LA PRIMA MACCHINA SUPER INTELLIGENTE SARÀ L’ULTIMA INVENZIONE DELL’UOMO

Riccardo Tennenini

Il matematico britannico Alan Turing nel 1950 scriveva: “invece di elaborare un programma che simuli la mente adulta, perché non provare a realizzare uno che simuli la mente di un bambino? Se la sottoponiamo poi a una educazione appropriata, otterremo un cervello adulto”. Turing ha poi aggiunto: “Non possiamo aspettarci di avere una buona macchina infantile al primo tentativo. Dobbiamo sperimentare l’insegnamento su una di queste macchine e vedere come apprende. Poi, possiamo provare un’altra e verificare se va meglio o peggio”. L’apprendimento profondo (deep learning) è un algoritmo di apprendimento per sfruttare al massimo le capacità delle reti neurali artificiali ANN. La materia prima dell’IA è l’informazione. Da dove viene? Da noi stessi, che facciamo miliardi di ricerche su Internet o carichiamo quasi 10 miliardi di immagini sui social, Per il deep learning, la valanga d’immagini e dati che dilaga sul web costituisce una materia prima quasi infinita e che si rinnova ogni giorno.1 L’apprendimento delle macchine (machine learning) invece ha l’obiettivo di fornire quel tipo di educazione e istruzione di cui parla Turing alle macchine che imparano, come fanno i bambini. Questi sviluppi tecnologici, sono il risultato di tutta una serie di fattori che hanno dato modo negli anni agli algoritmi di esprimere il loro potenziale.

  • BIG DATA: la proliferazione di dati generati con l’avvento di Internet, generando un brodo primordiale cibernetico con documenti, video, immagini, etc, che le ANN impiegano per apprendere attraverso il machine learning e deep learning.
  • CLOUD COMPUTING: questa tecnologia ha permesso l’incremento delle capacità di calcolo e si è resa imprescindibile per allenare le ANN.
  • INTERNET OF THINGS: insieme con la “datizzazione” dei big data, la “smartizzazione”, con l’esplosione di dispositivi smart connessi tra loro attraverso Internet, ha permesso di assorbire una quantità infinita di dati generati dai suddetti dispositivi e gestirli tutti da un’unica IA.

Ma come si fa a sapere se un’IA è veramente intelligente? Il test di Turing, apparso per la prima volta nell’articolo Computing machinery and intelligence del 1950 sulla rivista Mind, fornisce una risposta a questa domanda. In due stanze vengono chiuse una macchina e una persona; se quest’ultima, attraverso una serie di domande, crede di parlare con una persona reale e la macchina riesce a ingannare l’intervistatore facendosi passare per un essere umano, allora si può dire che ha superato il test di Turing: secondo Turing stesso si tratterebbe della dimostrazione della sua intelligenza. Tant’è che nel 1997 Andrei Broder dal settore ricerca e sviluppo di AltaVista sviluppa i Completely Automated Public Turing-test-to-tell Computers and Humans Apart (CAPTCHA). Per determinare se l’utente sia un umano e non un computer o, più precisamente, un bot. Un test CAPTCHA generalmente utilizzato è quello in cui si richiede all’utente di scrivere quali siano le lettere o i numeri presenti in una sequenza, che appare distorta o offuscata sullo schermo. I CAPTCHA vengono dunque utilizzati per impedire che i bot utilizzano determinati servizi, come i forum, la registrazione presso siti web, la scrittura di commenti e in generale tutto ciò che potrebbe essere usato per creare spam o per violare la sicurezza con operazioni di hacking come il brute force. Questo tipo di test è stato utilizzato anche per contrastare lo spam generato da bot, obbligando il mittente di un messaggio e-mail non conosciuto dal destinatario a superare un test CAPTCHA prima di consentire la consegna del messaggio. In versioni più aggiornate il test è vocale o facciale. Una personale riproposizione del test di Turing oggi potrebbe essere fatta con le chat dei social media, dove da un lato c’è un internauta umano e dall’altro lato un bot. Se chattando non si accorge che è un bot e non una persona umana si può dire che è una dimostrazione di intelligenza da parte dell’IA. Il film The App (2019) parla proprio di questo esperimento. Niccolò, il protagonista del film, ha una vita perfetta, una fidanzata che lo ama, una famiglia perfetta e un futuro successo nel mondo del cinema. Quando una sera per scherzo Eva, la sua fidanzata, gli dice di scaricare e iscriversi a “Noi”(una app per incontri online simile a Tinder), comincia a chattare di nascosto con un utente di nome Maria, della quale s’innamora perdutamente. In questo intreccio tra cibernetico-biologico e reale-virtuale, la sua “love story” con la donna misteriosa conosciuta su “Noi” lo porterà ad isolarsi e abbandonare tutto: famiglia, fidanzata, lavoro, reputazione e persino la sua posizione sociale. Niccolò, una volta rimasto solo, avendo fatto tabula rasa delle persone intorno a lui, scoprirà che non potrà mai incontrare Maria perché lei materialmente non esiste: in realtà Maria è un bot creato dai programmatori dell’app “Noi”. Questo film è una degna rappresentazione dei digital innates che vivono in un mondo dove ormai il biologico si è rarefatto e il cibernetico ha preso il suo posto, dove anche le sensazioni più naturali dell’uomo (sentimenti, emozioni, amore, affetto) sono frutto dell’immateriale. Questa è la funzione negativa della tecnica, promossa dal liberal-capitalismo all’interno della società dei consumi. Ciò diventerà sempre più una consuetudine se si realizzerà il panopticon globale di sorveglianza biopolitica digitale. Replika è un chatBot che prova empatia nei confronti dell’uomo in virtù del modello di deep learning, che impara a pensare e a parlare con un umano a partire dalle trascrizioni dei discorsi fatti nel corso della vita.  Replika studia e impara a conoscere, attraverso una serie di domande, per imitare lo stile comunicativo. L’obiettivo che si è prefissato Eugenia Kuyda, che l’ha progettata è quello di avvicinarsi il più possibile alla realizzazione di un avatar digitale, in grado di riprodurre totalmente e di sostituirsi a noi dopo la morte. Ma è anche in grado di creare “amicizie” con altri esistenti. Kuyda, lo sta continuamente modellando emotivamente, in modo tale che sia sempre più “umano” con cui confidarsi. Con l’accelerazionismo tecnologico nel 2025 l’IA avrà le capacità di calcolo di un essere umano e, nel 2045 quella di tutta l’umanità. Una volta che l’IA sarà confrontabile con quella umana, quanto tempo passerà prima che l’IA ci superi e sia più intelligente di noi? Secondo il filosofo della Silicon Valley Nick Bostrom c’è da analizzare la velocità con la quale aumenta la potenzialità di calcolo di un computer, che raddoppia ogni 18 mesi. Una volta raggiunto lo stesso livello di intelligenza umana, secondo Bostrom essa subirà un’accelerazione che permetterà all’IA di migliorare se stessa fino a diventare una ASI. Per fare questo, Bostrom propone un modello con due variabili: Potere di ottimizzazione e Resistenza dell’intelligenza. Il primo è il tempo effettivo dedicato al miglioramento del sistema, mentre il secondo lo sforzo per produrre il miglioramento desiderato. Tre sono gli elementi necessari per migliorare un IA.

