RAZZIALISMO PLATONICO

Riccardo Tennenini

La Repubblica di Platone come primo testo razzialista ante litteram

Gli anti-razzisti sono soliti sostenere che la nozione di “razza” sia un termine moderno, utilizzato dal cosiddetto “razzismo scientifico”, specialmente di stampo anglosassone, per avallare la superiorità della “razza bianca” su tutte le altre. È in questo modo che avrebbe reso lecito colonialismo, imperialismo e la schiavitù delle popolazioni indigene considerate “inferiori” dalla classe borghese dominante. In realtà il tema della razza affonda le sue radici nell’antichità indoeuropea. Infatti, uno dei primi “razzialisti” ante litteram lo troviamo in Platone. Nelle sue opere politiche possiamo scorgere il seme del razzialismo occidentale che poi si è sviluppato nel tempo fino ad arrivare a quelli moderni. Partendo dall’idea delle diseguaglianze degli uomini, ripresa poi anche dal francese Conte Joseph Arthur de Gobineau, in tutta la Repubblica il tema delle diseguaglianze umane è fondamentale per costruire la sua etica. Platone afferma che gli individui sono tutti diversi a partire dalle caratteristiche ereditarie, biologiche, caratteriali, intellettive, oltre alle differenze animiche ed educative.

Riconoscendo anche differenze fisiche e mentali innate tra i sessi e considerando le donne come “il sesso debole”, tuttavia Platone sostiene che le donne dovrebbero avere pari opportunità di essere tutori o avere qualsiasi altro ruolo nella comunità, purché ne abbiano la capacità. Oltre alle diseguaglianze e l’ereditarietà, è l’eugenetica il tema forse più “scottante” nel grande pensiero platonico. Per questo possiamo affermare che quello che gli anti-razzisti chiamano “razzismo scientifico”, praticato in modo particolare tra la fine dell’800 e i primi del 900, non è di natura liberale e borghese, ma platonico. Platone osserva che le diseguaglianze umane sono significativamente ereditabili. Proprio per questo motivo Platone non si fa nessuno scrupolo nel parlare di drastiche soluzioni eugenetiche per salvare il meglio della grecità in senso razziale dal baratro verso cui si stavano dirigendo. Ed essendo la Repubblica un’opera di filosofia della politica, non manca il parlare “patriottismo”: un patriottismo platonico totalmente diverso da quello che sbandierano gli attuali partiti-movimenti di destra, che identificano l’appartenenza a una patria come un fattore sostanzialmente civico-burocratico o socio-culturale, per cui tutti possono essere “Italiani”, “Tedeschi” o “Inglesi”. Per Platone l’essere Greco era un fattore esplicitamente etnico-razziale sul quale si formava l’identità nazionale. Tant’è che è consueto trovare all’interno della Repubblica la parola ghenos per identificare i “legami di sangue e di parentela” tra Greci e che la loro identità comune dovrebbe essere coltivata attraverso pratiche religiose congiunte. La Repubblica di Platone si presenta come una potente visione metapolitica per uno Stato aristocratico razzialmente consapevole. L’élite al potere, conosciuti come i “guardiani”, sono tenuti in altissima considerazione nella gerarchia sociale della Kallipolis.

