenza, contribuendo in questo modo ad eliminare non solo il dissenso, ma anche l’idea stessa che ci possano essere alternative alla realtà così come viene imposta.

4) Il paternalismo.

L’approccio paternalistico che contraddistingue lo Stato totalitario, inoltre, stimola subdolamente nei sudditi la convinzione che ogni decisione presa al vertice della piramide sia presa solo ed esclusivamente per il bene del popolo, in modo tale che ogni danno inflitto all’individuo venga giustificato in virtù dell’interesse collettivo. Da qui, l’idea che la sicurezza (del gruppo) debba essere prioritaria rispetto alla libertà individuale.

Si può sacrificare la libertà in nome della sicurezza?

Nel corso dell’evoluzione, gli esseri umani hanno adottato la cooperazione come strategia adattiva funzionale alla sopravvivenza della specie. In un ambiente ostile, in cui le risorse per sopravvivere erano limitate e la vulnerabilità ai predatori elevata, l’appartenenza ad un gruppo permetteva di fronteggiare le avversità con più facilità. Forse è proprio per questa ragione ancestrale che la strategia del terrore è sempre stata utilizzata al fine di incanalare i comportamenti umani verso una direzione precisa, “utile” alla collettività.

D’altro canto, però, la cooperazione non avrebbe potuto funzionare a lungo se non si fosse basata sul riconoscimento dell’altro come fine in sé da tutelare, e non come strumento da utilizzare a proprio piacimento per raggiungere un determinato obiettivo. Il ruolo dell’empatia nella cooperazione umana e nella nascita della società civile era stato intuito persino da Locke, quando affermava di poter scorgere nell’uomo pre-sociale la tendenza innata alla socievolezza e alla reciprocità.

All’opposto di Hobbes, che credeva che l’uomo fosse lupo per ogni altro uomo, Locke riponeva fiducia nell’umanità e, nel farlo, attribuiva alla tutela della libertà individuale un valore assoluto, poiché non solo questa non era considerata un ostacolo alla salvaguardia dell’interesse collettivo ma ne costituiva invece il presupposto e il ruolo fondante.

Le ricerche neuroscientifiche, con la recente scoperta dei neuroni specchio, sembrano confermare l’intuizione di Locke, piuttosto che quella di Hobbes. Il riconoscimento della propria e altrui libertà basato sulla connessione empatica sembra connaturato nell’essere umano e, in quanto tale, risulta difficilmente scardinabile da qualsivoglia logica securitaria.

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“RAZZA” UN TERMINE TABÚ

Flavia Corso

Il mito dell’uguaglianza, nato in epoche piuttosto recenti, è in realtà l’apoteosi del razzismo nella sua accezione strettamente gerarchica. L’uguaglianza come valore in sé è un’invenzione occidentale che viene imposta anche a chi occidentale non è, violando conseguentemente il principio di autodeterminazione dei popoli.

Le battaglie condotte dall’Occidente per portare la “civiltà” nei Paesi del Terzo mondo nascondono un complesso di superiorità eurocentrico camuffato da benevolenza e carità, laddove invece è chiaramente implicito il tentativo di rendere simili a “noi” popoli che hanno svolto un percorso evolutivo e culturale totalmente diverso dal nostro.

La stessa concezione dell’individuo come detentore di diritti inalienabili e universali è un prodotto della mentalità occidentale. In alcune culture, come quella dell’Asia orientale per fare un esempio, il concetto di “diritti umani” non esiste nemmeno, e la sua imposizione dall’esterno è fortemente criticata.

Il vero razzismo nasce pertanto dall’atteggiamento paternalistico di un Occidente che non accetta, in realtà, modelli culturali diversi dal proprio, che non vuole riconoscere l’Altro nella sua autenticità e peculiarità, ma vuole assimilarlo e renderlo conforme a sé. Attraverso l’imposizione di un monoculturalismo che omologa forzatamente popoli profondamente differenti tra loro, si smarrisce il valore morale, estetico e gnoseologico della diversità.

Il riconoscimento della validità del concetto di “razza” non implica necessariamente una visione gerarchica dell’umanità. Sarebbe infatti più corretto affermare che nel momento in cui si prende atto dell’esistenza di diverse razze umane, si riconosce altresì che queste non siano nemmeno paragonabili se non a prezzo di ricadere inevitabilmente nell’etnocentrismo occidentale, che nulla ha a che vedere con i veri principi identitari.

