LA PERENNE ATTUALITÀ DELLA GABBIA D’ACCIAIO DI MAX WEBER

Riccardo Tennenini

Il pensiero del grande sociologo tedesco Max Weber esercita ancora oggi un’influenza profonda sulla comprensione della società contemporanea. Egli nel suo vasto panorama letterario si occupò di molte questioni importanti come: la società moderna, l’economia capitalista e la religione, in particolare quella protestante. Ma è di particolare interesse per noi il processo di “razionalizzazione”. Che possiamo considerarlo come quel processo di secolarizzazione che portò le società occidentali moderne ad abbandonare spiegazioni mistico-religiose e metafisiche per approcciarsi ad altre di carattere meramente tecnico e scientifico. Questo processo lo definì come disincanto del mondo (Entzauberung der Welt).

«La crescente intellettualizzazione e razionalizzazione non significa dunque una crescente conoscenza generale delle condizioni di vita alle quali si sottostà. Essa significa qualcosa di diverso: la coscienza o la fede che, se soltanto si volesse, si potrebbe in ogni momento venirne a conoscenza, cioè che non sono in gioco, in linea di principio, delle forze misteriose e imprevedibili, ma che si può invece – in linea di principio – dominare tutte le cose mediante un calcolo razionale. Ma ciò significa il disincantamento del mondo. Non occorre più ricorrere a mezzi magici per dominare gli spiriti o per ingraziarseli, come fa il selvaggio per il quale esistono potenze del genere. A ciò sopperiscono i mezzi tecnici e il calcolo razionale. Soprattutto questo è il significato dell’intellettualizzazione in quanto tale.»  (Max Weber, Wissenschaft als Beruf).

Questo disincantamento porta il mondo ha perdere tutta la sua magia e mistero per diventare nient’altro che un gigantesco bestand-oggetto tra le mani del soggetto-uomo. Il disincanto è, come abbiamo detto, tutt’uno con la “razionalizzazione”. Dietro questo intricato progetto della ragione, Weber ci costruisce una delle metafore più importanti non solo del suo pensiero ma dell’intera sociologia. Questa metafora è la cosiddetta “gabbia d’acciaio”, riferita alle coercizioni provenienti da due aspetti della società moderna ovvero l’economia capitalistica e la burocrazia, le quali, insieme con il settore pubblico, ci obbligano in maniera coercitiva ad osservare regole, norme e convenzioni che rendono la società come ad esempio la nostra sempre più “repressiva” nel tempo rispetto a quelle pre-moderne che ancora vivevano l’incanto del mondo. 

La modernità tanto amata e abbracciata da tutti ha finito per intrappolarci all’interno di una “gabbia d’acciaio” come animali dello zoo ammaestrati. La “razionalizzazione” dell’organizzazione delle società occidentali impone l’efficienza selettiva, la produttività tecnica e la riduzione scientifica dei margini di errore. Diventando così il marchio distintivo del processo storico che investe e modifica gli ordinamenti sociali, espungendo i fenomeni irrazionali. 

Weber afferma: “Invece del vecchio coordinatore che è mosso da simpatia, favore, grazia e gratitudine, la cultura moderna ha bisogno per mantenere le sue sovrastrutture, del sostegno dell’emotivamente distaccato e rigoroso esperto professionale. L’aspetto negativo della “razionalizzazione” è proprio la spersonalizzazione degli individui per le esigenze della società”.

La metafora della gabbia d’acciaio oggi è quanto meno attuale per spiegare la situazione italiana tra l’organizzazione iper-burocratica dello Stato e razionalizzazione di ogni singolo cittadino attraverso numerosi dispositivi tecnici. Sono certo che depressione e sintomi maniacali saranno le caratteristiche che idealmente rappresenteranno la nostra epoca, in cui siamo attanagliati nelle maglie dure del “mito del progresso” e della tecnica che attentano quotidianamente alle nostre identità individuali e collettive. 

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ANIMALISMO? UNA QUESTIONE DI IDENTITÀ E TERRITORIO

Riccardo Tennenini

La pietà verso gli animali è talmente legata alla bontà del carattere da consentire di affermare fiduciosamente che l’uomo crudele con gli animali non può essere buono. Questa compassione proviene dalla medesima fonte donde viene la pietà verso gli uomini.

Arthur Schopenhauer.

In Germania come ho scritto in un precedente articolo per smontare tutte bufale dette sulla “tematica verde”, dimostrando come l’ecologismo non è globalista come credono molti in particolar da destra, ma völkisch. Lo stesso filosofo francese Alain de Benoist in un intervista rilasciata al Barbadillo ha detto: “L’ecologia ha una forza rivoluzionario-conservatrice”. L’ecologia non è compatibile con il liberal-capitalismo e con le logiche di mercato. Ogni popolo che tiene alla propria nazione non può tener conto solo delle industrie strategiche, economia di mercato e infrastrutture ma anche della sua flora e fauna. In modo particolare quella locale, selvatica e incontaminata. Queste “oasi verdi”, uno Stato etico dovrebbe salvaguardarle e proteggerle al meglio. Per difendere il fragile ecosistema terrestre che circonda la sua nazione. Lo stesso discorso fatto sull’ecologismo si può fare anche per l’animalismo. Che non è quello professato da Michela Vittoria Brambilla o di Silvio Berlusconi che si fa fotografare con il suo cane. Ma è un qualcosa profondamente legato alla kultur di un popolo. Basta vedere in ambito spirituale la differenza abissale che c’è tra il mondo indoeuropeo nel Pitagorismo, Buddismo e Induismo e quello abramitico nell’Ebraismo e Islam per capirlo. Oppure tra l’Europa che vede il cane come un amico, compagno di vita o parte della famiglia e la Cina dove è solo cibo, merce e niente più.