La Kallipolis platonica è la sua città-stato o etno-stato perfetto, governata dai filosofi, interamente orientata alla perfezione fisica, morale e intellettuale umana. Tra di loro i migliori avrebbero formato l’élite dominante dei guardiani. Considerato tutto questo, non c’è da meravigliarsi che Platone sia così odiato dagli egualitari come Karl Popper che si sono battuti per diventare i rappresentanti di quello che viene definito anti-platonismo, apostrofando Platone con i nominativi più assurdi come: “totalitario”, “razzista”, “anti-liberale” e “anti-democratico”. Platone riconosce che la diseguaglianza umana non è solo innata, ma ereditaria. Questo punto viene ripetuto in diverse occasioni, tant’è che non manca di scontrarsi violentemente contro il melting-pot e i matrimoni esogamici. Sviluppando quella che a tutti gli effetti possiamo definire una “biopolitica” basata sull’idea che la bellezza fisica fosse un riflesso della bellezza interiore dell’anima unito alle caratteristiche psicologiche e morali, sostenendo in questo modo che la casta dirigente dei re-filosofi dovrebbe essere basata sulla kalokagathìa, data la realtà dell’ineguaglianza umana ereditaria innata, la biopolitica platonica vigila soprattutto sulla riproduzione dei migliori e ognuno secondo la propria casta di riferimento. E questa per Platone è una questione fondamentale di interesse pubblico. Platone per questo motivo sostiene con forza il controllo selettivo dei rapporti sessuali e la riproduzione, e non lasciare tali questioni ai desideri libidinosi dell’individuo. In linea con l’antica pratica greca, anche nell’Atene democratica, Platone subordina radicalmente gli interessi dell’individuo a quelli della comunità da cui dipende con quello che da molti è stato definito “socialismo platonico”. Questa radicale subordinazione dell’interesse individuale in favore della comunità sembra estrema e ingiusta per le menti liberali del nostro tempo. Ma Platone si era accorto che l’estrema libertà individuale stava portando al collasso la Grecia e l’intero popolo greco a condotte egoiste e anarchiche.

Quindi, la sua soluzione è quella di invertire la rotta con un comunitarismo dove la città-stato e la comunità vengano intese come una grande famiglia. Se la civiltà occidentale e i popoli europei stanno morendo oggi, forse è per la stessa ragione del tramonto della civiltà greca e del popolo greco di allora. La ragione contingente più importante è che gli Europei non riescono ancora oggi a riconoscersi come una grande comunità-famiglia ma solo come individui singoli che fanno guerre intestine fratricide tra Europei. Fino ad oggi, Platone è venerato come il fondatore della tradizione filosofica occidentale, e il più grande filosofo di tutti i tempi. Quindi, per noi neo-platonici, è confortante sapere che un gigante del pensiero ci offre un viatico per la salvezza della civiltà europea dove le nozioni di razza e nazione sono tenute in gran considerazione così come le influenze genetiche sul comportamento e quindi la composizione del patrimonio genetico come una questione evidente di interesse pubblico. Ciò si può attuare in un patriottismo che sia estensione del sentimento familiare, del rispetto del sacro definito come ciò che promuove gli interessi dell’intera comunità, e improntato sulla solidarietà tra i popoli europei. In fondo, il messaggio platonico della Repubblica, è l’erigersi di una buona società umana con una buona cultura e buoni geni.

C’è qualcosa allo stesso tempo di così ovvio e tuttavia di così ferocemente anti-moderno e attuale, se si dà uno sguardo alle società europee egualitarie-individualiste. Ispirato da Platone, l’etnofederalismo sarà per un ordine militare-spirituale di “guardiani europei”, costituito da tanti etno-stati al cui interno risiedono comunità costituite dal meglio di tutte le nazioni europee, dedite con zelo al miglioramento culturale e genetico del nostro popolo. Oggi può sembrare un’utopia. Ma il ventunesimo secolo è ancora giovane.

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STIAMO VIVENDO UNA WEIMAR 2.O ?

Riccardo Tennenini

Sconcertanti similitudini e somiglianze tra la storia travagliata della Repubblica di Weimar con le società di oggi.

Alla caduta del Sacro Romano Impero, i tedeschi si unificarono lungo tutto il XVIII ed il XIX secolo sotto la guida della nobiltà germanica – caratterizzata da un forte carisma e da uno spiccato principium imperii – instaurando un ordine caratterizzato in ogni sua parte da lealtà e buongoverno. La Germania dell’epoca rappresentava veramente il cuore dell’Europa, e nel suo alveo nacquero geni e personalità eminenti di ogni campo, dalla filosofia, alla scienza, sino all’imprenditoria, ma a tale idillio la Prima Guerra Mondiale – orchestrata a tavolino da interessi globali corrotti, invidiosi di tanta grandezza – soggiunse purtroppo a porre drammaticamente fine. Nel corso del conflitto, la Germania conobbe numerose vittorie eroiche, e più volte cercò una tregua pacifica, ma tale prospettiva non avrebbe potuto essere accettata dai finanzieri corrotti che di quello stesso conflitto muovevano i fili, poiché ciò avrebbe senz’altro significato gravi perdite economiche ed una brusca interruzione della propria agenda. A causa di ciò, le modalità con cui la guerra effettivamente ebbe a finire furono cruciali per distruggere la Patria tedesca e preparare il terreno per l’avvento della Repubblica di Weimar; al fallimento dello sforzo bellico del Reich, infatti, seguì il deflagrare dell’azione armata dei militanti spartachisti, i quali – animati da un’ideologia di stampo sovietico – scatenarono violente rivolte che divamparono su tutto il territorio della Nazione.