Chi nega la categoria “razza”, lo fa di solito argomentando nella maniera seguente: le razze non esistono poiché esse sconfinano le une nelle altre, non costituiscono un continuum fisso e non presentano confini netti. Se anche l’osservazione fosse veritiera, occorrerebbe tuttavia negare anche l’esistenza delle razze canine, perché recenti scoperte scientifiche hanno evidenziato come queste si sovrappongano fra loro proprio come nel caso degli esseri umani. L’argomentazione, inoltre, è fuori luogo perché considerato che tutto l’ambito del vivente non presenta quei contorni nitidi che si vorrebbero ricercare, l’unico modo per superare l’impasse sarebbe quello di rifiutare la categorizzazione e la sua funzione cognitiva. Tuttavia, dal momento che tutta la specie umana è formata prima di tutto da esseri pensanti, non vedo come questo sia possibile e desiderabile. Negare la categoria “razza”, insomma, è utile e producente quanto negare la categoria “specie”.

Oggi, al contrario di quanto molti pensano, sfidare il tabù della razza non è affatto un atto reazionario, ma rivoluzionario. Accettare la validità del concetto di razza significa d’altronde abbracciare e comprendere la natura umana in tutte le sue particolari manifestazioni, e coglierne la bellezza intrinseca.

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DAL FENOTIPO AL GENOTIPO. NEUROBIOLOGIA ED EPIGENETICA

Flavia Corso

Lombroso e i suoi precursori avevano, in parte, ragione. Recenti ricerche scientifiche hanno infatti messo in evidenza la correlazione tra aspetto biologico dell’individuo e la sua psiche.

Nell’ambito della criminologia e delle scienze psicoforensi, si sottolinea in particolar modo l’importanza della neurobiologia e dell’epigenetica. Secondo queste nuove frontiere della scienza, il comportamento umano, tra cui anche quello violento, non sarebbe più determinato esclusivamente da condizioni sociali ed ambientali, ma anche da fattori genetici.

Nel suo libro L’anatomia della violenza1, Adrian Raine, criminologo e docente presso l’Università di Pennsylvania, dimostra come il comportamento antisociale sia multifattoriale: tra i vari aspetti che concorrono alla condotta criminosa, quelli biologici non sono irrilevanti. Utilizzando tecnologie di neuroimmagini e comparando il cervello di criminali e persone sane, Raine ha riscontrato funzionamenti differenti del sistema nervoso.

La biologia molecolare sta attualmente individuando i polimorfismi legati alla produzione di neurotrasmettitori e all’aggressività.

Il professor Pietro Pietrini, in un’intervista rilasciata a BrainFactor, precisa:

Abbiamo studiato cinque varianti alleliche di geni implicati nel metabolismo e meccanismo di azione dei principali neurotrasmettitori cerebrali, quali la noradrenalina, la dopamina e la serotonina. Per ciascuna di queste varianti esiste una notevole letteratura scientifica che mostra una relazione statisticamente significativa con un aumentato rischio di comportamento aggressivo e violento, in particolare negli individui che siano stati cresciuti in contesti sfavorevoli.2

A questo proposito, particolare rilevanza assume una variante dell’enzima monoamminoossidasi, L-MAOA, responsabile di un deficit di serotonina che predispone l’individuo ad essere aggressivo o a manifestare disturbi mentali di vario genere.

Ci troviamo dunque di fronte ad una forma di determinismo biologico?

In realtà, più che di una visione deterministica si tratta di una prospettiva probabilistica. Nella loro interazione con l’ambiente, i geni, pur non mutando, possono più o meno attivarsi a seconda del contesto ambientale. Per dirla in altri termini, l’ambiente può modificare l’espressione di tali geni, il fenotipo, mantenendo tuttavia invariato il genotipo, ed è proprio di questo aspetto che si occupa l’epigenetica, la nuova frontiera della biologia molecolare.

È interessante notare come esista un parallelismo tra i concetti a cui rimandano i termini biologici “genotipo” e “fenotipo” e le idee filosofiche di “noumeno” e “fenomeno”, presenti nel pensiero di Kant. Il filosofo tedesco, che sosteneva che la specie umana potesse essere suddivisa in razze, aveva infatti preceduto di vari secoli le recenti scoperte dell’epigenetica:

Alla divisione del genere umano in razze il nostro autore non è favorevole; […] egli assume come causa un principio di vita interno, che, secondo la diversità delle circostanze esterne, modifica se stesso, adattandovisi. Nel che il recensore conviene interamente con lui, solo con la riserva che, qualora la causa organizzatrice dall’interno per sua natura fosse limitata solo a un certo numero e grado di diversità nella formazione delle sue produzioni (nella cui effettuazione essa non sarebbe abbastanza libera per produrre in circostanze mutate un altro tipo), a questa disposizione formativa della natura si potrebbe benissimo dare il nome di germi o disposizioni originarie, senza per ciò considerare i primi come predisposti ab initio e solo assumendoli come meccanismi e germogli capaci eventualmente di trasformarsi (come nel sistema dell’evoluzione), ma anche come semplici limitazioni, non ulteriormente spiegabili, di un potere autoformativo che noi non possiamo né comprendere né rendere concepibile3.