  • SOFTWARE: un software migliore implica anche migliori algoritmi.
  • HARDWARE: con processori più veloci.
  • DATA: migliorando il contenuto, quindi maggiore qualità dei dati.

Con l’emergere di questa ASI non potremo più considerare la nostra specie, come la più intelligente sul pianeta in cima alla catena evolutiva. Dopo l’avvento della ASI non ci sarà più distinzione tra esistente e macchina. Il matematico ungherese John von Neumann e lo scrittore americano di fantascienza Vernor Vinge, per descrivere questa ASI hanno voluto usare il termine scientifico “Singolarità Tecnologica”. “La singolarità ci permetterà di trascendere i limiti dei nostri corpi e cervelli biologici. Non ci sarà distinzione, dopo la singolarità tecnologica tra un essere umano e la macchina”.2 Il matematico Irving John Good, collega del più famoso matematico Alan Turing, nel 1965 scrisse: “Definiamo super intelligente una macchina che può superare ampiamente le capacità intellettuale di un essere umano, per quanto intelligente. La progettazione di tali macchine è una di queste capacità, per cui una super intelligenza sarà capace di progettare macchine ancora migliori. A quel punto avremo certamente una “esplosione di intelligenza” quella dell’uomo sarà lasciata molto indietro. Così la prima macchina super intelligente sarà l’ultima invenzione che l’uomo dovrà mai realizzare”.3

NOTE

1  L.Alexandre, La guerra delle intelligenze, intelligenza artificiale contro intelligenza umana, Edt, 2018, Torino, pag.22

2  http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-singolarita-imperfetta/

3  http://www.efuclick.it/2018/02/01/dio-ancora-non-ce-ma-sta-arrivando-e-forse-riusciremo-a-vederlo-lavvento-di-una-super-intelligenza-artificiale-e-prossimo-e-da-esso-dipenderanno-le-sorti-del-genere-umano-ma-ne/

ALGØSISMØ – ONTOLOGISMO STORICO

Riccardo Tennenini

È uscito il primo volume della filosofia Algosista. In questa prima parte viene affrontata la storicità da una prospettiva ontologica. Partendo dalla critica radicale della visione lineare della storicità così come è stata espressa da Auguste Comte, Charles Darwin e Karl Marx. Proponendoci una visione materialista della storia tra progresso, evoluzione e sviluppo societario. In opposizione a queste posizioni la filosofia algosista propone una ciclicità storica per una sua comprensione più profonda della storicità. Questo è possibile farlo solo attraverso l’ontologismo storico (Ontologisch Geschichtsauffassung). Suddividendo la storicità in 4 età cosmiche che ciclicamente si susseguono una dopo l’altra. A differenza delle posizioni di Comte, Darwin e Marx che vedono il futuro in positivo per l’Algosismo invece è negativo. Questo perché, il passaggio dalla prima all’ultima età possiede in senso ontologico e ciclico una caratteristica regressiva causata da un allontanamento sempre più costante dalla dimensione spirituale.

Difatti si passa sempre da una dimensione sacra e metafisica ad una profana e materialista. Questa regressione è tanto macrocosmica quanto microcosmica. Un’attenta applicazione dell’ontologismo storico ci porta a scorgere nel sistema delle caste indù più di un semplice “sistema sociale” ma una vera e propria storia universale. Ogni casta dalla più alta alla più bassa rappresenta un microcosmo come riflesso della realtà macrocosmica. Il potere di una casta sulle altre va a determinare l’intero spirito del tempo di un’età (zeidgeist). Ad oggi sono tre le figure cardine della modernità: il tantalico borghese che ha come caratteristica propria il desiderio (mai soddisfatto), l’umanaio sisifeo (di cui homo anxius ne è parte integrante costretto da un’esistenza inautentica e senza senso) e l’algosista prometeico che nega radicalmente i valori borghesi e la civiltà da esso creata per sacrificarsi per i suoi simili. Aspirando a diventare lui il nuovo soggetto storico. Tantalo, Sisifo e Prometeo sono le tre divinità greche scelte per rappresentare le tre condizioni psicologiche ed esistenziali della modernità.

Nel nostro caso la modernità si è affermata con la Rivoluzione Francese come il dominio della terza casta cioè il soggetto borghese nell’ultima età (kali yuga). Questa constatazione ci porta a considerare la modernità come “meridiano zero” oltre il quale inizia un nuovo ciclo cosmico. Inoltre è di particolare interesse far notare che la quarta (il proletariato) e la quinta “casta” (i disperati delle zone più povere del mondo) pur essendoci non vengono contate. Questo serve ad indicare la terza casta come punto limite oltre il quale vi è il caos. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre come affermazione della quarta casta sulla terza, la modernità contemporanea la possiamo considerare un mix tra reminescenze della terza e quarta casta con la quinta che fa sentire sempre di più la sua forza.

DEUS EX MACHINA

Riccardo Tennenini

Il sistema della IBM riproduce il funzionamento del cervello di base dei mammiferi: evolvendosi attraverso migliaia di input fino ad arrivare a processare algoritmi, percezioni, pensiero e azioni. Per la sua costruzione i ricercatori di SyNapse utilizzano sistemi di elettronica neuromorfica, adattiva, plastica e scalabile. Riuscendo a, creare in questo modo una specie di “computer cognitivo”. Sfruttando i progressi della nanotecnologia, hanno ideato chip delle dimensioni di un micron quadrato. Hanno quindi disposto i chip in una sfera di carbonio delle dimensioni di un pallone da basket, a sua volta immersa in una lega di gallio alluminio, un metallo liquido, che garantisce la massima conduttività. Il serbatoio contenente la sfera, un potente router wireless collegato a milioni di sensori distribuiti in tutto il mondo e connessioni Internet. I sensori raccolgono input da telecamere, microfoni, manometri, termometri, robot, sistemi naturali (deserti, ghiacciai, laghi, fiumi, oceani e foreste pluviali). SyNapse processa le informazioni e apprende automaticamente le caratteristiche degli innumerevoli dati acquisiti e le relazioni esistenti tra loro.

La funzione segue la forma – neuromorfica – e un sistema hardware, che riproduce il cervello, dà autonomamente vita all’intelligenza. Ora, SyNapse riproduce i trenta miliardi di neuroni e i centomila miliardi di giunzioni connettive, o sinapsi, del cervello umano.1 Se dovessimo infine paragonare ciò che abbiamo detto in questo articolo relativo a l’essere umano, IOT sarebbe il sistema nervoso con i sensi, i big data l’informazione contenuta nel cervello, e gli algoritmi dell’IA, usati per interpretare l’informazione in entrata è la cognizione. Questi 3 fattori vengono chiamati internet cognitivo e ubiquo. A questo punto la differenza con l’essere umano sarà minima, e limiti naturali come la differenza che non soccombe alla morte biologica e le capacità di comprensione sono infinite. La capacità di elaborazione e apprendimento rende ancora più chiaro ed evidente il distacco tra i due. I neuroni umani scambiano i segnali elettrochimici con una velocità massima di circa 150 metri al secondo, mentre la velocità della luce è di circa 300 milioni di metri al secondo, circa due milioni di volte più veloce. Inoltre, i neuroni possono generare un massimo di circa 200-1000 potenziali d’azione o “picchi” al secondo, mentre il numero di segnali al secondo nei moderni chip per computer è di circa 3 GHz (circa 20 milioni di volte maggiore) e dovrebbe aumentare di almeno un fattore 100. La rete potrebbe in teoria funzionare circa un milione di volte più velocemente di un vero cervello, sperimentando un anno di tempo soggettivo in soli 31 secondi di tempo reale.2 

