LA PRIMA MACCHINA SUPER INTELLIGENTE SARÀ L’ULTIMA INVENZIONE DELL’UOMO

Riccardo Tennenini

Il matematico britannico Alan Turing nel 1950 scriveva: “invece di elaborare un programma che simuli la mente adulta, perché non provare a realizzare uno che simuli la mente di un bambino? Se la sottoponiamo poi a una educazione appropriata, otterremo un cervello adulto”. Turing ha poi aggiunto: “Non possiamo aspettarci di avere una buona macchina infantile al primo tentativo. Dobbiamo sperimentare l’insegnamento su una di queste macchine e vedere come apprende. Poi, possiamo provare un’altra e verificare se va meglio o peggio”. L’apprendimento profondo (deep learning) è un algoritmo di apprendimento per sfruttare al massimo le capacità delle reti neurali artificiali ANN. La materia prima dell’IA è l’informazione. Da dove viene? Da noi stessi, che facciamo miliardi di ricerche su Internet o carichiamo quasi 10 miliardi di immagini sui social, Per il deep learning, la valanga d’immagini e dati che dilaga sul web costituisce una materia prima quasi infinita e che si rinnova ogni giorno.1 L’apprendimento delle macchine (machine learning) invece ha l’obiettivo di fornire quel tipo di educazione e istruzione di cui parla Turing alle macchine che imparano, come fanno i bambini. Questi sviluppi tecnologici, sono il risultato di tutta una serie di fattori che hanno dato modo negli anni agli algoritmi di esprimere il loro potenziale.

  • BIG DATA: la proliferazione di dati generati con l’avvento di Internet, generando un brodo primordiale cibernetico con documenti, video, immagini, etc, che le ANN impiegano per apprendere attraverso il machine learning e deep learning.
  • CLOUD COMPUTING: questa tecnologia ha permesso l’incremento delle capacità di calcolo e si è resa imprescindibile per allenare le ANN.
  • INTERNET OF THINGS: insieme con la “datizzazione” dei big data, la “smartizzazione”, con l’esplosione di dispositivi smart connessi tra loro attraverso Internet, ha permesso di assorbire una quantità infinita di dati generati dai suddetti dispositivi e gestirli tutti da un’unica IA.

