LA PERENNE ATTUALITÀ DELLA GABBIA D’ACCIAIO DI MAX WEBER

Riccardo Tennenini

Il pensiero del grande sociologo tedesco Max Weber esercita ancora oggi un’influenza profonda sulla comprensione della società contemporanea. Egli nel suo vasto panorama letterario si occupò di molte questioni importanti come: la società moderna, l’economia capitalista e la religione, in particolare quella protestante. Ma è di particolare interesse per noi il processo di “razionalizzazione”. Che possiamo considerarlo come quel processo di secolarizzazione che portò le società occidentali moderne ad abbandonare spiegazioni mistico-religiose e metafisiche per approcciarsi ad altre di carattere meramente tecnico e scientifico. Questo processo lo definì come disincanto del mondo (Entzauberung der Welt).

«La crescente intellettualizzazione e razionalizzazione non significa dunque una crescente conoscenza generale delle condizioni di vita alle quali si sottostà. Essa significa qualcosa di diverso: la coscienza o la fede che, se soltanto si volesse, si potrebbe in ogni momento venirne a conoscenza, cioè che non sono in gioco, in linea di principio, delle forze misteriose e imprevedibili, ma che si può invece – in linea di principio – dominare tutte le cose mediante un calcolo razionale. Ma ciò significa il disincantamento del mondo. Non occorre più ricorrere a mezzi magici per dominare gli spiriti o per ingraziarseli, come fa il selvaggio per il quale esistono potenze del genere. A ciò sopperiscono i mezzi tecnici e il calcolo razionale. Soprattutto questo è il significato dell’intellettualizzazione in quanto tale.»  (Max Weber, Wissenschaft als Beruf).

Questo disincantamento porta il mondo ha perdere tutta la sua magia e mistero per diventare nient’altro che un gigantesco bestand-oggetto tra le mani del soggetto-uomo. Il disincanto è, come abbiamo detto, tutt’uno con la “razionalizzazione”. Dietro questo intricato progetto della ragione, Weber ci costruisce una delle metafore più importanti non solo del suo pensiero ma dell’intera sociologia. Questa metafora è la cosiddetta “gabbia d’acciaio”, riferita alle coercizioni provenienti da due aspetti della società moderna ovvero l’economia capitalistica e la burocrazia, le quali, insieme con il settore pubblico, ci obbligano in maniera coercitiva ad osservare regole, norme e convenzioni che rendono la società come ad esempio la nostra sempre più “repressiva” nel tempo rispetto a quelle pre-moderne che ancora vivevano l’incanto del mondo. 

La modernità tanto amata e abbracciata da tutti ha finito per intrappolarci all’interno di una “gabbia d’acciaio” come animali dello zoo ammaestrati. La “razionalizzazione” dell’organizzazione delle società occidentali impone l’efficienza selettiva, la produttività tecnica e la riduzione scientifica dei margini di errore. Diventando così il marchio distintivo del processo storico che investe e modifica gli ordinamenti sociali, espungendo i fenomeni irrazionali. 

Weber afferma: “Invece del vecchio coordinatore che è mosso da simpatia, favore, grazia e gratitudine, la cultura moderna ha bisogno per mantenere le sue sovrastrutture, del sostegno dell’emotivamente distaccato e rigoroso esperto professionale. L’aspetto negativo della “razionalizzazione” è proprio la spersonalizzazione degli individui per le esigenze della società”.

La metafora della gabbia d’acciaio oggi è quanto meno attuale per spiegare la situazione italiana tra l’organizzazione iper-burocratica dello Stato e razionalizzazione di ogni singolo cittadino attraverso numerosi dispositivi tecnici. Sono certo che depressione e sintomi maniacali saranno le caratteristiche che idealmente rappresenteranno la nostra epoca, in cui siamo attanagliati nelle maglie dure del “mito del progresso” e della tecnica che attentano quotidianamente alle nostre identità individuali e collettive. 

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INTERVISTA A BRUNO CESARE ANTONIO SEBASTIANI

La visione antropocentrica, che sancisce il primato dell’uomo centro dell’universo è la teoria dominante della modernità. Riccardo Tennenini intervista un autore che per la sua posizione può di buon grado essere definito contro-corrente.

L’offensiva a questa visione antropocentrica è proposta nella trilogia di Bruno Cesare Antonio Sebastiani. Per tentare di contrastarla occorre un certo coraggio, perché si viene facilmente criticati. Secondo noi è giusto concedere spazio ad un pensiero come quello di Sebastiani per comprendere al meglio l’attuale situazione umana globale.

Questa trilogia di saggi (“Il Cancro del Pianeta”, “Il Cancro del Pianeta Consapevole” e “L’impero del Cancro del Pianeta – L’organizzazione della società ai tempi dell’ecocidio”) ripercorre le tappe tragiche di un umanaio sempre più violento in guerra contro se stesso e il mondo che lo circonda. Viene così enunciata per la prima volta da Sebastiani la dottrina tanto provocatoria quanto radicale dell’uomo come “cancro del pianeta”.