Su un supercomputer con una velocità di 36,8 petaflop, all’incirca il doppio di quella del cervello umano, un’IA è in grado di perfezionare la propria intelligenza. Può riscrivere i suoi stessi programmi, in particolare le istruzioni operative atte a migliorare le propensione all’apprendimento, il problem solving e i processi decisionali. Contemporaneamente, esegue il debug del proprio codice, rilevando e correggendo gli errori, e misura il proprio QI sottoponendosi a una serie d’intelligenza. Ciascuna riscrittura non richiede che qualche minuto.3 Quando l’IA supererà l’intelligenza umana, raggiungerà un nuovo grado di consapevolezza noto come AGI.4 Il ricercatore di IA americano Eliezer Yudkowsky è molto ottimista sullo sviluppo di un AGI. Secondo la sua idea la natura ha sviluppato l’intelligenza generale una sola volta con l’esistente. Oggi il nostro cervello è 4 volte più grande degli scimpanzé impiegando 5 milioni di anni circa la selezione naturale ha consentito all’esistente un graduale aumento delle dimensioni del cervello, dando alla luce in questo modo la creatura più intelligente di tutte. Altrettanto l’esistente come ha fatto la natura e la selezione naturale dovrebbe riuscire a creare a sua volta una nuova intelligenza pari alla propria ma in molto meno tempo. Durante la conferenza di Shanghai dove si è svolto il World Artificial Intelligence Conference tra il presidente di Alibaba Jack Ma e il CEO di Tesla Elon Musk, Musk ha detto che l’IA non sarà come un essere umano intelligente, ma sarà molto di più. Il paragone tra IA e IQ sarà così abissale che noi non siamo neanche in grado di concepirlo. Ha poi aggiunto: “la rivoluzione dell’IA rende il cervello umano obsoleto”. Questo è possibile grazie all’incalcolabile fonte di informazioni (Big-Data) che riesce a ottenere e immagazzinare nella sua memoria da Internet, da tutti i dispositivi smart collegati ogni giorno alla rete sparsi nel globo. Questo assimilare un’infinità di dati la alimentano in modo che la sua intelligenza si avvicini sempre di più al modello di un bambino che apprende.

NOTE

1 https://blogs.scientificamerican.com/news-blog/computers-have-a-lot-to-learn-from-2009-03-10/

2  spkurdyumov.ru/economy/artificial-intelligence/

3  J.Barrat, La nostra invenzione finale, l’intelligenza artificiale e la fine dell’età dell’uomo,Nutrimenti, Roma, 2019, pag.21.

4  Artificial General Intelligence.

LA SIMULAZIONE COMPUTAZIONALE DEL CERVELLO UMANO

Riccardo Tennenini

Riallacciandoci al discorso dell’ultimo articolo Richard Granger ha inoltre sviluppato nel suo laboratorio un algoritmo che simula i circuiti cerebrali umani, in questo modo possono fornire all’IA modelli delle attività cognitive traducibili in programmi per computer. Le ANN di Hopfield, emulano la memoria associativa umana. In questo modo sono in grado di imparare in modo autonomo. Riuscendo a ricavare informazioni dai dati raccolti e applicare ciò che hanno imparato riconoscendo le immagini e previsioni del nostro comportamento. 

La simulazione completa di un cervello umano è l’obiettivo finale delle neuroscienze computazionali che possiamo suddividere in tre fasi:

SCANSIONE il cervello biologico viene scansionato cercando di ottenere dati sul cervello, a livello strutturale e funzionale segue una precisa ricostruzione cibernetica. In questo modo intere aree del cervello vengono dunque studiate al microscopio fino ai singoli neuroni.

RICOSTRUZIONE partendo dai molteplici dati disponibili raccolti nella fase di scansione, senza bisogno di misurare ogni singolo dato del complesso sistema celebrale, si passa a ricostruire in maniera computazionali un modello 3D del cervello con le sue connessioni e attività.

SIMULAZIONE la ricostruzione cibernetica della fase di ricostruzione è usata per la simulazione di un cervello cibernetico. Le simulazioni sono accoppiate a un corpo fisico (robotico) e a un ambiente simulato per comprendere i meccanismi del cervello alla cognizione e al comportamento animale.

Per ottenere una simulazione del cervello umano gli scienziati stanno utilizzando l’ingegneria inversa, combinando insieme programmazione e il metodo della forza bruta o ricerca esaustiva. Spiega il futurista americano Michael Vassar: “L’idea della forza bruta nasce dalla biologia”, aggiungendo: “Se continuiamo a usare le macchine per analizzare i sistemi biologici, il metabolismo, le complesse relazioni interne alla biologia, a un certo punto avremo a nostra disposizione un vasto archivio di informazioni circa le modalità con cui i neuroni gestiscono l’informazione. Una volta raggiunto un numero di informazioni sufficiente, sarà possibile studiarle per ottenere l’AGI”. Funziona così: “il pensiero nasce dai processi biochimici generati dai neuroni, dalle sinapsi e dai dendriti. Utilizzando tecniche diverse, tra cui la Pet e la risonanza fMRI, e applicando sonde neurali sia all’interno che all’esterno della scatola cranica, i ricercatori determinano, in termini computazionali, l’azione dei singoli neuroni e delle reti neurali. Dopodiché traducono ciascun processo in un programma informatico o in un algoritmo.1 IBM con il suo progetto SyNapse avviato nel 2008 vuole riuscire in questa impresa usando proprio l’ingegneria inversa. Con un budget di 30.000.000 di dollari messi a disposizione dalla DARPA 2 che pubblicamente e segretamente finanzia molti progetti simili collegati allo sviluppo dell’IA. 


NOTE

1  L.Alexandre, La guerra delle intelligenze, intelligenza artificiale contro intelligenza umana, Edt, 2018, Torino, pag.59.

2   Agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare.

DALL’ABBASSAMENTO DEL QI ALL’AUMENTO DELL’IA

Riccardo Tennenini

«Diciamo che una macchina ultraintelligente sia definita come una macchina che può sorpassare di molto tutte le attività intellettuali di qualsiasi uomo per quanto sia abile. Dato che il progetto di queste macchine è una di queste attività intellettuali, una macchina ultraintelligente potrebbe progettare macchine sempre migliori; quindi, ci sarebbe una “esplosione di intelligenza”, e l’intelligenza dell’uomo sarebbe lasciata molto indietro. Quindi, la prima macchina ultraintelligente sarà l’ultima invenzione che l’uomo avrà la necessità di fare.»