Ma come si fa a sapere se un’IA è veramente intelligente? Il test di Turing, apparso per la prima volta nell’articolo Computing machinery and intelligence del 1950 sulla rivista Mind, fornisce una risposta a questa domanda. In due stanze vengono chiuse una macchina e una persona; se quest’ultima, attraverso una serie di domande, crede di parlare con una persona reale e la macchina riesce a ingannare l’intervistatore facendosi passare per un essere umano, allora si può dire che ha superato il test di Turing: secondo Turing stesso si tratterebbe della dimostrazione della sua intelligenza. Tant’è che nel 1997 Andrei Broder dal settore ricerca e sviluppo di AltaVista sviluppa i Completely Automated Public Turing-test-to-tell Computers and Humans Apart (CAPTCHA). Per determinare se l’utente sia un umano e non un computer o, più precisamente, un bot. Un test CAPTCHA generalmente utilizzato è quello in cui si richiede all’utente di scrivere quali siano le lettere o i numeri presenti in una sequenza, che appare distorta o offuscata sullo schermo. I CAPTCHA vengono dunque utilizzati per impedire che i bot utilizzano determinati servizi, come i forum, la registrazione presso siti web, la scrittura di commenti e in generale tutto ciò che potrebbe essere usato per creare spam o per violare la sicurezza con operazioni di hacking come il brute force. Questo tipo di test è stato utilizzato anche per contrastare lo spam generato da bot, obbligando il mittente di un messaggio e-mail non conosciuto dal destinatario a superare un test CAPTCHA prima di consentire la consegna del messaggio. In versioni più aggiornate il test è vocale o facciale. Una personale riproposizione del test di Turing oggi potrebbe essere fatta con le chat dei social media, dove da un lato c’è un internauta umano e dall’altro lato un bot. Se chattando non si accorge che è un bot e non una persona umana si può dire che è una dimostrazione di intelligenza da parte dell’IA. Il film The App (2019) parla proprio di questo esperimento. Niccolò, il protagonista del film, ha una vita perfetta, una fidanzata che lo ama, una famiglia perfetta e un futuro successo nel mondo del cinema. Quando una sera per scherzo Eva, la sua fidanzata, gli dice di scaricare e iscriversi a “Noi”(una app per incontri online simile a Tinder), comincia a chattare di nascosto con un utente di nome Maria, della quale s’innamora perdutamente. In questo intreccio tra cibernetico-biologico e reale-virtuale, la sua “love story” con la donna misteriosa conosciuta su “Noi” lo porterà ad isolarsi e abbandonare tutto: famiglia, fidanzata, lavoro, reputazione e persino la sua posizione sociale. Niccolò, una volta rimasto solo, avendo fatto tabula rasa delle persone intorno a lui, scoprirà che non potrà mai incontrare Maria perché lei materialmente non esiste: in realtà Maria è un bot creato dai programmatori dell’app “Noi”. Questo film è una degna rappresentazione dei digital innates che vivono in un mondo dove ormai il biologico si è rarefatto e il cibernetico ha preso il suo posto, dove anche le sensazioni più naturali dell’uomo (sentimenti, emozioni, amore, affetto) sono frutto dell’immateriale. Questa è la funzione negativa della tecnica, promossa dal liberal-capitalismo all’interno della società dei consumi. Ciò diventerà sempre più una consuetudine se si realizzerà il panopticon globale di sorveglianza biopolitica digitale. Replika è un chatBot che prova empatia nei confronti dell’uomo in virtù del modello di deep learning, che impara a pensare e a parlare con un umano a partire dalle trascrizioni dei discorsi fatti nel corso della vita.  Replika studia e impara a conoscere, attraverso una serie di domande, per imitare lo stile comunicativo. L’obiettivo che si è prefissato Eugenia Kuyda, che l’ha progettata è quello di avvicinarsi il più possibile alla realizzazione di un avatar digitale, in grado di riprodurre totalmente e di sostituirsi a noi dopo la morte. Ma è anche in grado di creare “amicizie” con altri esistenti. Kuyda, lo sta continuamente modellando emotivamente, in modo tale che sia sempre più “umano” con cui confidarsi. Con l’accelerazionismo tecnologico nel 2025 l’IA avrà le capacità di calcolo di un essere umano e, nel 2045 quella di tutta l’umanità. Una volta che l’IA sarà confrontabile con quella umana, quanto tempo passerà prima che l’IA ci superi e sia più intelligente di noi? Secondo il filosofo della Silicon Valley Nick Bostrom c’è da analizzare la velocità con la quale aumenta la potenzialità di calcolo di un computer, che raddoppia ogni 18 mesi. Una volta raggiunto lo stesso livello di intelligenza umana, secondo Bostrom essa subirà un’accelerazione che permetterà all’IA di migliorare se stessa fino a diventare una ASI. Per fare questo, Bostrom propone un modello con due variabili: Potere di ottimizzazione e Resistenza dell’intelligenza. Il primo è il tempo effettivo dedicato al miglioramento del sistema, mentre il secondo lo sforzo per produrre il miglioramento desiderato. Tre sono gli elementi necessari per migliorare un IA.

  • SOFTWARE: un software migliore implica anche migliori algoritmi.
  • HARDWARE: con processori più veloci.
  • DATA: migliorando il contenuto, quindi maggiore qualità dei dati.

Con l’emergere di questa ASI non potremo più considerare la nostra specie, come la più intelligente sul pianeta in cima alla catena evolutiva. Dopo l’avvento della ASI non ci sarà più distinzione tra esistente e macchina. Il matematico ungherese John von Neumann e lo scrittore americano di fantascienza Vernor Vinge, per descrivere questa ASI hanno voluto usare il termine scientifico “Singolarità Tecnologica”. “La singolarità ci permetterà di trascendere i limiti dei nostri corpi e cervelli biologici. Non ci sarà distinzione, dopo la singolarità tecnologica tra un essere umano e la macchina”.2 Il matematico Irving John Good, collega del più famoso matematico Alan Turing, nel 1965 scrisse: “Definiamo super intelligente una macchina che può superare ampiamente le capacità intellettuale di un essere umano, per quanto intelligente. La progettazione di tali macchine è una di queste capacità, per cui una super intelligenza sarà capace di progettare macchine ancora migliori. A quel punto avremo certamente una “esplosione di intelligenza” quella dell’uomo sarà lasciata molto indietro. Così la prima macchina super intelligente sarà l’ultima invenzione che l’uomo dovrà mai realizzare”.3

NOTE

1  L.Alexandre, La guerra delle intelligenze, intelligenza artificiale contro intelligenza umana, Edt, 2018, Torino, pag.22

2  http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-singolarita-imperfetta/

3  http://www.efuclick.it/2018/02/01/dio-ancora-non-ce-ma-sta-arrivando-e-forse-riusciremo-a-vederlo-lavvento-di-una-super-intelligenza-artificiale-e-prossimo-e-da-esso-dipenderanno-le-sorti-del-genere-umano-ma-ne/