L’animalismo si ricollega in quella galassia völkisch che si sviluppò nella Germania di primi novecento. Nella Germania dell’epoca furono fatti molteplici sforzi per assicurare la tutela dei diritti degli animali. All’epoca la svolta etica animalista era molto seria a tal punto da riscontrare un grande successo e sostegno da buona parte del popolo tedesco e la salvaguardia degli animali era tutt’uno con quella ambientale. Supportata dai maggiori vertici del governo nazionalsocialista. Questa svolta fu così importante che nell’attuale Germania, le leggi concernente i diritti degli animali e la loro tutela, non sono altro che modifiche delle leggi vigenti durante il Terzo Reich.

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La macellazione kosher (Shechita) non tanto diversa da quella halal e la vivisezione erano le principali tematiche affrontate contro il quale si battevano gli animalisti dell’epoca. Personalità come Arthur Schopenhauer, Richard Wagner, Hermann Göring, Heinrich Himmler e lo stesso Adolf Hitler presero ferma posizione in difesa degli animali. Nel 1927, viene chiesto da un esponente del NSDAP al Reichstag chiese provvedimenti contro la crudeltà sugli animali e contro la macellazione kosher. Cinque anni dopo nel 1932, il NSDAP propose un primo divieto della vivisezione. All’inizio del 1933, rappresentanti del partito Nazionalsocialista al parlamento Prussiano ordirono una conferenza per promulgare il divieto. Il 21 aprile 1933, poco dopo l’arrivo al potere del NSDAP, il Parlamento iniziò ad emendare leggi per la regolazione dell’uccisione degli animali.

«Nel nuovo Reich non può esserci più posto per la crudeltà verso gli animali.»

A.H

Nel 1934 in Germania fu organizzato una grande conferenza internazionale sulla protezione degli animali nella capitale. Il 18 marzo 1936, fu pubblicato un decreto che prevedeva il rimboschimento e sulla tutela della fauna selvatica; il 27 marzo venne promulgata una regolamentazione della macellazione dei pesci e degli altri animali a sangue freddo. Tra il 1937-38 l’animalismo divenne metodo di educazione e argomento di studio nelle scuole pubbliche e Università tedesche. Ed è ironico pensare che il più grande oppositore della vivisezione era un cacciatore, Hermann Göring, che il 16 agosto 1933 promulgò una legge che abolì a tutti gli effetti la vivisezione, rendendo illegale la sua pratica. Dopo la caduta del nazionalsocialismo la vivisezione fu integralmente ripristinata.

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MA QUALE GRETA IL VERO ECOLOGISMO È VÖLKISCH NON GLOBALISTA

Riccardo Tennenini

Oggi in molti ambienti l’argomento ecologismo è diventato di moda parlarne, in mano totalmente a neo-marxisti, generazioni di Millenials che seguono Greta Thumberg come una figura messianica dell’ecologismo globalista e da tecnocrati capitalisti. Così facendo, i vari movimenti di (((destra))), conservatori liberal e simili si fanno portavoce del più radicale anti-ecologismo come contro offensiva all’ecologismo globalista. Vantandosi di inquinare e non portare il ben che minimo rispetto per la natura e gli animali. Orgogliosi dell’automobile a benzina, del cospicuo consumo di carne e affermando che gli ecologisti attuali dicono solo cazzate riguardo il cambiamento climatico.

Eppure la storia ci dice una verità completamente diversa. In principio l’ecologismo autentico non era globalista ma völkisch!. Quello attuale NON è ecologismo ma anti-ecologismo e contro-ecologismo. La Germania a ricoperto un ruolo molto decisivo nell’ecologia, non per niente fu proprio lo zoologo tedesco Ernst Haeckel che nel 1867 coniò il termine “ecologia” al greco: oikos casa, abitazione logia discorso. Haeckel, scoprì, descrisse e nominò migliaia di nuove specie, mappò un albero genealogico relativo a tutte le forme di vita e coniò molti termini che ancora oggi usiamo in biologia, come antropogenesi, phylum, filogenesi, cellule staminali e il regno Protista. Haeckel promosse e rese popolare il lavoro di Charles Darwin in Germania associandosi alla corrente del “darwinismo sociale”. Sostenitore del razzialismo tedesco, di una visione olistica e parte integrante del movimento völkisch.

Haeckel pioniere dell’ecologia, con i suoi discepoli Willibald Hentschel, Wilhelm Bölsche e Bruno Wille, ha profondamente plasmato il pensiero delle future generazioni di ambientalisti incorporando la preoccupazione per la biosfera in una fitta rete di temi sociali. Il movimento völkisch è salito alla ribalta con un connubio tra naturalismo, romanticismo tedesco e politica conservatrice forgiata sotto l’influenza della filosofia goethiana, heideggeriana e di molti altri pensatori völkisch. Uno di questi fu Wilhelm Heinrich Riehl. I suoi scritti diventarono parte integrante del pensiero völkisch. Costruendo la sua weltanschauung in cui l’uomo e la società dovevano essere in una relazione simbiotica con la natura e il paesaggio.