Irving John Good

L’abbassamento del QI è un problema serio, così come l’utilizzo della tecnica sregolamentata da qualsiasi controllo e in mano a poche corporation in un sistema liberal-capitalistico. I molteplici problemi riguardo le nuove tecnologie sono determinati principalmente da un indirizzo svincolato da qualsiasi etica e controllo da parte degli Stati. L’intelligenza, sarà al centro del grande mutamento dei secoli futuri. Si assisterà, in particolare, all’aumento di un altro tipo di intelligenza, che appare sulla scena mondiale per la prima volta nella storia umana, quella artificiale (IA). Partiamo da una piccola considerazione: avete presente la parola magica “smart” presente in tutti i nuovi dispositivi di ultima generazione? Smartphone, SmartTv, Smartcity, Smartglass, Smartcar, Smartcard etc; in italiano quella parola inglese vuol dire “intelligente”. Ironico pensare che mentre l’umanità diventa sempre più stupida, le macchine diventano sempre più intelligenti. L’intelligenza dell’IA aumenta in maniera esponenziale secondo una ripida curva ascendente. Ciascuna interazione, infatti, incrementa del 3% l’intelligenza dell’IA. Ogni miglioramento successivo è comprensivo del precedente.1 

In questo frangente le neuroscienze computazionali sono state decisive, si occupano di simulare il sistema di elaborazione delle informazioni che arrivano ad un cervello umano mediante il calcolo computazionale. In questo modo la mente viene paragonata ad un software installato su un wetware.2 Il loro primo obiettivo è capire il funzionamento delle reti neurali le cui principali componenti  sono gli assoni, le sinapsi e i dendriti. Il cervello umano ha circa 100 miliardi di neuroni (le cellule che inviano e ricevono gli impulsi elettrochimici). Ogni neurone è connesso a decine di migliaia di altri neuroni. Queste connessioni tra neuroni rendono le operazioni del cervello parallele.3 In termini computazionali invece sono seriali, tipiche della maggior parte dei Computer.4 Il secondo obiettivo è quello di capire cosa avviene nelle reti neurali.5

Per questa ragione le neuroscienze computazionali combinano dati ad alta risoluzione e strumenti di  neuroimaging con elettrodi impiantati direttamente nel cervello degli animali a tecniche come la PET e fMri. Le sonde neurali collegati all’interno e dall’esterno del cranio descrivono il funzionamento dei singoli neuroni, mentre le tinture sensibili all’elettricità indicano il momento in cui determinati neuroni sono attivi. Sulla base dei risultati di queste e altre tecniche gli scienziati formulano ipotesi verificabili sugli algoritmi che governano le reti neurali. Il dottor Richard Granger afferma che: “l’obiettivo delle neuroscienze computazionali è comprendere il cervello abbastanza bene da riuscire a simularne il funzionamento. Nello stesso modo in cui oggi i robot si sostituiscono all’uomo nelle fabbriche e negli ospedali, così la riproduzione del cervello tramite ingegneria inversa produrrà delle entità che prenderanno il nostro posto nelle mansioni intellettuali. A quel punto costruiremo simulacri del cervello e ripareremo il nostro quando non funzionerà più”.


NOTE

1  J.Barrat, La nostra invenzione finale, l’intelligenza artificiale e la fine dell’età dell’uomo, Nutrimenti, Roma, 2019, pag.21.

2  Hardware composto da tessuto cerebrale piuttosto che da transistor.

3  L’elaborazione parallele, vuol dire che i numerosi dati sono gestiti nello stesso momento; migliaia se non milioni di azioni simultanee.

4  L’elaborazione seriale vuol dire che l’elaborazione è sequenziale una computazione alla volta.

5  L.Alexandre, La guerra delle intelligenze, intelligenza artificiale contro intelligenza umana, Edt, 2018, Torino, pag.238.

6  R.Granger, “How Brains Are Built: Principles of Computational Neuroscience”, cit.

LA PERENNE ATTUALITÀ DELLA GABBIA D’ACCIAIO DI MAX WEBER

Riccardo Tennenini

Il pensiero del grande sociologo tedesco Max Weber esercita ancora oggi un’influenza profonda sulla comprensione della società contemporanea. Egli nel suo vasto panorama letterario si occupò di molte questioni importanti come: la società moderna, l’economia capitalista e la religione, in particolare quella protestante. Ma è di particolare interesse per noi il processo di “razionalizzazione”. Che possiamo considerarlo come quel processo di secolarizzazione che portò le società occidentali moderne ad abbandonare spiegazioni mistico-religiose e metafisiche per approcciarsi ad altre di carattere meramente tecnico e scientifico. Questo processo lo definì come disincanto del mondo (Entzauberung der Welt).

«La crescente intellettualizzazione e razionalizzazione non significa dunque una crescente conoscenza generale delle condizioni di vita alle quali si sottostà. Essa significa qualcosa di diverso: la coscienza o la fede che, se soltanto si volesse, si potrebbe in ogni momento venirne a conoscenza, cioè che non sono in gioco, in linea di principio, delle forze misteriose e imprevedibili, ma che si può invece – in linea di principio – dominare tutte le cose mediante un calcolo razionale. Ma ciò significa il disincantamento del mondo. Non occorre più ricorrere a mezzi magici per dominare gli spiriti o per ingraziarseli, come fa il selvaggio per il quale esistono potenze del genere. A ciò sopperiscono i mezzi tecnici e il calcolo razionale. Soprattutto questo è il significato dell’intellettualizzazione in quanto tale.»  (Max Weber, Wissenschaft als Beruf).

Questo disincantamento porta il mondo ha perdere tutta la sua magia e mistero per diventare nient’altro che un gigantesco bestand-oggetto tra le mani del soggetto-uomo. Il disincanto è, come abbiamo detto, tutt’uno con la “razionalizzazione”. Dietro questo intricato progetto della ragione, Weber ci costruisce una delle metafore più importanti non solo del suo pensiero ma dell’intera sociologia. Questa metafora è la cosiddetta “gabbia d’acciaio”, riferita alle coercizioni provenienti da due aspetti della società moderna ovvero l’economia capitalistica e la burocrazia, le quali, insieme con il settore pubblico, ci obbligano in maniera coercitiva ad osservare regole, norme e convenzioni che rendono la società come ad esempio la nostra sempre più “repressiva” nel tempo rispetto a quelle pre-moderne che ancora vivevano l’incanto del mondo. 

La modernità tanto amata e abbracciata da tutti ha finito per intrappolarci all’interno di una “gabbia d’acciaio” come animali dello zoo ammaestrati. La “razionalizzazione” dell’organizzazione delle società occidentali impone l’efficienza selettiva, la produttività tecnica e la riduzione scientifica dei margini di errore. Diventando così il marchio distintivo del processo storico che investe e modifica gli ordinamenti sociali, espungendo i fenomeni irrazionali. 

Weber afferma: “Invece del vecchio coordinatore che è mosso da simpatia, favore, grazia e gratitudine, la cultura moderna ha bisogno per mantenere le sue sovrastrutture, del sostegno dell’emotivamente distaccato e rigoroso esperto professionale. L’aspetto negativo della “razionalizzazione” è proprio la spersonalizzazione degli individui per le esigenze della società”.

La metafora della gabbia d’acciaio oggi è quanto meno attuale per spiegare la situazione italiana tra l’organizzazione iper-burocratica dello Stato e razionalizzazione di ogni singolo cittadino attraverso numerosi dispositivi tecnici. Sono certo che depressione e sintomi maniacali saranno le caratteristiche che idealmente rappresenteranno la nostra epoca, in cui siamo attanagliati nelle maglie dure del “mito del progresso” e della tecnica che attentano quotidianamente alle nostre identità individuali e collettive. 