DEUS EX MACHINA

Riccardo Tennenini

Il sistema della IBM riproduce il funzionamento del cervello di base dei mammiferi: evolvendosi attraverso migliaia di input fino ad arrivare a processare algoritmi, percezioni, pensiero e azioni. Per la sua costruzione i ricercatori di SyNapse utilizzano sistemi di elettronica neuromorfica, adattiva, plastica e scalabile. Riuscendo a, creare in questo modo una specie di “computer cognitivo”. Sfruttando i progressi della nanotecnologia, hanno ideato chip delle dimensioni di un micron quadrato. Hanno quindi disposto i chip in una sfera di carbonio delle dimensioni di un pallone da basket, a sua volta immersa in una lega di gallio alluminio, un metallo liquido, che garantisce la massima conduttività. Il serbatoio contenente la sfera, un potente router wireless collegato a milioni di sensori distribuiti in tutto il mondo e connessioni Internet. I sensori raccolgono input da telecamere, microfoni, manometri, termometri, robot, sistemi naturali (deserti, ghiacciai, laghi, fiumi, oceani e foreste pluviali). SyNapse processa le informazioni e apprende automaticamente le caratteristiche degli innumerevoli dati acquisiti e le relazioni esistenti tra loro.

La funzione segue la forma – neuromorfica – e un sistema hardware, che riproduce il cervello, dà autonomamente vita all’intelligenza. Ora, SyNapse riproduce i trenta miliardi di neuroni e i centomila miliardi di giunzioni connettive, o sinapsi, del cervello umano.1 Se dovessimo infine paragonare ciò che abbiamo detto in questo articolo relativo a l’essere umano, IOT sarebbe il sistema nervoso con i sensi, i big data l’informazione contenuta nel cervello, e gli algoritmi dell’IA, usati per interpretare l’informazione in entrata è la cognizione. Questi 3 fattori vengono chiamati internet cognitivo e ubiquo. A questo punto la differenza con l’essere umano sarà minima, e limiti naturali come la differenza che non soccombe alla morte biologica e le capacità di comprensione sono infinite. La capacità di elaborazione e apprendimento rende ancora più chiaro ed evidente il distacco tra i due. I neuroni umani scambiano i segnali elettrochimici con una velocità massima di circa 150 metri al secondo, mentre la velocità della luce è di circa 300 milioni di metri al secondo, circa due milioni di volte più veloce. Inoltre, i neuroni possono generare un massimo di circa 200-1000 potenziali d’azione o “picchi” al secondo, mentre il numero di segnali al secondo nei moderni chip per computer è di circa 3 GHz (circa 20 milioni di volte maggiore) e dovrebbe aumentare di almeno un fattore 100. La rete potrebbe in teoria funzionare circa un milione di volte più velocemente di un vero cervello, sperimentando un anno di tempo soggettivo in soli 31 secondi di tempo reale.2 

Su un supercomputer con una velocità di 36,8 petaflop, all’incirca il doppio di quella del cervello umano, un’IA è in grado di perfezionare la propria intelligenza. Può riscrivere i suoi stessi programmi, in particolare le istruzioni operative atte a migliorare le propensione all’apprendimento, il problem solving e i processi decisionali. Contemporaneamente, esegue il debug del proprio codice, rilevando e correggendo gli errori, e misura il proprio QI sottoponendosi a una serie d’intelligenza. Ciascuna riscrittura non richiede che qualche minuto.3 Quando l’IA supererà l’intelligenza umana, raggiungerà un nuovo grado di consapevolezza noto come AGI.4 Il ricercatore di IA americano Eliezer Yudkowsky è molto ottimista sullo sviluppo di un AGI. Secondo la sua idea la natura ha sviluppato l’intelligenza generale una sola volta con l’esistente. Oggi il nostro cervello è 4 volte più grande degli scimpanzé impiegando 5 milioni di anni circa la selezione naturale ha consentito all’esistente un graduale aumento delle dimensioni del cervello, dando alla luce in questo modo la creatura più intelligente di tutte. Altrettanto l’esistente come ha fatto la natura e la selezione naturale dovrebbe riuscire a creare a sua volta una nuova intelligenza pari alla propria ma in molto meno tempo. Durante la conferenza di Shanghai dove si è svolto il World Artificial Intelligence Conference tra il presidente di Alibaba Jack Ma e il CEO di Tesla Elon Musk, Musk ha detto che l’IA non sarà come un essere umano intelligente, ma sarà molto di più. Il paragone tra IA e IQ sarà così abissale che noi non siamo neanche in grado di concepirlo. Ha poi aggiunto: “la rivoluzione dell’IA rende il cervello umano obsoleto”. Questo è possibile grazie all’incalcolabile fonte di informazioni (Big-Data) che riesce a ottenere e immagazzinare nella sua memoria da Internet, da tutti i dispositivi smart collegati ogni giorno alla rete sparsi nel globo. Questo assimilare un’infinità di dati la alimentano in modo che la sua intelligenza si avvicini sempre di più al modello di un bambino che apprende.