Da questi presupposti il movimento völkisch sviluppò la sua ideologia politica contrapponendo il contadinato rurale sano di corpo e spirito delle campagne contro la degenerazione urbano-industriale dei cittadini malati delle grandi città. Unito ad una critica feroce del capitalismo e dello stile di vita condotto dall’uomo moderno borghese, sradicato nell’anima dal contatto intimo con la natura e la sua terra nativa. In un ambiente totalmente artificiale e tecno-meccanico. Tra i pensatori völkisch c’era il rifiuto della vita urbana e dei meccanismi freddi e impersonali della modernità. All’interno di questo movimento si svilupparono molteplici correnti ambientaliste, ecologiste, altre che proponevano uno stile di vita “olistico”, produzioni locali, cibo sano (quello che oggi sarebbe a km0) e agricolture dinamiche e sostenibili. Al centro dell’ideologia völkisch c’era una risposta critica della modernità razionalista, progressista e sempre più tecnica. Di fronte alle masse contadine che abbandonavano non solo le campagne ma anche la loro heimat (piccola patria) bucolica, per trasformarsi in proletari sradicati, utilizzati come “api operaie” dal capitalismo industriale per far funzionare le fabbriche. I pensatori völkisch risposero predicando un ritorno alla terra, alla frugalità e all’integrità di una vita “primitivista” che fosse in sintonia con la purezza della natura.

Raoul Francé, membro della “Deutscher Monistenbund” (Lega Monista) fondata da Haeckel elaborò le cosiddette “Lebensgesetze“, “leggi della vita” attraverso le quali l’ordine naturale determina l’ordine sociale. Si oppose come quasi tutti gli esponenti völkisch al melting-pot, considerandolo “innaturale”. I suoi membri volevano riunirsi con la natura (Nacktkultur). Praticavano il vegetarianesimo, favorivano il nudismo, facevano escursioni e crearono comunità alternative alla città. La Deutscher Monistenbund era un movimento romantico e spirituale che si opponeva al materialismo dell’epoca. Molti di loro erano pagani, adorando il sole, concepito come un’antica divinità germanica. I giovani Wandervogel in questo senso cantavano canzoni e suonavano chitarre intorno ai falò in un movimento che era strettamente coinvolto con Lebensreform (“riforma della vita”). Il filosofo Ludwig Klages influenzò profondamente questi giovani e in particolare la loro coscienza ecologica. “Mensch und die Erde” (Uomo e Terra) di Klages è considerato uno dei manifesti del movimento ecologista radicale in Germania. Anticipando quasi tutti i temi del movimento ecologista contemporaneo. Denunciando l’estinzione accelerata di numerose specie, il disturbo dell’equilibrio ecosistemico globale, la deforestazione, la distruzione degli habitat selvatici, l’espansione urbana e la crescente alienazione delle persone dalla natura. In termini enfatici ha denigrato il cristianesimo, il capitalismo, l’utilitarismo economico, l’iper-consumo e l’ideologia del “progresso”. Lebensreform era un movimento sociale alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX secolo in Germania, Austria e Svizzera che propagandava uno stile di vita di ritorno alla natura, sottolineando tra gli altri caratteri un alimentazione salutare, il crudismo, prodotti biologici, nudismo, liberazione sessuale, medicina alternativa e riforma religiosa e allo stesso tempo astensione etica da alcol, tabacco, droghe e vaccini. Hugo Höppener, che usò lo pseudonimo di Fidus fu uno degli artisti più significativi del movimento völkisch. Raffigurando figure nude tra il paesaggio naturale, non sessualizzate, ma in armonia con la natura.

Molti di questi temi verranno poi ripresi dalla Germania nazionalsocialista come ad esempio la lotta al fumo. In quegli anni sorse il più potente movimento anti-tabacco. Mentre durante gli anni successivi, altri movimenti anti-tabacco fallirono, tranne in Germania, dove la campagna era supportata dal governo dopo che i nazionalsocialisti salirono al potere. La Germania nazionalsocialista iniziò una forte campagna anti-tabacco e condusse la prima campagna pubblica anti-tabacco nella storia. I dottori tedeschi furono i primi a identificare i collegamenti tra il fumo e il cancro ai polmoni.1 Fu il movimento anti-fumo più potente al mondo negli anni trenta e nei primi anni quaranta. Il primo tra questi fu Deutscher Tabakgegnerverein zum Schutze der Nichtraucher (Associazione degli oppositori tedeschi al tabacco per la protezione dei non fumatori) fondata nel 1904. Nel 1910 a Trutnov, in Boemia. la seconda organizzazione anti-tabacco, fu la Bund Deutscher Tabakgegner (Federazione degli oppositori tedeschi al tabacco), venne fondata nel 1910. Nel 1920, la terza fu la Bund Deutscher Tabakgegner in der Tschechoslowakei (Federazione di oppositori tedeschi al tabacco in Cecoslovacchia) venne fondata a Praga, dopo che la Cecoslovacchia venne separata dall’Austria alla fine della prima guerra mondiale. La quarta Bund Deutscher Tabakgegner in Deutschösterreich (Federazione di oppositori tedeschi al tabacco nell’Austria tedesca) fu fondata a Graz nel 1920. Questi gruppi scrivevano su giornali come Der Tabakgegner (Gli oppositori al tabacco), pubblicato dall’organizzazione boema tra il 1912 e il 1932. Il Deutscher Tabakgegner (Oppositori tedeschi al tabacco) venne pubblicato a Dresda tra il 1919 e il 1935. Queste organizzazioni anti-tabacco erano anche contro l’uso di alcool. Viceversa negli Stati Uniti le lobby del fumo acquistavano sempre più potere sotto la guida di Edward Bernays. Celebre è la sua campagna “Torches of Freedom” del 1929 volta a incoraggiare le donne a fumare e lavorando in modo concreto con le associazioni femministe. Philip Morris, a tal proposito, sponsorizzò una serie di conferenze con lo scopo di insegnare “l’arte” del fumare alle donne. Questo per espandere il proprio mercato ed ampliare il numero di donne fumatrici, e per farlo aveva assunto proprio Edward Bernays, considerato al giorno d’oggi come il padre delle pubbliche relazioni, per aiutarlo a reclutare donne fumatrici. Bernays, a sua volta, si fece consigliare dallo psicanalista Abraham A. Brill. Nel 1928, George Washington Hill, Presidente dell’American Tobacco Company, intuì il potenziale che avrebbe potuto ricavare aprendo il mercato della sigarette alle donne e durante un’intervista dichiarò: «è come trovare una miniera d’oro proprio nel nostro cortile». Durante quella campagna fece fumare ad un gruppo di donne normali, non modelle delle Lucky Strike dicendogli che non solo fumare era simbolo di emancipazione, indipendenza e uguaglianza di genere, ma anche che la sigaretta è un prodotto di massa che diventa un potente simbolo identificativo carico di emozioni, rappresentando sia la torcia della statua della libertà che il fallo maschile sottomesso. Bernays riuscì a smantellare il tabù del fumo femminile e impiegando le donne nelle pubblicità del tabacco, nel suo intento portò ad un incremento delle vendite di sigarette tra le donne che raddoppiarono tra il 1923 e il 1929: nel 1923 erano solo il 5% delle sigarette vendute; nel 1929 aumentarono fino al 12%; nel 1935 la percentuale di sigarette fu del 18,1%. Il picco fu raggiunto nel 1965 con il 33,3% ed è rimasto a questo livello fino al 1977. Da allora tutte le donne nel mondo iniziarono a fumare perché si sentivano identificate nello slogan di Bernays.2