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ANIMALISMO? UNA QUESTIONE DI IDENTITÀ E TERRITORIO

Riccardo Tennenini

La pietà verso gli animali è talmente legata alla bontà del carattere da consentire di affermare fiduciosamente che l’uomo crudele con gli animali non può essere buono. Questa compassione proviene dalla medesima fonte donde viene la pietà verso gli uomini.

Arthur Schopenhauer.

In Germania come ho scritto in un precedente articolo per smontare tutte bufale dette sulla “tematica verde”, dimostrando come l’ecologismo non è globalista come credono molti in particolar da destra, ma völkisch. Lo stesso filosofo francese Alain de Benoist in un intervista rilasciata al Barbadillo ha detto: “L’ecologia ha una forza rivoluzionario-conservatrice”. L’ecologia non è compatibile con il liberal-capitalismo e con le logiche di mercato. Ogni popolo che tiene alla propria nazione non può tener conto solo delle industrie strategiche, economia di mercato e infrastrutture ma anche della sua flora e fauna. In modo particolare quella locale, selvatica e incontaminata. Queste “oasi verdi”, uno Stato etico dovrebbe salvaguardarle e proteggerle al meglio. Per difendere il fragile ecosistema terrestre che circonda la sua nazione. Lo stesso discorso fatto sull’ecologismo si può fare anche per l’animalismo. Che non è quello professato da Michela Vittoria Brambilla o di Silvio Berlusconi che si fa fotografare con il suo cane. Ma è un qualcosa profondamente legato alla kultur di un popolo. Basta vedere in ambito spirituale la differenza abissale che c’è tra il mondo indoeuropeo nel Pitagorismo, Buddismo e Induismo e quello abramitico nell’Ebraismo e Islam per capirlo. Oppure tra l’Europa che vede il cane come un amico, compagno di vita o parte della famiglia e la Cina dove è solo cibo, merce e niente più.

L’animalismo si ricollega in quella galassia völkisch che si sviluppò nella Germania di primi novecento. Nella Germania dell’epoca furono fatti molteplici sforzi per assicurare la tutela dei diritti degli animali. All’epoca la svolta etica animalista era molto seria a tal punto da riscontrare un grande successo e sostegno da buona parte del popolo tedesco e la salvaguardia degli animali era tutt’uno con quella ambientale. Supportata dai maggiori vertici del governo nazionalsocialista. Questa svolta fu così importante che nell’attuale Germania, le leggi concernente i diritti degli animali e la loro tutela, non sono altro che modifiche delle leggi vigenti durante il Terzo Reich.

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La macellazione kosher (Shechita) non tanto diversa da quella halal e la vivisezione erano le principali tematiche affrontate contro il quale si battevano gli animalisti dell’epoca. Personalità come Arthur Schopenhauer, Richard Wagner, Hermann Göring, Heinrich Himmler e lo stesso Adolf Hitler presero ferma posizione in difesa degli animali. Nel 1927, viene chiesto da un esponente del NSDAP al Reichstag chiese provvedimenti contro la crudeltà sugli animali e contro la macellazione kosher. Cinque anni dopo nel 1932, il NSDAP propose un primo divieto della vivisezione. All’inizio del 1933, rappresentanti del partito Nazionalsocialista al parlamento Prussiano ordirono una conferenza per promulgare il divieto. Il 21 aprile 1933, poco dopo l’arrivo al potere del NSDAP, il Parlamento iniziò ad emendare leggi per la regolazione dell’uccisione degli animali.

«Nel nuovo Reich non può esserci più posto per la crudeltà verso gli animali.»

A.H

Nel 1934 in Germania fu organizzato una grande conferenza internazionale sulla protezione degli animali nella capitale. Il 18 marzo 1936, fu pubblicato un decreto che prevedeva il rimboschimento e sulla tutela della fauna selvatica; il 27 marzo venne promulgata una regolamentazione della macellazione dei pesci e degli altri animali a sangue freddo. Tra il 1937-38 l’animalismo divenne metodo di educazione e argomento di studio nelle scuole pubbliche e Università tedesche. Ed è ironico pensare che il più grande oppositore della vivisezione era un cacciatore, Hermann Göring, che il 16 agosto 1933 promulgò una legge che abolì a tutti gli effetti la vivisezione, rendendo illegale la sua pratica. Dopo la caduta del nazionalsocialismo la vivisezione fu integralmente ripristinata.

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MA QUALE GRETA IL VERO ECOLOGISMO È VÖLKISCH NON GLOBALISTA

Riccardo Tennenini

Oggi in molti ambienti l’argomento ecologismo è diventato di moda parlarne, in mano totalmente a neo-marxisti, generazioni di Millenials che seguono Greta Thumberg come una figura messianica dell’ecologismo globalista e da tecnocrati capitalisti. Così facendo, i vari movimenti di (((destra))), conservatori liberal e simili si fanno portavoce del più radicale anti-ecologismo come contro offensiva all’ecologismo globalista. Vantandosi di inquinare e non portare il ben che minimo rispetto per la natura e gli animali. Orgogliosi dell’automobile a benzina, del cospicuo consumo di carne e affermando che gli ecologisti attuali dicono solo cazzate riguardo il cambiamento climatico.

Eppure la storia ci dice una verità completamente diversa. In principio l’ecologismo autentico non era globalista ma völkisch!. Quello attuale NON è ecologismo ma anti-ecologismo e contro-ecologismo. La Germania a ricoperto un ruolo molto decisivo nell’ecologia, non per niente fu proprio lo zoologo tedesco Ernst Haeckel che nel 1867 coniò il termine “ecologia” al greco: oikos casa, abitazione logia discorso. Haeckel, scoprì, descrisse e nominò migliaia di nuove specie, mappò un albero genealogico relativo a tutte le forme di vita e coniò molti termini che ancora oggi usiamo in biologia, come antropogenesi, phylum, filogenesi, cellule staminali e il regno Protista. Haeckel promosse e rese popolare il lavoro di Charles Darwin in Germania associandosi alla corrente del “darwinismo sociale”. Sostenitore del razzialismo tedesco, di una visione olistica e parte integrante del movimento völkisch.

Haeckel pioniere dell’ecologia, con i suoi discepoli Willibald Hentschel, Wilhelm Bölsche e Bruno Wille, ha profondamente plasmato il pensiero delle future generazioni di ambientalisti incorporando la preoccupazione per la biosfera in una fitta rete di temi sociali. Il movimento völkisch è salito alla ribalta con un connubio tra naturalismo, romanticismo tedesco e politica conservatrice forgiata sotto l’influenza della filosofia goethiana, heideggeriana e di molti altri pensatori völkisch. Uno di questi fu Wilhelm Heinrich Riehl. I suoi scritti diventarono parte integrante del pensiero völkisch. Costruendo la sua weltanschauung in cui l’uomo e la società dovevano essere in una relazione simbiotica con la natura e il paesaggio.