Iniziamo subito. Di cosa parla questa dottrina enunciata nella trilogia?

Il punto di partenza delle mie riflessioni è tanto semplice quanto banale e si può riassumere in due constatazioni di per sé evidenti:

l’uomo è l’essere più intelligente del Pianeta e in virtù di questa sua caratteristica ha sottomesso ogni altra realtà del regno minerale, vegetale e animale;

l’armonia degli elementi del Pianeta è gravemente compromessa, tanto che i potenti del mondo continuano a riunirsi in cerca di rimedi a una crisi che appare di soluzione assai difficile, se non impossibile.

Così come 2 + 2 fa 4, appare quindi palese che quella caratteristica che ci ha consentito di sottomettere ogni regno della natura è anche la responsabile del dissesto planetario che stiamo vivendo.

L’articolo di presentazione del mio primo libro (“Il Cancro del Pianeta”, Armando Editore, 2017) inizia con queste parole:

“E se la nostra intelligenza anziché essere una scintilla divina o una mirabile opera della natura (a seconda che ci si riconosca nel creazionismo o nell’evoluzionismo) fosse un tragico errore del processo evolutivo della vita, una via “svantaggiosa” imboccata casualmente da madre natura che ben presto l’abbandonerà per far ritorno a forme di vita meno distruttive per l’ambiente?” (qui l’articolo completo)

Da queste prime constatazioni prende avvio il dipanarsi del discorso che scorge impressionanti similitudini con quanto accade in un organismo ammalato di cancro. Le cellule sane si trasformano in cellule tumorali maligne a seguito di casuali alterazioni genetiche, e così anche i più recenti studi neurologici ci dicono che all’origine dell’abnorme evoluzione del nostro cervello vi sarebbero alterazioni altrettanto casuali di alcuni geni cerebrali.

Verificatesi tali alterazioni (la “carcinogenesi”) il processo diviene irreversibile ed è connotato da quattro tappe, del tutto analoghe sia nel cancro dell’uomo sia in quello del pianeta:

1. crescita rapida e incontrollata delle cellule tumorali maligne

2. invasione e distruzione dei tessuti sani adiacenti

3. de-differenziazione, ovvero l’omologazione globale delle cellule

4. metastasi a diversi siti

Ognuno può facilmente riconoscere in questi quattro passaggi i momenti essenziali del processo di antropizzazione del Pianeta, avviato su vasta scala alcuni millenni or sono ma covato a lungo nei meandri della preistoria.

Per ogni approfondimento si veda l’articolo “La de-differenziazione, ovvero l’omologazione globale delle cellule”.

Una volta acclarata la similitudine, è giocoforza ribaltare l’intera storia del genere umano, condannando come “contro natura” il mito progressista che ci sta conducendo allo sfacelo.

Una precisazione. Ai tre testi citati, quest’anno se ne è aggiunto un quarto, “Rivelazione – Discorso alle cellule malate”, che intende attirare l’attenzione dei lettori sul fatto che quell’intelligenza che ci ha consentito di sederci sul trono di re del mondo, è comunque limitata rispetto alla vastità e alla complessità del cosmo, motivo per cui è stata in grado di alterare l’equilibrio naturale tra gli elementi ma non è in grado di ricomporne uno di tipo artificiale altrettanto stabile e duraturo.

Rousseau affermava che l’uomo è buono per natura, il cosiddetto “buon selvaggio” ed è la società che lo corrompe facendolo diventare cattivo. Secondo lei aveva ragione Rousseau oppure, l’uomo è naturalmente cattivo per necessità di sopravvivenza?.

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Uno dei primi postulati del Cancrismo (nome che ho dato alla mia dottrina) è che non dobbiamo giudicare quanto accaduto col metro dell’etica umana. Qui non ci sono buoni o cattivi. Ciò che è accaduto è accaduto per caso. Non vi è stato alcun peccato originale né alcuna colpa. Da questo punto di vista concordo con le tesi esposte da Monod ne “Il caso e la necessità”. Ho approfondito questi concetto nell’articolo “Il caso e la colpa”.

Per tornare a Rousseau, a mio avviso il selvaggio è stato “buono” (nel senso di ossequiente alle leggi di natura) sino a quando l’evoluzione del suo cervello non superò quella soglia di “capacità elaborativa” che gli permise di contravvenire alle leggi di natura. Poi, con estrema gradualità, iniziò a trasformarsi in cellula tumorale della biosfera.

Molti movimenti ecologisti radicali, come gli anarco-primitivisti, pensano che solo con un ritorno a uno stadio pre-agricolo l’uomo potrebbe scongiurare il pericolo di un ecocidio globale. Secondo lei è giusto e possibile una cosa del genere?