Anche la psicoterapia transgenerazionale sembra attribuire una sempre maggiore importanza all’ereditarietà biologica, per la diagnosi e cura di problematiche psicologiche.

La terapista e analista Anne Ancelin Schützenberger, nel suo bellissimo libro La sindrome degli antenati4, reinterpreta in chiave moderna la teoria junghiana della sincronicità: esiste un inconscio collettivo che si trasmette di generazione in generazione che sembra guidare in parte il destino degli individui. Lo studio dell’albero genealogico dei suoi pazienti permette quindi alla Schützenberger di scoprire delle coincidenze significative, corrispondenze non spiegabili se non attraverso l’attenta valutazione di una qualche forma di ereditarietà.

1A. Raine, L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, Mondadori Università, 2016.

2 P. Pietrini, intervista a cura di M. Mozzoni, in «BrainFactor. Cervello e neuroscienze», https://www.brainfactor.it/?p=1359

3I. Kant, Recensione di Johann Gottfried Herder, Idee per la filosofia della storia dell’umanità, in «Jenaische Allgemeine Literatur-Zeitung», vol. 4, n. 271, novembre 1785, cit. pp. 153-154.

4A. A. Schützenberger, La sindrome degli antenati. Psicoterapia transgenerazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico, Renzo Editore, Roma 2004.

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IL CORPO COME SPECCHIO DELL’ANIMA. FISIOGNOMICA E FRENOLOGIA

Flavia Corso

PREMESSA

A nessun biologo verrebbe mai in mente di supporre che ogni individuo acquisisce da capo ogni volta il suo modo generale di comportarsi. È molto più probabile che il giovane uccello tessitore costruisca il suo caratteristico nido perché è un uccello tessitore e non un coniglio.

Carl Gustav Jung, Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche

Razza: raggruppamento di individui che presentano un insieme di caratteri fisici ereditari comuni.

Razza, Dizionario di Medicina

Attualmente, come è noto, il termine “razza” è un tabù. Sebbene esso sia di origine illuminista, il nucleo concettuale che racchiude è antico quanto l’uomo stesso.

La tendenza a discernere, ad avvicinarsi al simile ed allontanarsi dal dissimile è innata nell’essere umano ed è funzionale alla sopravvivenza della specie e dei particolari gruppi etnici. L’idea che gli esseri umani siano diversi per nascita è riscontrabile fin dagli albori della civiltà occidentale. Gli antichi filosofi greci, attraverso la dicotomia “Greci/barbari”, riconoscevano la naturale ineguaglianza degli uomini, che non si manifestava solamente attraverso l’aspetto esteriore, ma anche attraverso le virtù e le predisposizioni interiori. L’interesse filosofico nei confronti del rapporto tra anima e corpo, nonché l’importanza della categorizzazione quale funzione cognitiva fondamentale dei processi del pensiero, sono le fondamenta del concetto di “razza”.

Non si intende qui giustificare l’esistenza delle razze umane a livello biologico, su cui non entro nel merito. Lo scopo del presente scritto è invece quello di giustificarla a livello concettuale. L’essere umano, infatti, conosce e scopre il mondo attraverso il riconoscimento delle alterità. La consapevolezza della propria identità affonda le proprie radici nel manifestarsi dell’Altro, da ciò che è diverso da “noi”, ed è proprio attraverso lo sguardo dell’estraneo che è possibile indagare la propria natura e, pertanto, procedere nel cammino di un’autentica conoscenza.

Occorre innanzitutto precisare che il termine “razza” dovrebbe riferirsi ad un concetto molto più ampio del semplice colore della pelle.

La diversità umana, infatti, non si esprime solamente nei connotati fisici delle popolazioni, ma anche nelle loro predisposizioni mentali. Con questa affermazione non voglio in nessun modo rievocare la tesi della presunta superiorità intellettiva della razza bianca, che peraltro si basa sull’applicazione di test che usano criteri propri della cultura occidentale; intendo invece accostarmi ad una visione olistica dell’essere umano, per cui mente e corpo non risultano due entità separate come nel dualismo cartesiano, ma interagiscono tra loro e con l’ambiente circostante, dando luogo a quella che noi chiamiamo “cultura”.