Da questi presupposti il movimento völkisch sviluppò la sua ideologia politica contrapponendo il contadinato rurale sano di corpo e spirito delle campagne contro la degenerazione urbano-industriale dei cittadini malati delle grandi città. Unito ad una critica feroce del capitalismo e dello stile di vita condotto dall’uomo moderno borghese, sradicato nell’anima dal contatto intimo con la natura e la sua terra nativa. In un ambiente totalmente artificiale e tecno-meccanico. Tra i pensatori völkisch c’era il rifiuto della vita urbana e dei meccanismi freddi e impersonali della modernità. All’interno di questo movimento si svilupparono molteplici correnti ambientaliste, ecologiste, altre che proponevano uno stile di vita “olistico”, produzioni locali, cibo sano (quello che oggi sarebbe a km0) e agricolture dinamiche e sostenibili. Al centro dell’ideologia völkisch c’era una risposta critica della modernità razionalista, progressista e sempre più tecnica. Di fronte alle masse contadine che abbandonavano non solo le campagne ma anche la loro heimat (piccola patria) bucolica, per trasformarsi in proletari sradicati, utilizzati come “api operaie” dal capitalismo industriale per far funzionare le fabbriche. I pensatori völkisch risposero predicando un ritorno alla terra, alla frugalità e all’integrità di una vita “primitivista” che fosse in sintonia con la purezza della natura.

Raoul Francé, membro della “Deutscher Monistenbund” (Lega Monista) fondata da Haeckel elaborò le cosiddette “Lebensgesetze“, “leggi della vita” attraverso le quali l’ordine naturale determina l’ordine sociale. Si oppose come quasi tutti gli esponenti völkisch al melting-pot, considerandolo “innaturale”. I suoi membri volevano riunirsi con la natura (Nacktkultur). Praticavano il vegetarianesimo, favorivano il nudismo, facevano escursioni e crearono comunità alternative alla città. La Deutscher Monistenbund era un movimento romantico e spirituale che si opponeva al materialismo dell’epoca. Molti di loro erano pagani, adorando il sole, concepito come un’antica divinità germanica. I giovani Wandervogel in questo senso cantavano canzoni e suonavano chitarre intorno ai falò in un movimento che era strettamente coinvolto con Lebensreform (“riforma della vita”). Il filosofo Ludwig Klages influenzò profondamente questi giovani e in particolare la loro coscienza ecologica. “Mensch und die Erde” (Uomo e Terra) di Klages è considerato uno dei manifesti del movimento ecologista radicale in Germania. Anticipando quasi tutti i temi del movimento ecologista contemporaneo. Denunciando l’estinzione accelerata di numerose specie, il disturbo dell’equilibrio ecosistemico globale, la deforestazione, la distruzione degli habitat selvatici, l’espansione urbana e la crescente alienazione delle persone dalla natura. In termini enfatici ha denigrato il cristianesimo, il capitalismo, l’utilitarismo economico, l’iper-consumo e l’ideologia del “progresso”. Lebensreform era un movimento sociale alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX secolo in Germania, Austria e Svizzera che propagandava uno stile di vita di ritorno alla natura, sottolineando tra gli altri caratteri un alimentazione salutare, il crudismo, prodotti biologici, nudismo, liberazione sessuale, medicina alternativa e riforma religiosa e allo stesso tempo astensione etica da alcol, tabacco, droghe e vaccini. Hugo Höppener, che usò lo pseudonimo di Fidus fu uno degli artisti più significativi del movimento völkisch. Raffigurando figure nude tra il paesaggio naturale, non sessualizzate, ma in armonia con la natura.

Molti di questi temi verranno poi ripresi dalla Germania nazionalsocialista come ad esempio la lotta al fumo. In quegli anni sorse il più potente movimento anti-tabacco. Mentre durante gli anni successivi, altri movimenti anti-tabacco fallirono, tranne in Germania, dove la campagna era supportata dal governo dopo che i nazionalsocialisti salirono al potere. La Germania nazionalsocialista iniziò una forte campagna anti-tabacco e condusse la prima campagna pubblica anti-tabacco nella storia. I dottori tedeschi furono i primi a identificare i collegamenti tra il fumo e il cancro ai polmoni.1 Fu il movimento anti-fumo più potente al mondo negli anni trenta e nei primi anni quaranta. Il primo tra questi fu Deutscher Tabakgegnerverein zum Schutze der Nichtraucher (Associazione degli oppositori tedeschi al tabacco per la protezione dei non fumatori) fondata nel 1904. Nel 1910 a Trutnov, in Boemia. la seconda organizzazione anti-tabacco, fu la Bund Deutscher Tabakgegner (Federazione degli oppositori tedeschi al tabacco), venne fondata nel 1910. Nel 1920, la terza fu la Bund Deutscher Tabakgegner in der Tschechoslowakei (Federazione di oppositori tedeschi al tabacco in Cecoslovacchia) venne fondata a Praga, dopo che la Cecoslovacchia venne separata dall’Austria alla fine della prima guerra mondiale. La quarta Bund Deutscher Tabakgegner in Deutschösterreich (Federazione di oppositori tedeschi al tabacco nell’Austria tedesca) fu fondata a Graz nel 1920. Questi gruppi scrivevano su giornali come Der Tabakgegner (Gli oppositori al tabacco), pubblicato dall’organizzazione boema tra il 1912 e il 1932. Il Deutscher Tabakgegner (Oppositori tedeschi al tabacco) venne pubblicato a Dresda tra il 1919 e il 1935. Queste organizzazioni anti-tabacco erano anche contro l’uso di alcool. Viceversa negli Stati Uniti le lobby del fumo acquistavano sempre più potere sotto la guida di Edward Bernays. Celebre è la sua campagna “Torches of Freedom” del 1929 volta a incoraggiare le donne a fumare e lavorando in modo concreto con le associazioni femministe. Philip Morris, a tal proposito, sponsorizzò una serie di conferenze con lo scopo di insegnare “l’arte” del fumare alle donne. Questo per espandere il proprio mercato ed ampliare il numero di donne fumatrici, e per farlo aveva assunto proprio Edward Bernays, considerato al giorno d’oggi come il padre delle pubbliche relazioni, per aiutarlo a reclutare donne fumatrici. Bernays, a sua volta, si fece consigliare dallo psicanalista Abraham A. Brill. Nel 1928, George Washington Hill, Presidente dell’American Tobacco Company, intuì il potenziale che avrebbe potuto ricavare aprendo il mercato della sigarette alle donne e durante un’intervista dichiarò: «è come trovare una miniera d’oro proprio nel nostro cortile». Durante quella campagna fece fumare ad un gruppo di donne normali, non modelle delle Lucky Strike dicendogli che non solo fumare era simbolo di emancipazione, indipendenza e uguaglianza di genere, ma anche che la sigaretta è un prodotto di massa che diventa un potente simbolo identificativo carico di emozioni, rappresentando sia la torcia della statua della libertà che il fallo maschile sottomesso. Bernays riuscì a smantellare il tabù del fumo femminile e impiegando le donne nelle pubblicità del tabacco, nel suo intento portò ad un incremento delle vendite di sigarette tra le donne che raddoppiarono tra il 1923 e il 1929: nel 1923 erano solo il 5% delle sigarette vendute; nel 1929 aumentarono fino al 12%; nel 1935 la percentuale di sigarette fu del 18,1%. Il picco fu raggiunto nel 1965 con il 33,3% ed è rimasto a questo livello fino al 1977. Da allora tutte le donne nel mondo iniziarono a fumare perché si sentivano identificate nello slogan di Bernays.2

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Nella Germania di Hitler il fumo fu vietato nei ristoranti e nei sistemi di trasporto pubblico, citando la salute pubblica, e il governo regolava severamente la pubblicità del fumo e delle sigarette. C’era anche un’alta tassa sul tabacco e le forniture di sigarette alla Wehrmacht erano razionate. Diverse organizzazioni sanitarie nella Germania nazional socialista iniziarono persino a sostenere che il fumo aumentava i rischi di aborti spontanei da parte delle donne incinte. Nel 1939, l’NSDAP mise fuori legge il fumo in tutti i suoi uffici, e Heinrich Himmler, l’allora capo delle Schutzstaffel (SS), limitò il personale di polizia e gli ufficiali delle SS dal fumare mentre erano in servizio.