Ho dedicato il mio libro “L’Impero del Cancro del Pianeta” a questo problema. Per nutrire il numero di cellule-uomo accresciutosi in modo “rapido e incontrollato” a seguito della già citata abnorme evoluzione del cervello (la carcinogenesi), Homo sapiens ha dovuto costruire una macchina sociale ultra complessa i cui ingranaggi sono strettamente connessi gli uni con gli altri. Non vi è solo l’esigenza primaria di sfamare gli otto miliardi di esseri umani ormai presenti sul Pianeta, ma anche quella di trovare il cibo per i quasi trenta miliardi di animali segregati negli allevamenti intensivi (terrestri e acquatici) e l’energia per “nutrire” l’infinito numero di macchine e dispositivi costruiti nell’illusione di poter governare il mondo più efficacemente e senza fatica. Queste esigenze hanno comportato un iper-sfruttamento del suolo, e quindi la deforestazione, la desertificazione ecc. ecc. Senza un’agricoltura ultra intensiva non potremmo sfamare né animali né uomini. Bloccare anche solo uno degli ingranaggi della macchina che tiene in piedi l’impero del cancro del pianeta significherebbe far crollare l’intera impalcatura sociale. Pensiamo a cosa avverrebbe se venisse a mancare il carburante per i mezzi di trasporto o l’energia elettrica o il gas con cui scaldiamo le nostre case. Il sistema è sicuramente sventurato, ma la sua distruzione comporterebbe disastri immani. Questi avverranno quando la Natura ci presenterà il conto per il sontuoso banchetto effettuato a sue spese, ma il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di ritardarli, non di anticiparli.

Quale soluzione alternativa proporrebbe lei per salvare il Pianeta Terra dalla furia dell’uomo? 

Giunti al punto in cui siamo, temo che soluzioni vere non esistano. La Natura ci distruggerà e poi ricomincerà il suo lento lavoro sotterraneo. Forse appariranno nuove forme di vita, forse non su questo pianeta. Ma, poiché noi viviamo qui e ora, è giusta la domanda e non intendo sfuggirvi. Dirò allora che, come agli ammalati di cancro in fase terminale non si negano le cure palliative, così alla nostra Terra (l’organismo vivente che ci ospita e che noi stiamo distruggendo) dovremmo garantire una minor sofferenza attraverso una opportuna decrescita dei consumi e del ritmo di sviluppo economico che ossessiona il nostro tempo. Vedo di buon occhio ogni comportamento virtuoso in tal senso, sia a livello individuale sia a livello sociale. Ma qui è importante sottolineare un aspetto della dottrina cancrista. L’ho esplicitata essenzialmente per amore di verità. Ma nel teorizzarla mi sono anche reso conto che l’uomo contemporaneo non è disposto a modificare spontaneamente le sue abitudini. Solo i rivolgimenti tellurici possono indurlo a farlo o, forse, una “rivelazione” particolarmente violenta, come quella di essere paragonato a una cellula cancerogena. Quanti più saremo a professare tale dottrina, tante più persone forse modificheranno il proprio dissennato comportamento. Almeno me lo auguro.

Come ultima domanda le chiedo quale è il messaggio che vuole dare a tutti i nostri lettori? Io la ringrazio per la disponibilità e partecipazione, consigliando l’acquisto dei suoi libri, le do appuntamento alla prossima occasione di incontro.

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Non date per scontato ciò che i maggiori “maître à penser” e la stragrande maggioranza del genere umano ha sempre sostenuto, a partire dai seguaci di Socrate fino ai grandi scienziati contemporanei. Ragionate con la vostra testa. Guardate la bruttezza del mondo moderno. Salite su un aereo e osservate come i campi sottostanti, già spogliati del manto della foresta primordiale, siano ora deturpati da un’infinità di colate di cemento. Considerate quale sia la causa di tanta devastazione e come la stessa metta a rischio la sopravvivenza stessa della vita sul Pianeta. Ecco, a questo punto siete già pronti per convertirvi al Cancrismo.

Non è facile condensare nel breve spazio di un’intervista tutti i concetti elaborati in anni di speculazione. Mi limiterò pertanto a invitare chi volesse approfondire l’argomento a visitare il sito de Il Cancro del Pianeta, dove sono raccolti tutti i contributi teorici miei e di altri studiosi, e il blog omonimo.

Inoltre segnalo che è appena uscito un altro volume sul Cancrismo, “Pensieri Eretici”. In tale opera ho raccolto gli ottanta articoli che ho scritto negli ultimi quattro anni per approfondire i singoli aspetti della dottrina. L’opera di “dissacrazione” dell’ortodossia progressista richiede l’impegno di vaste schiere di uomini di buona volontà. Io ho tentato di avviare l’opera. Mi auguro che molti si incamminino su questa strada.