Fin dai tempi di Aristotele, si sosteneva con certezza una correlazione tra aspetto fisico e spirito. Il corpo, essendo dimora dello spirito, assumeva determinate caratteristiche a seconda dell’anima che ospitava. Nell’opera Fisiognomica1, giunta sotto il nome dello stesso Aristotele, domina l’interesse per il tema del rapporto tra le caratteristiche psicologiche e gli attributi somatici degli uomini:

Le diverse disposizioni mentali sono in stretta corrispondenza con i caratteri fisici: non sono isolate né insensibili alle sollecitazioni del corpo, come si constata molto chiaramente quando ci si ubriaca o quando ci si ammala; l’alterazione che le affezioni del corpo producono nella mente si manifesta allora con molta evidenza. D’altra parte, anche il corpo soffre insieme con l’anima, come è evidente quando ci si innamora, quando si ha paura, si prova dolore o piacere. Se si osservano gli esseri che la natura crea, si può ancora meglio comprendere che corpo e anima sono così naturalmente connessi l’uno all’altra, da essere reciprocamente causa di quasi tutte le affezioni. Mai è accaduto che un essere nascesse con l’aspetto di una creatura e la mente di un’altra; piuttosto, è sempre dalla stessa che gli derivano sia il corpo che il carattere. È pertanto inevitabile che a un dato corpo si associ una data disposizione mentale. Inoltre, chi ha conoscenze specifiche sugli animali può comprenderne l’intima natura a partire dall’aspetto: così fanno i cavallerizzi coi cavalli, i cacciatori coi cani. In conclusione, se questo è vero (ed è in effetti sempre così), si può con fondamento “giudicare dall’aspetto”2.

Aristotele riteneva che le qualità essenziali degli esseri umani potessero essere dedotte, per analogia, dall’osservazione delle somiglianze con il mondo animale. Questo tema venne ripreso in epoca rinascimentale dal filosofo ed alchimista italiano Giovanni Battista Della Porta (1535-1615), che scrisse nel 1586 il Della fisionomia dell’uomo3. Abbandonati gli aspetti chiromantici della teoria aristotelica, egli intraprese degli studi all’interno delle carceri di Napoli “dove sempre è racchiusa gran moltitudine de’ facinorosi ladri, parricidi, assassini di strada, e d’altri uomini di simile fattezza”4. Egli osservò dunque i profili dei detenuti e li confrontò con quelli degli animali, facendone emergere delle connessioni occulte.

Anche Charles Le Brun (1619-1690), primo pittore alla corte del Re Sole, studiò meticolosamente il rapporto che intercorre fra le passioni e le espressioni del volto, focalizzandosi in particolare sul movimento del sopracciglio e creando un connubio perfetto tra indagine della psiche umana e pittura. Nella seconda metà del Settecento, il filosofo e teologo svizzero Johann Kaspar Lavater (1741-1801) scrisse i Frammenti di fisiognomica5; nella sua opera egli tentò di conciliare scienza e teologia, esoterismo cristiano ed Illuminismo, definendo la fisiognomica come la scienza naturale dell’anima e del corpo. Fra i tanti estimatori di Lavater, si ricorda in particolar modo Goethe, che arrivò a considerarlo un uomo di genio senza precedenti nella storia.

Nei primi dell’Ottocento, Franz Joseph Gall (1758-1828), medico tedesco di origini italiane, diede vita ad una nuova e rivoluzionaria dottrina: l’organologia, divulgata in seguito da Johann Gaspar Spurzheim (1776-1832) sotto il nome di frenologia.

Nonostante venga spesso confusa con la fisiognomica e ne sia stata influenzata, l’organologia parte da postulati ben diversi. Gall, in particolare, sosteneva che le facoltà morali ed intellettuali dell’uomo fossero innate e dipendessero dalla morfologia del cervello. A diverse aree cerebrali, pertanto, corrispondevano determinate predisposizioni mentali.

Si può notare come, nell’approccio di Gall, vi fosse il tentativo di mettere in relazione anatomia, fisiologia e neurologia, e di indagare scientificamente il rapporto tra anima, mente e cervello. La forma del cranio, infatti, doveva essere l’espressione del maggiore o minore sviluppo di particolari aree cerebrali, e il suo attento studio poteva dunque rivelare le caratteristiche mentali della persona.

Nella Lettera aperta sul programma organologico6, Gall delineava in questo modo l’oggetto della sua indagine:

Mi chiamano cranioscopista, e definiscono la scienza che sto fondando cranioscopia […] Non è quello il titolo che conviene al mio mestiere […] Oggetto delle mie ricerche è il cervello; il cranio lo è soltanto come impronta fedele della superficie cerebrale7.