Il movimento völkisch divenne gradualmente parte dell’ideologia nazionalsocialista dal 1930, noto come “Blut und Boden” (sangue e suolo) di Walter Darrè (in Inghilterra Jorian Jenks pioniere dell’ambientalismo ricoprì all’interno del British Union of Fascists ricoprì un ruolo simile a quello di Darrè). Assicurando così agli ecologisti la sua prima base di potere. Darrè ricevette il sostegno entusiasta di Rudolf Hess, l'”ala verde” del partito, diede slancio all’ideologia völkisch e alle tematiche da loro portate avanti. Già nel marzo 1933, una vasta gamma di leggi ambientaliste furono approvate e implementate sia a livello nazionale, che regionale e locale. Queste misure prevedevano la creazione di riserve naturali protette e sostenevano la silvicoltura sostenibile, ordinavano la protezione delle siepi e di altri habitat della fauna selvatica e progettavano la rete autostradale come un modo per avvicinare i tedeschi alla natura. Sempre alla presa al potere di Hitler, le preoccupazioni del NSDAP non furono solo poste al popolo e alla salvaguardia della natura, ma anche verso gli animali. Il tema “animalista” per quanto oggi ridicolizzato, banalizzato e portato avanti da persone imbarazzanti, all’interno del movimento völkisch era un tema molto serio. Tant’è che nel 1927, un rappresentante del NSDAP al Reichstag chiese provvedimenti contro la crudeltà sugli animali e contro la macellazione kosher.3 Nel 1932, il NSDAP propose un primo divieto della vivisezione. Nel 1934 in Germania fu approvata una legge nazionale sulla caccia per regolare quanti animali potevano essere uccisi all’anno e per stabilire adeguate “stagioni di caccia”. Questa legge sulla caccia era conosciuta come “Das Reichsjagdgesetz“, (Legge sulla caccia del Reich). Il Reichstag ha anche sostenuto il conto per l’educazione sulla conservazione degli animali a livello primario, secondario e universitario. Inoltre, nel 1935, fu approvata un’altra legge, la Reichsnaturschutzgesetz (Legge sulla protezione della natura del Reich). Questa legge ha inserito diverse specie autoctone in una lista di protezione tra cui il lupo e la lince eurasiatica. Senza questa legge è probabile che alcune specie sarebbero completamente estinte dalle foreste tedesche.

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1 https://www.scielosp.org/pdf/bwho/v84n6/v84n6a21.pdf

2 Tratto da: “Il Tramonto degli Stati Uniti – Volume II: con Appendice su Sudafrica, Rhodesia e Haiti”.

3 Arnold Arluke, Clinton Sanders, Regarding Animals[, Temple University Press, 1996, p. 133.

MEISTER ECKHART & ADI SHANKARACHA: TRA GELASSENHEIT E VAIRĀGYA

Riccardo Tennenini

Meister Eckhart era un monaco domenicano tedesco vissuto all’incirca tra il 1260 e il 1328. Contemporaneo di Dante, era un mistico che cercava la Gelassenheit il “distacco” dal mondo, il silenzio, la solitudine. Il centro su cui verte l’intera speculazione ekhartiana è il concetto di “Nulla” e “ fondo dell’anima”. La Deità, secondo il monaco domenicano può essere pensata solo come Nulla. La liberazione da ogni scoria mondana, riscoprendo il fondo immutato e immutabile dell’anima. Un fondo senza fondo. Così il “distacco” dell’anima da ogni ente rivestito da nome e forma (Nāmarūpa), da ogni desiderio, e pensiero di proprietà fa in modo che la Deità discenda in noi trovando nell’anima il suo luogo naturale.

Vivendo nel distacco troveremmo quella nobiltà dell’uomo interiore e riceveremmo ogni consolazione nella Deità. Per queste sue affermazioni, Meister Eckhart è stato processato e condannato dalla Chiesa per eresia. Morì prima che la condanna Pontificia fosse pronunciata. In Meister Eckhart ritroviamo un ponte di collegamento tra Occidente e Oriente. Eckhart “il più pagano tra i cristiani” rielabora il pensiero di Plotino, Dionigi l’Areopagita e del neoplatonismo in genere. Nel suo pensiero si scoprono importanti analogie con le Upaniṣad, del Advaita Vedānta nel pensiero di Śrī Śaṅkarācārya.

Secondo Eckhart, infatti, la Deità non può essere pensata perché oltrepassa ogni nostra possibilità di linguaggio e di immaginazione. Per arrivare alla Deità bisogna spogliarsi di tutto, anche della nostra intellettualità, sprofondando nel vuoto. La temporalità del divenire esiste solo nella mente umana perché nella mente divina esiste solo l’Assoluto, un eterno presente, quindi la Deità, è assolutamente unitaria e immutabile, fuori dal tempo e dallo spazio. Risulta perciò uno stato incondizionato come il Brahman del Advaita Vedānta.

L’equiparazione Ātman = Brahman, così come il Figlio e lo Spirito Santo in una sorta di processo circolare che non ha né principio né fine. È possibile scoprire nell’introspezione l’Assoluto, la Trascendenza perché la nostra autentica natura è Ātman. L’esistente rappresenta il punto d’incontro della trascendenza con l’immanenza, distaccato dal mondo sensibile-fenomenico riesce in questo modo a scorgere la sua reale natura. Nel momento in cui trascendiamo il Saṃsāra, attraverso un processo di distacco e di spogliazione dell’io egoico (Ahamkāra), arriviamo a quel “vuoto” a cui apparteniamo e dal quale non ci siamo mai allontanati. Quando viene trascesa ogni distinzione tra soggetto e oggetto e ci si svuota di ogni contenuto di nome e forma (Nāmarūpa), il Soggetto reale viene svelato. L’annullamento dell’io egoico (Ahamkāra), la spogliazione di ogni contenuto, ci fa raggiungere quel perfetto distacco di cui parla Eckhart.

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«Dio vuole che in tutte le cose noi rinunciamo alla nostra volontà. Niente rende veramente uomo come la rinuncia alla propria volontà. In verità, senza questa rinuncia della volontà in tutte le cose non si compie davvero nulla davanti a Dio. Se si giunge a rinunciare completamente alla nostra volontà e a spogliarci per Dio di tutte le cose, esteriori e interiori, allora abbiamo compiuto tutto – e niente in precedenza».1

«L’uomo deve imparare a spogliarsi di se stesso in tutti i doni e a non mantenerne nulla di proprio, né cercare alcunché – né ricompensa, né utilità, né soddisfazione, né dolcezza, né fervore, né regno dei cieli, né volontà propria».2

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Il “distacco” di Eckhart è l’esatto corrispondente del Vairāgya Vedantino, cioè svuotarsi dei pensieri, della volontà, delle intenzioni e degli interessi personali, per poter superare l’io egoico (Ahamkāra) e porsi in sintonia con la Trascendenza. Il distacco ha questo supremo potere di renderci simili alla Deità, che è al di sopra di tutto, di ogni dualismo, e ricerca di quella pax profunda. Esso si realizza soprattutto nella solitudine, che nella ricerca di quel Nulla divino.