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LA SVEZIA È LA MENO SICURA NAZIONE D’EUROPA

Dan Lyman

Fonte: InfoWars Europe

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Bild, quotidiano ritenuto il più apprezzato dai lettori tedeschi, ha analizzato i risultati di uno studio condotto dal Brottsførebyggande rådet, il Comitato Svedese per la Prevenzione del Crimine, sulla violenza legata alle armi da fuoco. Collegando gli esiti della ricerca ad altre note tendenze che interessano il Paese scandinavo, quali le gang ed il narcotraffico, la giornalista di Bild Ingrid Raagaard ha concluso che “le cose non possono più andare avanti così”.

“Nell’Unione Europea, una media di otto persone per milione cade ogni anno vittima di crimini violenti. In Svezia, tale dato si attestava intorno ai dodici morti assassinati ogni milione di abitanti. Concentrandosi sulle vittime di armi da fuoco, la differenza fra l’Europa e la Svezia si fa ancor più ampia. Se l’Unione Europea conta infatti una media di 1,6 uccisi con armi da fuoco ogni milione di abitanti, in Svezia se ne contano 4, quasi tre volte di più”, scrive Raagaard.

“Il divario aumenta ancor di più focalizzandosi sulla fascia d’età 20-29 anni. Nella maggior parte dei Paesi europei, il dato si attesta fra gli zero ed i quattro morti assassinati per milione; in Svezia, invece, ammontano addirittura a 18. In seconda posizione si attesta l’Olanda, che conta ‘solamente’ sei morti nel menzionato range anagrafico.

Raagaard colloca la preoccupante svolta intorno all’anno 2005, e da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Adesso, infatti, si contano circa 60 no-go zones in tutta la Svezia, situate perlopiù negli hinterland delle grandi città quali Stoccolma, Malmö, Göteborg, aree in cui il crimine allogeno regna incontrastato, e le forze dell’ordine non osano addentrarsi.

Edizione cartacea: Volume I Volume II

I media mainstream si ostinano cocciutamente ad insistere che non vi siano ‘no-go zones’ di immigrati in Svezia, preferendo piuttosto parlare di ‘aree vulnerabili’. “Sempre più svedesi temono per le proprie vite, poiché spesso sono proprio semplici innocenti passanti a cader per primi vittime delle guerre fra gang”, continua Raagaard.

InfoWars Europe documenta con regolarità il dilagare del crimine in Svezia ed i preoccupanti eventi che la interessano, ancor più angosciante se si pensa che il Paese scandinavo – sino a non molto tempo fa – era considerata una delle nazioni più sicure e progredite del mondo.

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LONDRA, DOVE IN ALCUNE AREE IL 50% DEI RESIDENTI È NATO ALL’ESTERO

Martin Robinson

Fonte: Daily Mail

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Ecco le aree di Londra dove il 50% dei residenti è nato all’estero, mentre la popolazione della capitale raggiunge la cifra record di 8,6 milioni.

Questa mappa colorata della città di Londra mostra con chiarezza come vaste aree della Capitale siano ormai dominate da una serie di determinate nazionalità, in una città in cui un residente su tre è nato all’estero. La bandiera indiana sventola su dieci dei trentadue quartieri in cui la Capitale è divisa, mentre londinesi nati in Nigeria, Polonia, Turchia e Bangladesh sono già maggioranza in almeno tre aree urbane per gruppo. In alcuni quartieri – Westminster, Kensington, Chelsea e Brent, fra gli altri – più della metà della popolazione è nata fuori dai confini nazionali, stando alle cifre comunicate dall’Ufficio Statistiche del Sindaco.

Quest’anno, Londra ha raggiunto la quota record di 8,6 milioni di abitanti, con altri due milioni trasferitisi in città nel corso degli ultimi venti anni, la maggior parte dei quali dall’estero. Tali ragguardevoli cifre costituiscono un vero record dopo il precedente del 1939, precedente alle devastazioni occorse durante la Seconda Guerra Mondiale, ma a decorrere da allora, circa 2,2 milioni di londinesi hanno lasciato la città natale nel successivo mezzo secolo, per iniziare una nuova vita nelle contee vicine o in periferia.

Ecco i più rilevanti gruppi demografici stranieri a Londra suddivisi per distretto. La nazionalità indiana appare dominante in dieci aree.

Le statistiche mostrano inoltre come i quartieri centrali contino un tasso di popolazione immigrata assai più elevato rispetto alle zone più periferiche, con i nuovi arrivati inclini a stabilirsi in aree già densamente abitate da connazionali. Con il 53,3%, Brent e Haringey presentano la più alta percentuale di residenti forestieri, seguiti da Kensington, Chelsea e Westminster, oscillanti fra il 50,9% ed il 51,8%.

Fra il 1939 ed il 1991, Londra ha perduto un quarto della sua popolazione totale; oggi, circa 267.000 londinesi sono nati in India, 135.000 in Polonia, 113.000 in Pakistan, 126.000 in Bangladesh, 112.000 in Irlanda. Dei totali tre milioni di residenti non britannici, il 40% è europeo, il 30% asiatico o mediorientale, 20% africano, 10% americano o caraibico.