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Nella Germania di Hitler il fumo fu vietato nei ristoranti e nei sistemi di trasporto pubblico, citando la salute pubblica, e il governo regolava severamente la pubblicità del fumo e delle sigarette. C’era anche un’alta tassa sul tabacco e le forniture di sigarette alla Wehrmacht erano razionate. Diverse organizzazioni sanitarie nella Germania nazional socialista iniziarono persino a sostenere che il fumo aumentava i rischi di aborti spontanei da parte delle donne incinte. Nel 1939, l’NSDAP mise fuori legge il fumo in tutti i suoi uffici, e Heinrich Himmler, l’allora capo delle Schutzstaffel (SS), limitò il personale di polizia e gli ufficiali delle SS dal fumare mentre erano in servizio.

Il movimento völkisch divenne gradualmente parte dell’ideologia nazionalsocialista dal 1930, noto come “Blut und Boden” (sangue e suolo) di Walter Darrè (in Inghilterra Jorian Jenks pioniere dell’ambientalismo ricoprì all’interno del British Union of Fascists ricoprì un ruolo simile a quello di Darrè). Assicurando così agli ecologisti la sua prima base di potere. Darrè ricevette il sostegno entusiasta di Rudolf Hess, l'”ala verde” del partito, diede slancio all’ideologia völkisch e alle tematiche da loro portate avanti. Già nel marzo 1933, una vasta gamma di leggi ambientaliste furono approvate e implementate sia a livello nazionale, che regionale e locale. Queste misure prevedevano la creazione di riserve naturali protette e sostenevano la silvicoltura sostenibile, ordinavano la protezione delle siepi e di altri habitat della fauna selvatica e progettavano la rete autostradale come un modo per avvicinare i tedeschi alla natura. Sempre alla presa al potere di Hitler, le preoccupazioni del NSDAP non furono solo poste al popolo e alla salvaguardia della natura, ma anche verso gli animali. Il tema “animalista” per quanto oggi ridicolizzato, banalizzato e portato avanti da persone imbarazzanti, all’interno del movimento völkisch era un tema molto serio. Tant’è che nel 1927, un rappresentante del NSDAP al Reichstag chiese provvedimenti contro la crudeltà sugli animali e contro la macellazione kosher.3 Nel 1932, il NSDAP propose un primo divieto della vivisezione. Nel 1934 in Germania fu approvata una legge nazionale sulla caccia per regolare quanti animali potevano essere uccisi all’anno e per stabilire adeguate “stagioni di caccia”. Questa legge sulla caccia era conosciuta come “Das Reichsjagdgesetz“, (Legge sulla caccia del Reich). Il Reichstag ha anche sostenuto il conto per l’educazione sulla conservazione degli animali a livello primario, secondario e universitario. Inoltre, nel 1935, fu approvata un’altra legge, la Reichsnaturschutzgesetz (Legge sulla protezione della natura del Reich). Questa legge ha inserito diverse specie autoctone in una lista di protezione tra cui il lupo e la lince eurasiatica. Senza questa legge è probabile che alcune specie sarebbero completamente estinte dalle foreste tedesche.

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1 https://www.scielosp.org/pdf/bwho/v84n6/v84n6a21.pdf

2 Tratto da: “Il Tramonto degli Stati Uniti – Volume II: con Appendice su Sudafrica, Rhodesia e Haiti”.

3 Arnold Arluke, Clinton Sanders, Regarding Animals[, Temple University Press, 1996, p. 133.

MEISTER ECKHART & ADI SHANKARACHA: TRA GELASSENHEIT E VAIRĀGYA

Riccardo Tennenini

Meister Eckhart era un monaco domenicano tedesco vissuto all’incirca tra il 1260 e il 1328. Contemporaneo di Dante, era un mistico che cercava la Gelassenheit il “distacco” dal mondo, il silenzio, la solitudine. Il centro su cui verte l’intera speculazione ekhartiana è il concetto di “Nulla” e “ fondo dell’anima”. La Deità, secondo il monaco domenicano può essere pensata solo come Nulla. La liberazione da ogni scoria mondana, riscoprendo il fondo immutato e immutabile dell’anima. Un fondo senza fondo. Così il “distacco” dell’anima da ogni ente rivestito da nome e forma (Nāmarūpa), da ogni desiderio, e pensiero di proprietà fa in modo che la Deità discenda in noi trovando nell’anima il suo luogo naturale.