NOTE

1 https://blogs.scientificamerican.com/news-blog/computers-have-a-lot-to-learn-from-2009-03-10/

2  spkurdyumov.ru/economy/artificial-intelligence/

3  J.Barrat, La nostra invenzione finale, l’intelligenza artificiale e la fine dell’età dell’uomo,Nutrimenti, Roma, 2019, pag.21.

4  Artificial General Intelligence.

LA SIMULAZIONE COMPUTAZIONALE DEL CERVELLO UMANO

Riccardo Tennenini

Riallacciandoci al discorso dell’ultimo articolo Richard Granger ha inoltre sviluppato nel suo laboratorio un algoritmo che simula i circuiti cerebrali umani, in questo modo possono fornire all’IA modelli delle attività cognitive traducibili in programmi per computer. Le ANN di Hopfield, emulano la memoria associativa umana. In questo modo sono in grado di imparare in modo autonomo. Riuscendo a ricavare informazioni dai dati raccolti e applicare ciò che hanno imparato riconoscendo le immagini e previsioni del nostro comportamento. 

La simulazione completa di un cervello umano è l’obiettivo finale delle neuroscienze computazionali che possiamo suddividere in tre fasi:

SCANSIONE il cervello biologico viene scansionato cercando di ottenere dati sul cervello, a livello strutturale e funzionale segue una precisa ricostruzione cibernetica. In questo modo intere aree del cervello vengono dunque studiate al microscopio fino ai singoli neuroni.

RICOSTRUZIONE partendo dai molteplici dati disponibili raccolti nella fase di scansione, senza bisogno di misurare ogni singolo dato del complesso sistema celebrale, si passa a ricostruire in maniera computazionali un modello 3D del cervello con le sue connessioni e attività.

SIMULAZIONE la ricostruzione cibernetica della fase di ricostruzione è usata per la simulazione di un cervello cibernetico. Le simulazioni sono accoppiate a un corpo fisico (robotico) e a un ambiente simulato per comprendere i meccanismi del cervello alla cognizione e al comportamento animale.

Per ottenere una simulazione del cervello umano gli scienziati stanno utilizzando l’ingegneria inversa, combinando insieme programmazione e il metodo della forza bruta o ricerca esaustiva. Spiega il futurista americano Michael Vassar: “L’idea della forza bruta nasce dalla biologia”, aggiungendo: “Se continuiamo a usare le macchine per analizzare i sistemi biologici, il metabolismo, le complesse relazioni interne alla biologia, a un certo punto avremo a nostra disposizione un vasto archivio di informazioni circa le modalità con cui i neuroni gestiscono l’informazione. Una volta raggiunto un numero di informazioni sufficiente, sarà possibile studiarle per ottenere l’AGI”. Funziona così: “il pensiero nasce dai processi biochimici generati dai neuroni, dalle sinapsi e dai dendriti. Utilizzando tecniche diverse, tra cui la Pet e la risonanza fMRI, e applicando sonde neurali sia all’interno che all’esterno della scatola cranica, i ricercatori determinano, in termini computazionali, l’azione dei singoli neuroni e delle reti neurali. Dopodiché traducono ciascun processo in un programma informatico o in un algoritmo.1 IBM con il suo progetto SyNapse avviato nel 2008 vuole riuscire in questa impresa usando proprio l’ingegneria inversa. Con un budget di 30.000.000 di dollari messi a disposizione dalla DARPA 2 che pubblicamente e segretamente finanzia molti progetti simili collegati allo sviluppo dell’IA. 


NOTE

1  L.Alexandre, La guerra delle intelligenze, intelligenza artificiale contro intelligenza umana, Edt, 2018, Torino, pag.59.

2   Agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare.

DALL’ABBASSAMENTO DEL QI ALL’AUMENTO DELL’IA

Riccardo Tennenini

«Diciamo che una macchina ultraintelligente sia definita come una macchina che può sorpassare di molto tutte le attività intellettuali di qualsiasi uomo per quanto sia abile. Dato che il progetto di queste macchine è una di queste attività intellettuali, una macchina ultraintelligente potrebbe progettare macchine sempre migliori; quindi, ci sarebbe una “esplosione di intelligenza”, e l’intelligenza dell’uomo sarebbe lasciata molto indietro. Quindi, la prima macchina ultraintelligente sarà l’ultima invenzione che l’uomo avrà la necessità di fare.»