Illustrando le dinamiche di crescita della popolazione cittadina, il professor Michael Batty, dell’University College London, ha spiegato alla BBC: “In un periodo di trent’anni, il totale della popolazione è calato dagli originari 8 milioni a 6,6 circa, ciò a causa del fenomeno chiamato suburbanization – crescita delle periferie, aumento dell’acquisto di automobili, cambiamento dei trasporti e sgomberi dei bassifondi.” Quanto all’enorme crescita registrata nell’ultimo decennio, essa “va ricondotta essenzialmente alle migrazioni internazionali.”

Maggiori informazioni

Gli esperti ritengono che entro il 2031 il numero di forestieri residenti a Londra supererà quello dei britannici autoctoni, basandosi su quanto si può desumere dal censimento del 2011. La popolazione immigrata della Capitale ammonterà in quell’anno ad almeno 5 milioni, dopo essere più che raddoppiata fra il 1971 ed il 2011 – anno dell’ultimo censimento – salendo da 1 a 3 milioni. Il numero dei londinesi non britannici condurrà il totale della popolazione cittadina a raggiungere e superare i 10 milioni di abitanti nel 2031, e gli 11 dieci anni dopo.

Tuttavia, laddove gli stranieri continueranno ad aumentare esponenzialmente nei prossimi decenni, i britannici autoctoni seguiteranno senza posa a diminuire. Analizzando l’ultimo censimento, si scopre che oltre 600.000 londinesi bianchi e britannici hanno abbandonato la capitale nel corso di circa un decennio – precisamente 620.000, fra il 2001 ed il 2011. Sarebbe come se una città delle dimensioni di Glasgow, abitata interamente da autoctoni, si trasferisse lontano dalla Capitale, lasciando i bianchi in minoranza nella città più grande dell’intero Paese. Se, infatti, nel 2001 i britannici bianchi ammontavano a circa il 58% della popolazione di Londra, oggi sono scesi a comporre appena il 45% del totale.

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L’INFORMATORE DI FACEBOOK FRANCES HAUGEN CONFERMA LE NOSTRE PEGGIORI PAURE

 Jill Filipovic

FONTE: CNN

Promuovere i disordini alimentari. Facilitando, a quanto si dice, il traffico di droga e di esseri umani. Alimentando teorie di cospirazione e disinformazione così pericolose che la gente ha perso non solo la mente, ma la vita. Permettere ai gruppi estremisti di coordinarsi. Questi sono solo alcuni dei mali di cui Facebook è stato a lungo accusato da informatori, politici e critici.

Facebook nega molte di queste accuse o dice che i problemi sono più complessi di quello che sembrano. Ma martedì, Frances Haugen, un ex dipendente di Facebook che all’inizio di questa settimana ha rilasciato un’intervista esplosiva a 60 minuti, ha testimoniato davanti al Congresso che Facebook sta effettivamente danneggiando l’immagine fisica delle ragazze, dividendo la nazione e permettendo all’estremismo di prosperare – e peggio, che l’azienda lo sa, e sceglie di ignorare in gran parte il problema per proteggere i suoi profitti.

Le sue parole sono state schiaccianti. La domanda ora è se i politici americani si opporranno ad una delle aziende più potenti del mondo, o se continueranno a permettere a Facebook di rastrellare profitti a spese del pubblico – perché molti di loro beneficiano delle campagne di disinformazione che Facebook permette.

Haugen, un ex product manager di Facebook che ha lavorato su questioni di integrità civica, ha testimoniato che “i prodotti di Facebook danneggiano i bambini, alimentano la divisione, indeboliscono la nostra democrazia e molto altro”.

La ricerca interna di Facebook, ha detto, ha dimostrato quanto siano pericolosi i prodotti della società, eppure la società ha fatto poco per cambiare – timorosa, ha detto Haugen, di compromettere i propri profitti. Quella ricerca ha mostrato, per esempio, che Instagram, che è di proprietà di Facebook, è devastante per l’autostima delle ragazze:

“Peggioriamo i problemi di immagine fisica per una ragazza adolescente su tre”, ha detto una diapositiva aziendale, come riportato dal Wall Street Journal. In pubblico, però, il CEO di Facebook Mark Zuckerberg ha affermato che “La ricerca che abbiamo visto è che l’utilizzo di applicazioni sociali per connettersi con altre persone può avere benefici positivi per la salute mentale” – parole che ha pronunciato sotto giuramento in un’udienza del Congresso a marzo.

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La stessa inchiesta del Journal ha mostrato che gli utenti di Facebook nei paesi in via di sviluppo – potenziali aree di crescita per l’azienda – stavano usando la piattaforma per tutti i tipi di attività illegali, compreso il traffico di droga e di esseri umani. Facebook, secondo il rapporto del Journal, era lento a rispondere anche quando sapeva cosa stava succedendo.