Vivendo nel distacco troveremmo quella nobiltà dell’uomo interiore e riceveremmo ogni consolazione nella Deità. Per queste sue affermazioni, Meister Eckhart è stato processato e condannato dalla Chiesa per eresia. Morì prima che la condanna Pontificia fosse pronunciata. In Meister Eckhart ritroviamo un ponte di collegamento tra Occidente e Oriente. Eckhart “il più pagano tra i cristiani” rielabora il pensiero di Plotino, Dionigi l’Areopagita e del neoplatonismo in genere. Nel suo pensiero si scoprono importanti analogie con le Upaniṣad, del Advaita Vedānta nel pensiero di Śrī Śaṅkarācārya.

Secondo Eckhart, infatti, la Deità non può essere pensata perché oltrepassa ogni nostra possibilità di linguaggio e di immaginazione. Per arrivare alla Deità bisogna spogliarsi di tutto, anche della nostra intellettualità, sprofondando nel vuoto. La temporalità del divenire esiste solo nella mente umana perché nella mente divina esiste solo l’Assoluto, un eterno presente, quindi la Deità, è assolutamente unitaria e immutabile, fuori dal tempo e dallo spazio. Risulta perciò uno stato incondizionato come il Brahman del Advaita Vedānta.

L’equiparazione Ātman = Brahman, così come il Figlio e lo Spirito Santo in una sorta di processo circolare che non ha né principio né fine. È possibile scoprire nell’introspezione l’Assoluto, la Trascendenza perché la nostra autentica natura è Ātman. L’esistente rappresenta il punto d’incontro della trascendenza con l’immanenza, distaccato dal mondo sensibile-fenomenico riesce in questo modo a scorgere la sua reale natura. Nel momento in cui trascendiamo il Saṃsāra, attraverso un processo di distacco e di spogliazione dell’io egoico (Ahamkāra), arriviamo a quel “vuoto” a cui apparteniamo e dal quale non ci siamo mai allontanati. Quando viene trascesa ogni distinzione tra soggetto e oggetto e ci si svuota di ogni contenuto di nome e forma (Nāmarūpa), il Soggetto reale viene svelato. L’annullamento dell’io egoico (Ahamkāra), la spogliazione di ogni contenuto, ci fa raggiungere quel perfetto distacco di cui parla Eckhart.

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«Dio vuole che in tutte le cose noi rinunciamo alla nostra volontà. Niente rende veramente uomo come la rinuncia alla propria volontà. In verità, senza questa rinuncia della volontà in tutte le cose non si compie davvero nulla davanti a Dio. Se si giunge a rinunciare completamente alla nostra volontà e a spogliarci per Dio di tutte le cose, esteriori e interiori, allora abbiamo compiuto tutto – e niente in precedenza».1

«L’uomo deve imparare a spogliarsi di se stesso in tutti i doni e a non mantenerne nulla di proprio, né cercare alcunché – né ricompensa, né utilità, né soddisfazione, né dolcezza, né fervore, né regno dei cieli, né volontà propria».2

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Il “distacco” di Eckhart è l’esatto corrispondente del Vairāgya Vedantino, cioè svuotarsi dei pensieri, della volontà, delle intenzioni e degli interessi personali, per poter superare l’io egoico (Ahamkāra) e porsi in sintonia con la Trascendenza. Il distacco ha questo supremo potere di renderci simili alla Deità, che è al di sopra di tutto, di ogni dualismo, e ricerca di quella pax profunda. Esso si realizza soprattutto nella solitudine, che nella ricerca di quel Nulla divino.

Chi realmente vuole raggiungere il distacco deve perseguire l’inazione nell’azione superando il desiderio di ricompensa. Svuotarsi di tutto per riempirsi del divino. Lo spirito distaccato costringe la Deità a discendere in lui. L’uomo giusto, che si è ritrovato interiormente, è colui che ha trasceso i limiti dell’io-egoico (Ahamkāra) e ha raggiunto la “pura nudità” dell’Anima, il fondo, il Sé (Ātman), l’Abisso.

1 M.Eckhart, La via del distacco, Lorenzo d’è medici, press, 2018, pag.83.

2 M.Eckhart, la via del distacco, Lorenzo d’è Medici Press, 2018, pag.82.

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BREVE RIFLESSIONE FILOSOFICA SULLA PANDEMIA

Riccardo Tennenini

Breve riflessione sull’attuale situazione pandemica

È un fatto che i rapporti tra i processi dell’automatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche, l’uomo infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore.

E.Jünger, Trattato del ribelle.

Sin dallo scoppio della pandemia, i governi occidentali si sono approcciati a questo nuovo scenario in maniera positivista. Tale scelta è deducibile con facilità dall’agliofobia che – nei fatti – sembra caratterizzare attualmente il nostro mondo. Il dolore fa così paura che – come osserva il filosofo Byung Chul-han – è stato letteralmente bandito dalla nostra vita, relegato ad argomento tabù nel costante inseguimento di un ottimismo perenne. La pandemia, però, ha obbligato l’Occidente agliofobico a guardare in faccia il dolore sbattendoglielo dinanzi agli occhi, quello stesso dolore che invano si era provato a esorcizzare; ecco dunque che, scorgendo a forza la realtà oltre la rosea maschera dell’ottimismo, le capacità di reazione crollano miseramente, poiché il dolore è fondamentale alla vita tanto quanto il piacere, soprattutto per riuscire a rialzarsi ancora, nonostante tutto, e tenersi in piedi.