Irving John Good

L’abbassamento del QI è un problema serio, così come l’utilizzo della tecnica sregolamentata da qualsiasi controllo e in mano a poche corporation in un sistema liberal-capitalistico. I molteplici problemi riguardo le nuove tecnologie sono determinati principalmente da un indirizzo svincolato da qualsiasi etica e controllo da parte degli Stati. L’intelligenza, sarà al centro del grande mutamento dei secoli futuri. Si assisterà, in particolare, all’aumento di un altro tipo di intelligenza, che appare sulla scena mondiale per la prima volta nella storia umana, quella artificiale (IA). Partiamo da una piccola considerazione: avete presente la parola magica “smart” presente in tutti i nuovi dispositivi di ultima generazione? Smartphone, SmartTv, Smartcity, Smartglass, Smartcar, Smartcard etc; in italiano quella parola inglese vuol dire “intelligente”. Ironico pensare che mentre l’umanità diventa sempre più stupida, le macchine diventano sempre più intelligenti. L’intelligenza dell’IA aumenta in maniera esponenziale secondo una ripida curva ascendente. Ciascuna interazione, infatti, incrementa del 3% l’intelligenza dell’IA. Ogni miglioramento successivo è comprensivo del precedente.1 

In questo frangente le neuroscienze computazionali sono state decisive, si occupano di simulare il sistema di elaborazione delle informazioni che arrivano ad un cervello umano mediante il calcolo computazionale. In questo modo la mente viene paragonata ad un software installato su un wetware.2 Il loro primo obiettivo è capire il funzionamento delle reti neurali le cui principali componenti  sono gli assoni, le sinapsi e i dendriti. Il cervello umano ha circa 100 miliardi di neuroni (le cellule che inviano e ricevono gli impulsi elettrochimici). Ogni neurone è connesso a decine di migliaia di altri neuroni. Queste connessioni tra neuroni rendono le operazioni del cervello parallele.3 In termini computazionali invece sono seriali, tipiche della maggior parte dei Computer.4 Il secondo obiettivo è quello di capire cosa avviene nelle reti neurali.5

Per questa ragione le neuroscienze computazionali combinano dati ad alta risoluzione e strumenti di  neuroimaging con elettrodi impiantati direttamente nel cervello degli animali a tecniche come la PET e fMri. Le sonde neurali collegati all’interno e dall’esterno del cranio descrivono il funzionamento dei singoli neuroni, mentre le tinture sensibili all’elettricità indicano il momento in cui determinati neuroni sono attivi. Sulla base dei risultati di queste e altre tecniche gli scienziati formulano ipotesi verificabili sugli algoritmi che governano le reti neurali. Il dottor Richard Granger afferma che: “l’obiettivo delle neuroscienze computazionali è comprendere il cervello abbastanza bene da riuscire a simularne il funzionamento. Nello stesso modo in cui oggi i robot si sostituiscono all’uomo nelle fabbriche e negli ospedali, così la riproduzione del cervello tramite ingegneria inversa produrrà delle entità che prenderanno il nostro posto nelle mansioni intellettuali. A quel punto costruiremo simulacri del cervello e ripareremo il nostro quando non funzionerà più”.


NOTE

1  J.Barrat, La nostra invenzione finale, l’intelligenza artificiale e la fine dell’età dell’uomo, Nutrimenti, Roma, 2019, pag.21.

2  Hardware composto da tessuto cerebrale piuttosto che da transistor.

3  L’elaborazione parallele, vuol dire che i numerosi dati sono gestiti nello stesso momento; migliaia se non milioni di azioni simultanee.

4  L’elaborazione seriale vuol dire che l’elaborazione è sequenziale una computazione alla volta.

5  L.Alexandre, La guerra delle intelligenze, intelligenza artificiale contro intelligenza umana, Edt, 2018, Torino, pag.238.

6  R.Granger, “How Brains Are Built: Principles of Computational Neuroscience”, cit.

STORIA GENETICA DEGLI ITALIANI

Maciamo Hay

Traduzione di: Giovanni Bigazzi

Fonte: Eupedia

Introduzione

L’Italia è un paese interessante sia per la genetica che per la storia. Come ebbe a dire il Metternich nel 1847 “l’Italia è solo un’espressione geografica”. La penisola fu unificata dal Piemonte due decadi dopo, ma la frase di Metternich resta attuale fino ai giorni nostri. Non c’è un popolo italiano, ma una moltitudine di gruppi etnici e culturali, spesso con una propria storia individuale fin dall’antichità.