Haugen ha raccontato storie simili. Ha anche detto al Congresso che Facebook ha la capacità di regolare meglio il suo prodotto – per impedire più efficacemente che la piattaforma venga utilizzata per attività illegali, per identificare gli utenti minorenni e presentare i loro contenuti di conseguenza, e per prevenire la diffusione di pericolosa disinformazione.

L’algoritmo di Facebook, ha detto Haugen, organizza i contenuti in base all’impegno, il che può portare i post più infiammatori e scioccanti a ricevere un trattamento preferenziale e a spostarsi in cima al feed di una data persona. Essenzialmente, l’azienda prende decisioni su ciò che vuole che tu veda, e mantiene queste decisioni segrete al pubblico, secondo Haugen; cambiare l’algoritmo, ha detto, potrebbe avere un impatto sui guadagni dell’azienda.

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Questo è pericoloso – soprattutto perché la violenza può seguire il tipo di indignazione che l’algoritmo di Facebook sembra destinato a favorire. Il mondo ha già visto questo in diversi paesi. In Myanmar, l’azienda ha ammesso di non essere riuscita a impedire alla sua piattaforma di incitare alla “violenza offline” nel 2018. In Etiopia, i critici hanno accusato la società di social media di aver permesso la diffusione di disinformazione durante le proteste nel paese nel 2019. E negli Stati Uniti, molti degli insorti che hanno lanciato un attacco al Campidoglio il 6 gennaio si sono organizzati tramite Facebook.

L’azienda nega di aver commesso errori nei disordini del Campidoglio: “La responsabilità per la violenza del 6 gennaio è delle persone che hanno inflitto la violenza e di coloro che li hanno incoraggiati, compreso il presidente Trump”, ha detto il vice presidente di Facebook per gli affari globali Nick Clegg a Brian Stelter della CNN domenica.
Coerentemente, Haugen ha detto, Facebook ha messo “i profitti prima delle persone”.

Facebook, da parte sua, ha cercato di minare la credibilità di Haugen, dicendo in una dichiarazione che “Oggi, una sottocommissione del Senato sul commercio ha tenuto un’udienza con un ex product manager di Facebook che ha lavorato per l’azienda per meno di due anni, non ha avuto rapporti diretti, non ha mai partecipato a un incontro decisionale con dirigenti di livello C – e ha testimoniato più di sei volte di non aver lavorato sulla materia in questione. Non siamo d’accordo con la sua caratterizzazione delle molte questioni su cui ha testimoniato. Nonostante tutto questo, siamo d’accordo su una cosa; è tempo di iniziare a creare regole standard per internet. Sono passati 25 anni da quando le regole per internet sono state aggiornate, e invece di aspettarsi che l’industria prenda decisioni sociali che appartengono ai legislatori, è tempo che il Congresso agisca”.

Facebook è lungi dall’essere l’unica fonte di disinformazione nel mondo – i media conservatori, e anche i membri del Partito Repubblicano negli Stati Uniti, hanno certamente parte della colpa. All’udienza di Haugen, la senatrice repubblicana del Tennessee Marsha Blackburn ha affermato, senza prove, che 1,5 miliardi di utenti di Facebook hanno avuto i loro dati violati e venduti online.

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La rappresentante del GOP della Georgia Marjorie Taylor Greene detiene ancora un seggio al Congresso, nonostante sia una fonte di cospirazionismo, dal credere che l’11 settembre sia stato un lavoro interno al diffondere oltraggiose teorie del complotto sul massacro dei bambini della scuola elementare di Sandy Hook e sugli incendi della California. E Trump è forse il Chief Misinformation Officer della nazione – molto di ciò che i critici preoccupati stanno chiedendo a Facebook di regolare sono teorie di cospirazione e bugie che provengono dai fan dell’ex presidente, così come l’uomo stesso.

Questo rende questo momento una sfida. La testimonianza di Haugen sui pericoli di Facebook, e il suo rifiuto di regolarsi adeguatamente, dovrebbe essere un appello al Congresso ad agire. Ma cosa farà il Congresso dato che il partito repubblicano e la sua base sono andati così fuori dai binari che la verità e la realtà, per prendere in prestito le parole del comico Stephen Colbert, ora hanno un ben noto pregiudizio liberale?

La buona notizia è che sia i repubblicani che i democratici sembrano almeno allineati sulla stretta questione del benessere dei bambini, e dicono di voler prendere provvedimenti per proteggere i minori che usano i social media – anche se non è ancora chiaro quali saranno questi provvedimenti. Ma questo è solo un pezzo di un vasto problema. E mentre le campagne di disinformazione avvengono sia a destra che a sinistra, il problema non è uguale da entrambe le parti – un numero scioccante di politici repubblicani sono fornitori regolari di bugie pericolose, e molti di loro beneficiano e permettono ai loro elettori il crescente estremismo e il divorzio dalla realtà.