Cadde l’Impero, la guerra finì, e l’élite globalista si trovò a banchettare sul cadavere della Germania, su cui ci si apprestò a costruire le fondamenta della Repubblica di Weimar. Nell’ambito dell’infausto Trattato di Versailles, il corpo della Patria tedesca fu smembrato dagli avvoltoi demo-liberali che del gabinetto weimariano – riferimento alla città dove il governo del nuovo ordine si era riunito per la prima volta – costituivano il nerbo, senza essere avversati da alcuna autentica opposizione politica. Per quasi un decennio, la politica di Weimar fu dominata in modo schiacciante da istanze marxiste e liberali, dopo che per i 70-80 anni precedenti le medesime, nefaste influenze avevano seminato il caos in tutta la Germania, impedendo al popolo tedesco di sperimentare la vera pace.

In questa “neo-Germania” dilaniata e divisa, i primi anni della Repubblica di Weimar fluirono colmi di tumulti, sofferenze e dolori, scarsità alimentare e povertà endemica. Appare incredibile constatare come – in pochissimo tempo – la Nazione tedesca sia passata dal trovarsi nel novero delle potenze europee più ricche, ad una devastazione tanto tragica. Fra il 1923 ed il 1925, si verificò l’occupazione della Ruhr (Ruhrbesetzung) da parte di Francia e Belgio, volta a riscuotere le riparazioni economiche conseguenti alla Prima Guerra Mondiale: un disastro assoluto. Il governo di Weimar si mostrava del tutto incapace a fronteggiare una situazione di tale emergenza, in un contesto spiccatamente caratterizzato da una vera e propria “anti-cultura”, da una società malata e degenerata in cui tutto era tollerato.

Berlino, in breve tempo, divenne la Sodoma mondiale del sesso. Molte donne e bambine tedesche – per sopravvivere – si diedero alla prostituzione in strada, esibendo sé stesse come merce in vendita al mercato. Nessuna perversione sessuale appariva fuori luogo, ed al centro di tutto emergeva la controversa figura di Magnus Hirschfeld, fondatore del celeberrimo “Istituto di ricerca sessuale” berlinese. Anche in numerose pellicole cinematografiche i riferimenti espliciti abbondavano, ed in un contesto così iper-sessualizzato – inutile dirlo – il business pornografico divenne estremamente in voga, alla moda, e financo redditizio.

Neppure l’arte si salvava, va purtroppo constatato. Sempre più si sperimentarono opere perverse, totalmente distaccate dall’arte tedesca vera e propria, con i suoi magnifici scenari popolari e naturalisti. Il dadaismo ed il cubismo dilagarono, e persino la fotografia di Erwin Blumenfeld cercò di cavalcare l’onda del momento, iniettando temi sovversivi ed anti-tedeschi nei propri lavori.

La mesta vicenda della Repubblica di Weimar non si discosta molto da quanto stiamo vivendo noi oggi. Weimar conobbe il suo baratro quando al crollo del mercato azionario statunitense seguì la Grande Depressione globale, in maniera non dissimile a quanto avvenuto nel 2008. Tanto la Repubblica di Weimar quanto la società italiana si mostrarono egualmente impreparate dinanzi al deflagrare della crisi economica, con il diffondersi di disoccupazione, fame e malattie. Se il collasso monetario di quegli anni lontani è un ricordo drammatico, l’incubo di Weimar appare oggi essere più presente che mai. Tutti i fenomeni che lo caratterizzarono, infatti, sono annoverabili nelle circostanze attuali, figli di problemi forse mai davvero superati, ma semplicemente evolutisi con il tempo.

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