In ogni caso l’Italia fu abitata fin dal Neolitico: agricoltori del vicino oriente, tribù italiche, Liguri, Etruschi, Fenici, Greci, Celti, Goti, Longobardi, Bizantini, Franchi, Normanni, Svevi, Arabi, Berberi, Albanesi, Austriaci e molti altri ancora. Tutti hanno dato il loro imprinting genetico sulle popolazioni delle regioni nei quali si erano stabiliti. Questa pagina cerca di identificare il loro marker genetico usando gli aplogruppi del cromosoma Y, che sono trasmessi praticamente invariati di padre in figlio.

Storia dei popoli e tribù che hanno fatto l’Italia

Paleolitico e Neolitico

L’Europa è stata abitata dall’uomo moderno da oltre 40.000 anni. La gran parte di questo tempo corrisponde all’Era Glaciale, un periodo nel quale gli uomini vivevano come nomadi cacciatori-raccoglitori in piccole tribù. Durante il culmine dell’Era Glaciale (LGM) che durò approssimativamente dai 26.500 ai 19.000 anni fa, gran parte dell’Europa settentrionale e centrale era coperta dai ghiacci ed era virtualmente inabitabile per gli umani. L’Italia fu uno dei rifugi temperati per gli uomini di Cro-Magnon. Si pensa che i Cro-Magnon appartenessero solo agli aplogruppi Y-DNA F e I.

Ci sono alcuni lignaggi patriarcali superstiti dei Cro-Magnon in Italia. Porzioni dell’ aplogruppo I2* e I2c (L596) sono state osservate in percentuale molto bassa nell’Italia Nord-occidentale, tra le Alpi e la Toscana. Non è certo, comunque, che queste linee genetiche siano rimaste in Italia dall’Era Glaciale. Potrebbero essere venute da altre part dell’Europa, in particolare con i Celti, che portarono anche l’I2a2b (L38). Le tribù germaniche hanno portato I1 e 12a2a (M223). Alcuni di questi lignaggi genetici potrebbero discendere dai Cro-Magnon della penisola italiana che migrarono a Nord quando il clima si fece più temperato circa 10.000 anni fa.

Il più comune aplogruppo I in Italia è l’I2a1a (M26), che si trova principalmente in Sardegna (36% dei linee patriarcali) e in misura minore in iberia e sulle coste del Mediterraneo occidentale. Non è ancora chiaro dove si è sviluppato l’I2a1 (P214). Potrebbe essere in Italia, nei Balcani, o perfino più a Est nei Carpazi e a Nord del Mar Nero. Secondo le stime attuali l’I2a1 è comparso circa 20.000 anni fa vicino alla fine dell’LGM e si è diviso quasi subito nel ramo occidentale (M26) e nel ramo orientale (M423). Con tutta probabilità, i territori delle popolazioni nomadi I2a1 includerebbero il Nord-est italiano e le Alpi dinariche nel rifugium. La tribù crebbe e si divise, una parte raggiunse l’Italia occidentale ed il Mediterraneo occidentale, mentre l’altra andò ad oriente dei Balcani verso la steppa pontica.

Al tempo in cui i primi agricoltori e pastori del Neolitico arrivarono in Italia dal Medio Oriente circa 8.000 anni fa, gran parte della penisola dovrebbe essere stata abitata dai cacciatori-raccoglitori I2a1a. L’agricoltura fece la sua comparsa nel Levante circa 11.500 anni fa. Nei successivi due millenni e mezzo si diffuse lentamente in Anatolia e in Grecia. Ci volle un altro millennio per gli agricoltori del Neolitico per attraversare il mare e arrivare in Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna e da lì spostarsi verso l’interno e colonizzare il resto della penisola per un altro millennio ancora. Circa 7.000 anni fa tutta l’Italia fino agli angoli più remoti delle Alpi adottò l’agricoltura. I nuovi venuti dal Medio Oriente appartenevano essenzialmente all’aplogruppo G2a, e sembra che abbiano portato seppur in quota minore i lignaggi E1b1b, J*, J1, J2 e T. La maggior parte degli attuali italiani E1b1b e J2 arrivò più tardi, con gli Etruschi, i Greci e le svariate popolazioni mediorientali che si stabilirono in Italia durante l’impero romano. In particolar modo Ebrei e Siriani.