C’è bisogno di molta più sorveglianza sul modo in cui aziende irresponsabili e segrete come Facebook operano e modellano invisibilmente tutte le nostre vite. Ma mentre i politici americani stanno giustamente cercando di capire come tenere a freno i potenti giganti della tecnologia, dovrebbero anche guardarsi intorno nelle sale del potere che occupano e rendersi conto che le bugie e la disinformazione che stanno distruggendo il paese non vengono solo dalla Silicon Valley – vengono anche dall’interno della Camera.

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SAVILE TOWN È QUESTO IL FUTURO DELLE PICCOLE CITTÀ EUROPEE?

Sue Reid

FONTE: Daily Mail

Dalla finestra del suo appartamento che si affaccia sul canale in un sobborgo di Dewsbury nello Yorkshire, una donna bionda guarda due figure femminili che passano mentre chiacchierano in una lingua straniera.

Entrambe le passanti sono coperte da abiti islamici neri, solo uno scorcio dei loro occhi si intravede dall’apertura di due centimetri nei veli che coprono i loro volti.

Loro, come molte donne musulmane che vivono qui, parlano poco o niente inglese. Molte di loro non avranno alcun contatto con persone di un’altra religione o cultura. Molte, immagino, sono state portate nel Regno Unito per sposare gli uomini britannici di origine sud asiatica che hanno fatto di questa zona la loro casa.

Le mogli hanno vite limitate: crescono i bambini, cucinano per le famiglie, o vanno agli eventi per sole donne nell’enorme moschea locale gestita dai Deobandi, una potente setta dell’Islam i cui predicatori più espliciti hanno esortato i seguaci a non mescolarsi con cristiani, ebrei o indù.

Siamo a Savile Town, una delle parti più razzialmente omogenee della Gran Bretagna: non perché tutti sono uomini o donne indigeni dello Yorkshire, ma esattamente il contrario.

Infatti non ci sono quasi residenti bianchi a Savile Town. Sorprendentemente, una ripartizione dettagliata dell’ultimo censimento del 2011 ha registrato che solo 48 delle 4.033 persone che vivono qui erano bianchi britannici.

Questo non sorprenderebbe la bionda Lorraine Matthews, che guarda le signore in burka dalla sua finestra. Lei è una receptionist dentista di 53 anni, una delle poche inglesi bianche rimaste nel reticolo di strade a terrazza di Savile Town. Quasi tutti gli altri residenti, secondo il censimento, hanno origini pakistane o indiane.

I loro antenati furono attirati a Savile Town come manodopera a basso costo per i lavori massacranti nelle fabbriche di lana che avevano reso Dewsbury una rinomata città tessile.

Questi laboriosi nuovi arrivati comprarono le loro case e aprirono negozi all’angolo che vendevano burka, tappetini per la preghiera e profumi che non contenevano alcol, in linea con le restrizioni del Corano.

Presto i nuovi arrivati hanno costruito la moschea che è progettata per ospitare 4.000 fedeli. Oggi, un tribunale della Sharia nelle vicinanze – criticato in un rapporto della Camera dei Lord per la discriminazione contro le donne nel divorzio e nelle controversie matrimoniali – fa ottimi affari sposando il rigido codice di giustizia islamica.

Anche la signora che vende gelati da un furgone durante l’estate indossa un burqa, e il macellaio che gira per le strade offre solo capra, agnello e struzzo halal.

State a Savile Town, come ho fatto io, e vedrete decine di ragazzi in abiti islamici che vanno e vengono dalle lezioni alla scuola madrasa della moschea, dove per ore e ore imparano a memoria il Corano.

E, in modo angosciante, ogni ragazza che ho visto – anche quelle di sei e sette anni che giocavano nel parco – era avvolta in un hijab da una spalla all’altra dell’abito per evitare che un uomo intraveda la sua carne.

Savile Town fu lasciata diventare un’enclave etnica. E sembra che questo distacco dalla società principale abbia avuto ripercussioni inquietanti. Perché questa piccola area ha prodotto diversi giovani jihadisti che sono scomparsi per combattere – e morire come attentatori suicidi – per lo Stato Islamico in Medio Oriente.

(Mohammed Sidique Khan, il leader degli attentatori che attaccarono Londra il 7 luglio 2005, era cresciuto nelle vicinanze. Ha dato l’addio alla moglie incinta nella loro casa a schiera prima di guidare i suoi compagni di attacco nella capitale per reclamare 52 vite innocenti in esplosioni su treni della metropolitana e autobus).

La vita a Savile Town è stata indagata all’inizio di quest’anno da Owen Bennett-Jones, l’ex corrispondente della BBC in Pakistan, che ha fatto luce sull’influenza del movimento Deobandi sulla popolazione musulmana qui.

Intervistato per il programma di Radio 4 era Mufti Mohammed Pandor, un funzionario civile e portavoce dei Deobandi. È arrivato dal Gujarat, in India, nel 1964, da bambino, con la sua famiglia.