Con il solo ottimismo come unica arma a disposizione per cercare di superare ogni eventuale sofferenza, l’uomo occidentale rimane paralizzato in ginocchio dall’angoscia e dall’incredulità che il suo “migliore dei mondi possibili” – fatto di belle parole ed arcobaleni – stia cadendo a pezzi come un castello di carte, vacillando con esso anche il sistema liberal-democratico che lo guida – fondato sulla libertà individuale e sul potere decisionale del demos – con l’apparentemente ossimorico risultato di consegnare tutto il potere nelle mani di burocrati, CEO di multinazionali biotecnologiche e filantropi internazionali, privi di scrupoli nel violare gli stessi principi cardine della liberal-democrazia verso l’instaurazione di un panopticon globale.

In un simile contesto, i mass-media centralizzano intorno agli autocrati tutto il cosiddetto “quinto potere”, schiacciando ogni pensiero critico, bollandolo come “fake news” e “teoria del complotto”, e di conseguenza bannandolo dai canali di informazione. Si crea dunque un pensiero unico totalizzante, contraddistinto dall’indubbia volontà punitiva nei confronti di tutti coloro che si rifiutano di accettarlo come verità ultima, con i suddetti autocrati presentati al pubblico come grandi “superstar”, mosse esclusivamente dal bene e dall’interesse comune, mascherando abilmente la tirannide biotecnica come unica forma salvifica per l’umanità, e le coercizioni ad essa correlate quali manifestazioni di alto civismo.

In questo modo, la libertà individuale e la risoluzione del demos non vale più nulla innanzi al potere dei dati statistici. Da qui, la nuova biopolitica pandemica, capace di avvalersi della tecnoscienza per ottenere un controllo totale non solo sull’internauta e sui suoi processi mentali e decisionali, ma anche sul corpo del cittadino, e più precisamente sulla sorgente stessa della sua vita, ovvero il DNA. Si capirà come dunque il passo è breve fra l’essere schiavi di un codice a barre al codice QR stampato ovunque, persino sulla pelle, mentre la prassi del lockdown trasforma le società occidentali in veri e propri “Stati di clausura”.

Quanto apparirebbe più logico e coerente da fare in una situazione simile, oltre a dispiegare quello che Thoreau definiva “disobbedienza civile”, sarebbe impiegare in maniera etica e costruttiva lo scorrere del tempo delle restrizioni, migliorando noi stessi attraverso lettura, meditazione, attività fisica, natura e buon cibo, e dando più valore ed importanza alla vita ed a tutte quelle piccole cose che fino a prima della pandemia davamo per scontate. In realtà, purtroppo, è avvenuto l’esatto contrario. Per alcuni si è trattato infatti di un modo come un altro per fare soldi, per altri un ulteriore motivo, approfittando della situazione, per stare sotto i riflettori.

Tra digitalizzazione di massa, datizzazione globale, iper-sorveglianza orwelliana, misure biopolitiche foucaultiane, nuove discriminazioni fra “pro-vax” e “no-vax”, e-commerce come modello rampante di mercato, e rider come lavoro tipo del XXI secolo, la mascherina diviene in un simile contesto il feticcio per eccellenza, nel quale ognuno di noi – paradossalmente – può tendere a mostrare la propria personalità nascondendola dietro una maschera. Ciò evidenzia un materialismo ed un individualismo estremi, che contribuiscono ad attribuire maggiore importanza all’uscire di casa con una mascherina abbinata al vestito, che non a coltivare autentici rapporti umani. Il risultato finale è inevitabilmente un diverso tipo di società distopica ed innaturale, quale quella descritta dal film “Equals”. Perché innaturale? Se aveva ragione Aristotele, l’uomo per sua stessa natura è un “animale sociale”, bisognoso di stare con gli altri, di socializzare, di creare una fitta rete di rapporti profondi e duraturi, quali la famiglia. Il futuro distopico che si accinge ad essere creato si pone in contrasto diretto con il monito aristotelico, fra rapporti interpersonali promossi solo attraverso l’intermediazione di uno schermo, una diffidenza sempre più marcata fra gli individui, ormai proni a sospettare del prossimo come “infetto”, restrizioni sempre maggiori della mobilità e della libertà dei singoli, il metro di distanza come simbolo della distruzione del “noi” e della promozione sempre più coercitiva dell’”io” – centro e misura dell’uomo obbligato a bastare a sé stesso.

L’annichilimento del contatto umano che ne scaturirà – a partire dalla morte del dialogo – ci traghetterà alla fine di tutto verso un nuovo tipo di depressione esistenziale. Se ciò realmente si verificherà, se non si sarà riusciti a superare una volta per tutte l’agliofobia, instaurando con il dolore – cuore del problema pandemico – un rinnovato rapporto costruttivo, la “nuova umanità mascherata” nella quale ci troveremo immersi avrà smarrito veramente, e per sempre, la propria ragion d’essere.

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RAZZIALISMO PLATONICO

Riccardo Tennenini

La Repubblica di Platone come primo testo razzialista ante litteram

Gli anti-razzisti sono soliti sostenere che la nozione di “razza” sia un termine moderno, utilizzato dal cosiddetto “razzismo scientifico”, specialmente di stampo anglosassone, per avallare la superiorità della “razza bianca” su tutte le altre. È in questo modo che avrebbe reso lecito colonialismo, imperialismo e la schiavitù delle popolazioni indigene considerate “inferiori” dalla classe borghese dominante. In realtà il tema della razza affonda le sue radici nell’antichità indoeuropea. Infatti, uno dei primi “razzialisti” ante litteram lo troviamo in Platone. Nelle sue opere politiche possiamo scorgere il seme del razzialismo occidentale che poi si è sviluppato nel tempo fino ad arrivare a quelli moderni. Partendo dall’idea delle diseguaglianze degli uomini, ripresa poi anche dal francese Conte Joseph Arthur de Gobineau, in tutta la Repubblica il tema delle diseguaglianze umane è fondamentale per costruire la sua etica. Platone afferma che gli individui sono tutti diversi a partire dalle caratteristiche ereditarie, biologiche, caratteriali, intellettive, oltre alle differenze animiche ed educative.