Sembra che i cacciatori-raccoglitori abbiano lasciato la penisola dopo l’arrivo degli agricoltori del Neolitico tranne che in Sardegna dove si fusero con loro forse perché ostacolati dal mare o perché non potevano fare altrimenti. Tuttora i Sardi sono la popolazione più simile agli europei del neolitico. Questo era già conosciuto da studi archeologici e antropologici, ma è stato confermato dai test sul genoma di Otzi, un uomo mummificato di 5.300 anni fa ritrovato nel ghiaccio delle Alpi italiane ed il cui DNA è stato scoperto molto simile ai Sardi moderni. L’isolamento geografico della Sardegna ha lasciato i suoi abitanti non affetti da influenze esterne, a parte una minoranza di coloni Fenici, Romani e Vandali. Per esempio il combinato 3% di I1, I2a2a e R1a può essere attribuito ai Vandali, una tribù germanica che governò la Sardegna tra 435 ed il 534. I Romani avevano un 10% di R1b-U152, e probabilmente altri lignaggi E1b1b, G2a e J2.

Dall’età del Bronzo all’età del ferro

Italici e Romani

L’Età del bronzo fu introdotta in Europa dai Proto-Indoeuropei, che migrarono dal Caucaso settentrionale e dalla Steppa pontica ai Balcani (da circa 6.000 anni fa), poi risalirono il Danubio e invasero l’Europa centrale e occidentale (da 4.500 anni fa). Le popolazioni che parlavano l’italico, una lingua di ceppo indoeuropeo, si pensa che abbiano attraversato le Alpi e invaso la penisola italiana circa 3.200 anni fa, fondando la cultura di Villanova e portando con sé i lignaggi R1b-U152 sostituendo e facendo spostare gran parte della popolazione autoctona. Le popolazioni italiane del Neolitico trovarono rifugio negli Appennini e in Sardegna. Oggi la più grande concentrazione di aplogruppi G2a e J1 fuori dal Medio Oriente si trova negli Appennini, Calabria, Sicilia e Sardegna.

Le tribù italiche conquistarono tutta la penisola ma si stanziarono in massa nell’Italia settentrionale e centro-occidentale, specialmente nella Pianura padana ed in Toscana ma anche in Umbria e nel lazio. In questa logica i Romani dagli originali fondatori di Roma ai patrizi della repubblica romana dovrebbero essere R1b-U152. I matrimoni misti con i loro vicini Etruschi e Greci portarono altri lugnaggi nel nucleo originale dei Romani (vedi sotto).

Un’ulteriore prova che gli abitanti della repubblica romana appartenessero ancora all’R1b-U152 viene dall’attuale popolazione delle città che essi fondarono. Da Sottolineare che la maggior parte delle città fondate nella repubblica romana dai coloni romani nell’Italia settentrionale (Alba, Aosta, Asti, Bologna, Brescia, Casale Monferrato, Cremona, Ferrara, Forlì, Ivrea, Lodi; Massa, Milano, Modena, Monza, Parma, Pavia, Piacenza, Pistoia, Pollenzo, Reggio Emilia, Rimini, Sarzana, Torino, Tortona) sono localizzate nelle aree con oggi la più alta incidenza di R1b-U152 (e la più bassa incidenza di E1b1b e J2). Solo poche colonie romane furono fondate nell’Italia del Nord-est (Aquileia, Belluno, Pordenone, Vicenza), quattro nelle Marche (Ancona, Macerata, Pesaro a Senigallia) e neanche una nell’odierna regione Liguria.

Naturalmente l’U152 era già presente nell’Italia settentrionale prima del periodo romano. Ma se i coloni romani non fossero stati in maggioranza U152, la sua frequenza sarebbe stata diluita dai nuovi arrivati. Quello che osserviamo è l’opposto: la frequenza dell’U-152 è amplificata attorno alle colonie romane.

L’R1b-U152 è stato anche trovato in piccole percentuali (tra l’1 ed il 10%) praticamente ovunque entro i confini dell’impero romano, perfino in regioni dove nessun’altra popolazione R1b-U152 si è mai stabilita (per esempio Celti Halstatt/La Tène) come in Sardegna e in Africa settentrionale. D’altra parte non tutto l’U152 in Italia meridionale è di origine italica o romana diretta. Una quota parte può essere attribuita ai Normanni (quelli di origine gallo-romana piuttosto che vichinga) e agli Svevi durante il Medio Evo, specialmente in Sicilia.

Durante la tarda Età del Bronzo e nella prima Età del Ferro altre tribù indoeuropee si stabilirono nel Nord Italia come i Liguri in Liguria, i Leponti ed i Celti Galli in Piemonte ed gli adriatici Veneti in Veneto.