Vive vicino a Savile Town, e si definirebbe un musulmano britannico. Eppure si è rifiutato di lasciare che l’intervistatore Bennett-Jones vedesse sua moglie quando il reporter ha visitato la casa della coppia, anche se le è stato permesso di fare il thè in cucina.

Pandor insiste che lei è completamente coperta quasi sempre, permettendole solo di sollevare il velo per i controlli dei passaporti negli aeroporti. La sua famiglia guarda raramente la televisione britannica e dice che tutta la musica non è islamica.

Nonostante sia consigliere religioso di due università – Bradford e Huddersfield – ha detto alla BBC che agli uomini musulmani dovrebbe essere permesso di entrare negli istituti di istruzione superiore solo per studiare e pregare, e “non per guardare le donne”.

“Se Maometto non l’ha fatto, noi non lo facciamo”, ha detto Pandor alla BBC, dicendo che i Deobandi sono un movimento “back to basics” i cui seguaci vivono nello stile di vita del Profeta, di 14 secoli fa.

Si potrebbe liquidare un pensiero così disperatamente arretrato come appannaggio di una piccola setta stravagante, ma i Deobandi gestiscono quasi la metà delle 1.600 moschee registrate nel Regno Unito, e formano l’80% di tutti i chierici islamici nazionali che, a loro volta, giocano un ruolo enorme nell’influenzare la crescente popolazione di musulmani britannici.

Forse non è una sorpresa che i pochi indigeni dello Yorkshire rimasti a Savile Town si sentano in qualche modo assediati.

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Lorraine Matthews, nella casa vicino al canale, è schietta nei suoi commenti sulla comunità in cui ora vive: “Non uscirei di notte da sola perché è pericoloso se non sei della comunità musulmana. Non è ragionevole per una donna camminare lì dopo il tramonto. I ragazzi asiatici si radunano agli angoli, ti fanno sentire intimidita perché non rispettano le donne bianche”.

Quando io stessa ho camminato lungo South Street verso la moschea, figure in burka hanno sbirciato fuori dalle loro finestre con le tende di pizzo con sorpresa nel vedere il volto di una donna scoperta.

Ho chiesto a un adolescente alto, che indossava un berretto islamico e abiti bianchi sui jeans, indicazioni per l’ingresso della moschea. La sua risposta è stata sputarmi addosso e gridare: “Vattene, non dovresti essere qui. Non tornare”.

È deprimente trovarsi di fronte a una tale aggressione. E non ho dubbi che anche molti musulmani si sentiranno angosciati da un tale comportamento. Non tutti i seguaci britannici dell’Islam desiderano vivere in aree dove persone di altre fedi o culture potrebbero temere di camminare.

Eppure, in luoghi come Savile Town, i presagi non sono buoni.

Per quanto poco piacevole possa essere per i liberali britannici, il fatto è che molti musulmani qui vogliono vivere solo con quelli della loro stessa cultura.

Infatti, alcuni dei pochi residenti non musulmani rimasti dicono di essere regolarmente presi di mira dai membri della comunità islamica locale che vogliono comprare le loro case.

Alcuni persino bussano alla porta in abiti religiosi che offrono mazzette di denaro in sacchetti di plastica per acquistare le loro case.

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Jean Wood, 76 anni, nata nello Yorkshire e frequentatrice della chiesa, è una residente di lunga data che si sente tagliata fuori. I suoi figli la pregano di trasferirsi in una zona dove possa condividere la sua pensione con il tipo di persone con cui è cresciuta.

Nella sua casa ordinata ai margini di Savile Town, mi ha raccontato cosa è successo il giorno dopo che suo marito è morto improvvisamente mentre era seduto al tavolo della cucina.

“Non se n’era andato neanche da 24 ore quando una vicina musulmana spinse un biglietto attraverso la porta dicendo che voleva comprare questa casa”, ricorda. “Avevamo vissuto qui tutta la nostra vita da sposati”. Ero addolorata, anche se il biglietto non menzionava la mia perdita.

“Ma ho raccolto le mie forze. Ho telefonato al numero sul pezzo di carta e ho detto che la mia casa non era in vendita e che non lo sarebbe mai stata durante la mia vita”.

Erano parole coraggiose, ma – inevitabilmente – il portavoce dei Deobandi, Mufti Pandor, la vede diversamente.

Ha descritto, su Radio 4, come la ‘white flight’ sia avvenuta quando la sua famiglia è arrivata a Savile Town. “Chi avrebbe comprato la casa accanto alla nostra?” ha detto Pandor. “Certamente non sarebbe stato un bianco… così mio zio la comprò. Allora eravamo in due. Allora indovina cosa è successo? Il tizio di fronte ha detto: ‘Fanculo, me ne vado’ – e se n’è andato”.

Non è difficile capire perché, con i sospetti che corrono in profondità su entrambi i lati della divisione culturale, Savile Town sta, nel bene e nel male, cambiando per sempre.

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