Chi realmente vuole raggiungere il distacco deve perseguire l’inazione nell’azione superando il desiderio di ricompensa. Svuotarsi di tutto per riempirsi del divino. Lo spirito distaccato costringe la Deità a discendere in lui. L’uomo giusto, che si è ritrovato interiormente, è colui che ha trasceso i limiti dell’io-egoico (Ahamkāra) e ha raggiunto la “pura nudità” dell’Anima, il fondo, il Sé (Ātman), l’Abisso.

1 M.Eckhart, La via del distacco, Lorenzo d’è medici, press, 2018, pag.83.

2 M.Eckhart, la via del distacco, Lorenzo d’è Medici Press, 2018, pag.82.

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BREVE RIFLESSIONE FILOSOFICA SULLA PANDEMIA

Riccardo Tennenini

Breve riflessione sull’attuale situazione pandemica

È un fatto che i rapporti tra i processi dell’automatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche, l’uomo infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore.

E.Jünger, Trattato del ribelle.

Sin dallo scoppio della pandemia, i governi occidentali si sono approcciati a questo nuovo scenario in maniera positivista. Tale scelta è deducibile con facilità dall’agliofobia che – nei fatti – sembra caratterizzare attualmente il nostro mondo. Il dolore fa così paura che – come osserva il filosofo Byung Chul-han – è stato letteralmente bandito dalla nostra vita, relegato ad argomento tabù nel costante inseguimento di un ottimismo perenne. La pandemia, però, ha obbligato l’Occidente agliofobico a guardare in faccia il dolore sbattendoglielo dinanzi agli occhi, quello stesso dolore che invano si era provato a esorcizzare; ecco dunque che, scorgendo a forza la realtà oltre la rosea maschera dell’ottimismo, le capacità di reazione crollano miseramente, poiché il dolore è fondamentale alla vita tanto quanto il piacere, soprattutto per riuscire a rialzarsi ancora, nonostante tutto, e tenersi in piedi.

Con il solo ottimismo come unica arma a disposizione per cercare di superare ogni eventuale sofferenza, l’uomo occidentale rimane paralizzato in ginocchio dall’angoscia e dall’incredulità che il suo “migliore dei mondi possibili” – fatto di belle parole ed arcobaleni – stia cadendo a pezzi come un castello di carte, vacillando con esso anche il sistema liberal-democratico che lo guida – fondato sulla libertà individuale e sul potere decisionale del demos – con l’apparentemente ossimorico risultato di consegnare tutto il potere nelle mani di burocrati, CEO di multinazionali biotecnologiche e filantropi internazionali, privi di scrupoli nel violare gli stessi principi cardine della liberal-democrazia verso l’instaurazione di un panopticon globale.

In un simile contesto, i mass-media centralizzano intorno agli autocrati tutto il cosiddetto “quinto potere”, schiacciando ogni pensiero critico, bollandolo come “fake news” e “teoria del complotto”, e di conseguenza bannandolo dai canali di informazione. Si crea dunque un pensiero unico totalizzante, contraddistinto dall’indubbia volontà punitiva nei confronti di tutti coloro che si rifiutano di accettarlo come verità ultima, con i suddetti autocrati presentati al pubblico come grandi “superstar”, mosse esclusivamente dal bene e dall’interesse comune, mascherando abilmente la tirannide biotecnica come unica forma salvifica per l’umanità, e le coercizioni ad essa correlate quali manifestazioni di alto civismo.

In questo modo, la libertà individuale e la risoluzione del demos non vale più nulla innanzi al potere dei dati statistici. Da qui, la nuova biopolitica pandemica, capace di avvalersi della tecnoscienza per ottenere un controllo totale non solo sull’internauta e sui suoi processi mentali e decisionali, ma anche sul corpo del cittadino, e più precisamente sulla sorgente stessa della sua vita, ovvero il DNA. Si capirà come dunque il passo è breve fra l’essere schiavi di un codice a barre al codice QR stampato ovunque, persino sulla pelle, mentre la prassi del lockdown trasforma le società occidentali in veri e propri “Stati di clausura”.

Quanto apparirebbe più logico e coerente da fare in una situazione simile, oltre a dispiegare quello che Thoreau definiva “disobbedienza civile”, sarebbe impiegare in maniera etica e costruttiva lo scorrere del tempo delle restrizioni, migliorando noi stessi attraverso lettura, meditazione, attività fisica, natura e buon cibo, e dando più valore ed importanza alla vita ed a tutte quelle piccole cose che fino a prima della pandemia davamo per scontate. In realtà, purtroppo, è avvenuto l’esatto contrario. Per alcuni si è trattato infatti di un modo come un altro per fare soldi, per altri un ulteriore motivo, approfittando della situazione, per stare sotto i riflettori.

Tra digitalizzazione di massa, datizzazione globale, iper-sorveglianza orwelliana, misure biopolitiche foucaultiane, nuove discriminazioni fra “pro-vax” e “no-vax”, e-commerce come modello rampante di mercato, e rider come lavoro tipo del XXI secolo, la mascherina diviene in un simile contesto il feticcio per eccellenza, nel quale ognuno di noi – paradossalmente – può tendere a mostrare la propria personalità nascondendola dietro una maschera. Ciò evidenzia un materialismo ed un individualismo estremi, che contribuiscono ad attribuire maggiore importanza all’uscire di casa con una mascherina abbinata al vestito, che non a coltivare autentici rapporti umani. Il risultato finale è inevitabilmente un diverso tipo di società distopica ed innaturale, quale quella descritta dal film “Equals”. Perché innaturale? Se aveva ragione Aristotele, l’uomo per sua stessa natura è un “animale sociale”, bisognoso di stare con gli altri, di socializzare, di creare una fitta rete di rapporti profondi e duraturi, quali la famiglia. Il futuro distopico che si accinge ad essere creato si pone in contrasto diretto con il monito aristotelico, fra rapporti interpersonali promossi solo attraverso l’intermediazione di uno schermo, una diffidenza sempre più marcata fra gli individui, ormai proni a sospettare del prossimo come “infetto”, restrizioni sempre maggiori della mobilità e della libertà dei singoli, il metro di distanza come simbolo della distruzione del “noi” e della promozione sempre più coercitiva dell’”io” – centro e misura dell’uomo obbligato a bastare a sé stesso.

L’annichilimento del contatto umano che ne scaturirà – a partire dalla morte del dialogo – ci traghetterà alla fine di tutto verso un nuovo tipo di depressione esistenziale. Se ciò realmente si verificherà, se non si sarà riusciti a superare una volta per tutte l’agliofobia, instaurando con il dolore – cuore del problema pandemico – un rinnovato rapporto costruttivo, la “nuova umanità mascherata” nella quale ci troveremo immersi avrà smarrito veramente, e per sempre, la propria ragion d’essere.

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