Riconoscendo anche differenze fisiche e mentali innate tra i sessi e considerando le donne come “il sesso debole”, tuttavia Platone sostiene che le donne dovrebbero avere pari opportunità di essere tutori o avere qualsiasi altro ruolo nella comunità, purché ne abbiano la capacità. Oltre alle diseguaglianze e l’ereditarietà, è l’eugenetica il tema forse più “scottante” nel grande pensiero platonico. Per questo possiamo affermare che quello che gli anti-razzisti chiamano “razzismo scientifico”, praticato in modo particolare tra la fine dell’800 e i primi del 900, non è di natura liberale e borghese, ma platonico. Platone osserva che le diseguaglianze umane sono significativamente ereditabili. Proprio per questo motivo Platone non si fa nessuno scrupolo nel parlare di drastiche soluzioni eugenetiche per salvare il meglio della grecità in senso razziale dal baratro verso cui si stavano dirigendo. Ed essendo la Repubblica un’opera di filosofia della politica, non manca il parlare “patriottismo”: un patriottismo platonico totalmente diverso da quello che sbandierano gli attuali partiti-movimenti di destra, che identificano l’appartenenza a una patria come un fattore sostanzialmente civico-burocratico o socio-culturale, per cui tutti possono essere “Italiani”, “Tedeschi” o “Inglesi”. Per Platone l’essere Greco era un fattore esplicitamente etnico-razziale sul quale si formava l’identità nazionale. Tant’è che è consueto trovare all’interno della Repubblica la parola ghenos per identificare i “legami di sangue e di parentela” tra Greci e che la loro identità comune dovrebbe essere coltivata attraverso pratiche religiose congiunte. La Repubblica di Platone si presenta come una potente visione metapolitica per uno Stato aristocratico razzialmente consapevole. L’élite al potere, conosciuti come i “guardiani”, sono tenuti in altissima considerazione nella gerarchia sociale della Kallipolis.

La Kallipolis platonica è la sua città-stato o etno-stato perfetto, governata dai filosofi, interamente orientata alla perfezione fisica, morale e intellettuale umana. Tra di loro i migliori avrebbero formato l’élite dominante dei guardiani. Considerato tutto questo, non c’è da meravigliarsi che Platone sia così odiato dagli egualitari come Karl Popper che si sono battuti per diventare i rappresentanti di quello che viene definito anti-platonismo, apostrofando Platone con i nominativi più assurdi come: “totalitario”, “razzista”, “anti-liberale” e “anti-democratico”. Platone riconosce che la diseguaglianza umana non è solo innata, ma ereditaria. Questo punto viene ripetuto in diverse occasioni, tant’è che non manca di scontrarsi violentemente contro il melting-pot e i matrimoni esogamici. Sviluppando quella che a tutti gli effetti possiamo definire una “biopolitica” basata sull’idea che la bellezza fisica fosse un riflesso della bellezza interiore dell’anima unito alle caratteristiche psicologiche e morali, sostenendo in questo modo che la casta dirigente dei re-filosofi dovrebbe essere basata sulla kalokagathìa, data la realtà dell’ineguaglianza umana ereditaria innata, la biopolitica platonica vigila soprattutto sulla riproduzione dei migliori e ognuno secondo la propria casta di riferimento. E questa per Platone è una questione fondamentale di interesse pubblico. Platone per questo motivo sostiene con forza il controllo selettivo dei rapporti sessuali e la riproduzione, e non lasciare tali questioni ai desideri libidinosi dell’individuo. In linea con l’antica pratica greca, anche nell’Atene democratica, Platone subordina radicalmente gli interessi dell’individuo a quelli della comunità da cui dipende con quello che da molti è stato definito “socialismo platonico”. Questa radicale subordinazione dell’interesse individuale in favore della comunità sembra estrema e ingiusta per le menti liberali del nostro tempo. Ma Platone si era accorto che l’estrema libertà individuale stava portando al collasso la Grecia e l’intero popolo greco a condotte egoiste e anarchiche.

Quindi, la sua soluzione è quella di invertire la rotta con un comunitarismo dove la città-stato e la comunità vengano intese come una grande famiglia. Se la civiltà occidentale e i popoli europei stanno morendo oggi, forse è per la stessa ragione del tramonto della civiltà greca e del popolo greco di allora. La ragione contingente più importante è che gli Europei non riescono ancora oggi a riconoscersi come una grande comunità-famiglia ma solo come individui singoli che fanno guerre intestine fratricide tra Europei. Fino ad oggi, Platone è venerato come il fondatore della tradizione filosofica occidentale, e il più grande filosofo di tutti i tempi. Quindi, per noi neo-platonici, è confortante sapere che un gigante del pensiero ci offre un viatico per la salvezza della civiltà europea dove le nozioni di razza e nazione sono tenute in gran considerazione così come le influenze genetiche sul comportamento e quindi la composizione del patrimonio genetico come una questione evidente di interesse pubblico. Ciò si può attuare in un patriottismo che sia estensione del sentimento familiare, del rispetto del sacro definito come ciò che promuove gli interessi dell’intera comunità, e improntato sulla solidarietà tra i popoli europei. In fondo, il messaggio platonico della Repubblica, è l’erigersi di una buona società umana con una buona cultura e buoni geni.