La dottrina organologica ideata da Gall, quindi, si basava su una concezione unitaria del reale; la natura veniva concepita come un tutto integrato che si manifestava ogni volta attraverso strutture e funzioni differenti, ma in continuità tra loro.

L’uomo è uno, le sue manifestazioni sono coerenti e armoniche con la sua organizzazione in modo che si può giudicare le une attraverso l’altra, e viceversa8.

Riassumendo, le idee fondamentali alla base dell’organologia di Gall erano tre:

1. Il cervello costituiva la sede di tutte le facoltà dell’uomo;

2. A diverse funzioni cerebrali corrispondevano diversi organi o aree cerebrali;

3. Il cranio riproduceva fedelmente la forma del cervello, che poteva presentare bernoccoli o fossette a seconda che un’area cerebrale fosse più o meno sviluppata (la palpazione e la cranioscopia erano considerati metodi utili per comprendere la personalità del soggetto).

Ad oggi, possiamo affermare con certezza la veridicità delle prime due affermazioni, mentre il terzo e ultimo punto rientra nell’ambito di una protoscienza che ha comunque permesso agli studiosi dell’epoca di acquisire nuove conoscenze, introducendo per la prima volta nella storia lo sguardo medico all’interno dell’indagine di fenomeni complessi come, ad esempio, la criminalità. Non a caso tra i precursori di Cesare Lombroso, Gall assume senz’altro una posizione di grande rilievo.

Influenzato dagli studi di fisiognomica di Della Porta e Lavater, dalla frenologia di Gall e Spurzheim e dal recente sviluppo della psichiatria come branca indipendente della medicina, il fondatore assoluto della criminologia – Cesare Lombroso (1835-1909) – elaborò, nella sua famosa opera L’uomo delinquente9, la teoria del criminale per nascita. Per Lombroso, infatti, era possibile stabilire se una persona avesse tendenze criminali semplicemente studiandone i tratti del volto e la forma del cranio.

Il delitto, inoltre, veniva considerato come un risvolto antropologico che denotava una regressione atavica dell’individuo che lo commetteva, dove con atavismo si intendeva la ricomparsa di caratteristiche che si erano estinte in uno stadio precedente dell’evoluzione umana. Nella teoria lombrosiana, pertanto, lo studio delle peculiarità somatiche coesiste con una visione darwinista della storia dell’umanità, per cui a tratti fisici di tipo primitivo (anomalie quali le arcate sopraccigliari e i seni prefrontali sporgenti, la fronte sfuggente, piccola, stretta e appiattita, la fossetta occipitale mediana e le asimmetrie del volto) corrispondevano con maggiore incidenza comportamenti antisociali.

Nonostante Lombroso ritenesse che non vi fosse delitto che non avesse molteplici cause (non erano dunque esclusi fattori sociali ed economici che contribuissero all’attuazione del reato), egli attribuiva alle caratteristiche biologiche innate una posizione di rilievo, accostandosi di fatto al determinismo positivistico della sua epoca.

La teoria di Lombroso è sempre stata oggetto di feroci critiche sia per quanto riguarda il piano metodologico, che quello etico-politico. Sebbene tali critiche fossero in parte condivisibili, oggi molti studiosi stanno rivalutando la sua opera.

Dall’analisi della correlazione tra psiche e fenotipo (manifestazione della costituzione genetica di un organismo in relazione ad un determinato ambiente), si è giunti all’esame del rapporto che intercorre tra psiche e genotipo (insieme dei geni che compongono in DNA di un individuo o di una popolazione).

1 Aristotele, Fisiognomica, a cura di M. F. Ferrini, Milano 2007.

2 Ivi, cit., p. 161.

3 G. B. Della Porta, Della fisionomia dell’uomo, Guanda, Parma 1988.

4 G. B. Della Porta, Della Chirofisonomia, Editore appresso Antonio Bulifon, All’insegna della Sirena, 1677, cit., pp. 24-25.

5J. K. Lavater, Frammenti di fisiognomica, Theoria, Roma 1989.

6 F. J. Gall, Lettera aperta sul programma organologico, in «Neue Deutsche Merkur», 1798.

7 D. Verardi, L’organo dell’anima. Fisiognomica e fisiologia cerebrale in Franz Joseph Gall, in «Psychofenia. Ricerca ed Analisi Psicologica», vol. 13, n. 22, 2010, cit. p. 87.

8 P. Magli, Il volto e l’anima. Fisiognomica e passioni, Bompiani, Milano 1995, cit., p. 357.

9 C. Lombroso, L’uomo delinquente, Hoepli, Milano 1918.

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