C’è qualcosa allo stesso tempo di così ovvio e tuttavia di così ferocemente anti-moderno e attuale, se si dà uno sguardo alle società europee egualitarie-individualiste. Ispirato da Platone, l’etnofederalismo sarà per un ordine militare-spirituale di “guardiani europei”, costituito da tanti etno-stati al cui interno risiedono comunità costituite dal meglio di tutte le nazioni europee, dedite con zelo al miglioramento culturale e genetico del nostro popolo. Oggi può sembrare un’utopia. Ma il ventunesimo secolo è ancora giovane.

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STIAMO VIVENDO UNA WEIMAR 2.O ?

Riccardo Tennenini

Sconcertanti similitudini e somiglianze tra la storia travagliata della Repubblica di Weimar con le società di oggi.

Alla caduta del Sacro Romano Impero, i tedeschi si unificarono lungo tutto il XVIII ed il XIX secolo sotto la guida della nobiltà germanica – caratterizzata da un forte carisma e da uno spiccato principium imperii – instaurando un ordine caratterizzato in ogni sua parte da lealtà e buongoverno. La Germania dell’epoca rappresentava veramente il cuore dell’Europa, e nel suo alveo nacquero geni e personalità eminenti di ogni campo, dalla filosofia, alla scienza, sino all’imprenditoria, ma a tale idillio la Prima Guerra Mondiale – orchestrata a tavolino da interessi globali corrotti, invidiosi di tanta grandezza – soggiunse purtroppo a porre drammaticamente fine. Nel corso del conflitto, la Germania conobbe numerose vittorie eroiche, e più volte cercò una tregua pacifica, ma tale prospettiva non avrebbe potuto essere accettata dai finanzieri corrotti che di quello stesso conflitto muovevano i fili, poiché ciò avrebbe senz’altro significato gravi perdite economiche ed una brusca interruzione della propria agenda. A causa di ciò, le modalità con cui la guerra effettivamente ebbe a finire furono cruciali per distruggere la Patria tedesca e preparare il terreno per l’avvento della Repubblica di Weimar; al fallimento dello sforzo bellico del Reich, infatti, seguì il deflagrare dell’azione armata dei militanti spartachisti, i quali – animati da un’ideologia di stampo sovietico – scatenarono violente rivolte che divamparono su tutto il territorio della Nazione.

Cadde l’Impero, la guerra finì, e l’élite globalista si trovò a banchettare sul cadavere della Germania, su cui ci si apprestò a costruire le fondamenta della Repubblica di Weimar. Nell’ambito dell’infausto Trattato di Versailles, il corpo della Patria tedesca fu smembrato dagli avvoltoi demo-liberali che del gabinetto weimariano – riferimento alla città dove il governo del nuovo ordine si era riunito per la prima volta – costituivano il nerbo, senza essere avversati da alcuna autentica opposizione politica. Per quasi un decennio, la politica di Weimar fu dominata in modo schiacciante da istanze marxiste e liberali, dopo che per i 70-80 anni precedenti le medesime, nefaste influenze avevano seminato il caos in tutta la Germania, impedendo al popolo tedesco di sperimentare la vera pace.

In questa “neo-Germania” dilaniata e divisa, i primi anni della Repubblica di Weimar fluirono colmi di tumulti, sofferenze e dolori, scarsità alimentare e povertà endemica. Appare incredibile constatare come – in pochissimo tempo – la Nazione tedesca sia passata dal trovarsi nel novero delle potenze europee più ricche, ad una devastazione tanto tragica. Fra il 1923 ed il 1925, si verificò l’occupazione della Ruhr (Ruhrbesetzung) da parte di Francia e Belgio, volta a riscuotere le riparazioni economiche conseguenti alla Prima Guerra Mondiale: un disastro assoluto. Il governo di Weimar si mostrava del tutto incapace a fronteggiare una situazione di tale emergenza, in un contesto spiccatamente caratterizzato da una vera e propria “anti-cultura”, da una società malata e degenerata in cui tutto era tollerato.

Berlino, in breve tempo, divenne la Sodoma mondiale del sesso. Molte donne e bambine tedesche – per sopravvivere – si diedero alla prostituzione in strada, esibendo sé stesse come merce in vendita al mercato. Nessuna perversione sessuale appariva fuori luogo, ed al centro di tutto emergeva la controversa figura di Magnus Hirschfeld, fondatore del celeberrimo “Istituto di ricerca sessuale” berlinese. Anche in numerose pellicole cinematografiche i riferimenti espliciti abbondavano, ed in un contesto così iper-sessualizzato – inutile dirlo – il business pornografico divenne estremamente in voga, alla moda, e financo redditizio.

Neppure l’arte si salvava, va purtroppo constatato. Sempre più si sperimentarono opere perverse, totalmente distaccate dall’arte tedesca vera e propria, con i suoi magnifici scenari popolari e naturalisti. Il dadaismo ed il cubismo dilagarono, e persino la fotografia di Erwin Blumenfeld cercò di cavalcare l’onda del momento, iniettando temi sovversivi ed anti-tedeschi nei propri lavori.

La mesta vicenda della Repubblica di Weimar non si discosta molto da quanto stiamo vivendo noi oggi. Weimar conobbe il suo baratro quando al crollo del mercato azionario statunitense seguì la Grande Depressione globale, in maniera non dissimile a quanto avvenuto nel 2008. Tanto la Repubblica di Weimar quanto la società italiana si mostrarono egualmente impreparate dinanzi al deflagrare della crisi economica, con il diffondersi di disoccupazione, fame e malattie. Se il collasso monetario di quegli anni lontani è un ricordo drammatico, l’incubo di Weimar appare oggi essere più presente che mai. Tutti i fenomeni che lo caratterizzarono, infatti, sono annoverabili nelle circostanze attuali, figli di problemi forse mai davvero superati, ma semplicemente evolutisi con il tempo.

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