Secondo l’antico mito delle origini di Roma, Romolo e Remo discendevano dal re latino di Alba Longa, egli stesso un discendente del principe troiano Enea che scappò nel Lazio dopo la distruzione di Troia da parte dei Greci. Troia potrebbe essere stata fondata dai più antichi rami M269 e/o L23 dell’R1b, rappresenterebbe la prima espansione dalle steppe pontiche verso i Balcani (vedi la storia dell’R1b). Se c’è verità nel mito (come di solito accade) i Troiani potrebbero aver portato nell’Italia centrale l’M269 o L23 (probabilmente con altri aplogruppi, in particolare il J2) circa nel 1.200 a.C. nello stesso tempo in cui l’U152 invadeva dal Nord. Gli Etruschi che si suppone siano originari dell’Anatolia occidentale non lontano da Troia, potrebbero aver portato l’R1b-L23 in Italia assieme ad altri aplogruppi (guarda sotto) . Oggi l’R1b-L23 è il secondo aplogruppo R1b più diffuso in Italia (vedi mappa) sebbene ben distante dall’R1b-U152. L’L23 ha una distribuzione marcatamente uniforme su tutta la penisola italiana tra il 5 ed il 10% di tutti i lignaggi patriarcali. Si trova in percentuale leggermente maggiore in Campania e Calabria a causa delle colonie greche, e decresce al 5% della popolazione attorno alle Alpi.

Lo studio sull’Y-DNA dei Sardi di Sardinian Y-DNA by Francalacci et al. (2013) ha permesso di gettare uno sguardo alle subcladi dell’R1b sull’isola che non è mai stata colonizzata da Celti o Etruschi e neppure dalle tribù italiche a parte i Romani. Solo i Greci hanno avuto un insediamento ad Olbia che non ha influenzato la genetica dell’isola. In altre parole tutto l’R1b indoeuropeo in sardegna (a parte una piccola percentuale di R1b germanico portato dai Vandali) può essere attribuito ai Romani. I risultati sono inequivocabili, l’R1b-U152 è il 10% di tutti i lignaggi sardi, mentre R1b-M269 e R1b-L23 insieme si attestano all’1,5%. Questo rende ancora più evidente che l’R1b-U152 è il lignaggio predominante tra i Romani. Gli U152 sardi possono essere utilizzati per distinguere le subcaldi romane dell’U152 dalle altre italiche e alpino-celtiche. In Sardegna sono state trovate tutte e quattro le subcladi principali dell’U152 ma in percentuali molto diverse che nel continente, specialmente a Nord delle Alpi dove L2 fa più di due terzi di tutti i lignaggi. Invece in sardegna Z192 è la principale subclade (58,5% di tutto l’U152), seguito da Z56 (10%, metà dei quali sono Z144+), L2 (7,8%, esclusivamente Z49+ e Z2347+) e Z36 (5,5%, di cui metà Z54+)

L’analisi dei lignaggi sardi suggerisce che gli antichi latini/Romani non portavano tanto E1b1b, se non alcuno. Del 9,5% di E1b1b in Sardegna, un 6% appartiene alla subclade nordafricana M81, quasi certamente risalente al tempo nel quale la Sardegna era una colonia fenicia/cartaginese con intensi legami col Nord Africa. Il restante 3,5% dovrebbe essere in gran parte di origine fenicia e neolitica (detagli), ciò significa che i Romani probabilmente non portavano lignaggi E1b1b. La percentuale di aplogruppo J2 in Sardegna che potrebbe essere romana è compresa tra il 2% ed il 6%, quindi meno della metà, e probabilmente ridotta ad un quinto dell’R1b-U152. L’aplogruppo G2a in Sardegna è ampiamente di origine neolitica, sebbene qualche punto percentuale potrebbe essere Fenicio o Romano. La forma romana di G2a è quasi certamente G2a3b1a e alle sue principali subcaldi U1 e L497, la cui distribuzione in Europa rispecchia quella dell’R1b-U152. Queste subcladi quotano una percentuale pari ad 1/7 comparata all’R1b-U152.

Etruschi, Fenici e Greci

Tra il 1200 ed il 539 a.C. i Fenici crearono un vasto impero commerciale dalla loro patria nel Levante lungo il Mediterraneo meridioanale fino in Iberia. In Italia fondarono delle colonie nella Sicilia occidentale e in Sardegna meridionale e occidentale. Basandosi sugli aplogruppi trovati nel Libano e nello loro antiche colonie, i Fenici sembrerebbero aver portato una miscela di aplogruppi J2, J1, E1b1b, G, R1b-M269/L23, T, L, R1b-V88, R2 e Q, praticamente nell’ordine di frequenza. Confrontando il DNA sardo e libanese possiamo stimare che i Sardi hanno ereditato tra il 16% ed il 24% del loro Y-DNA dai Fenici (detagli).

I dati sul DNA autosomale forniti da Haak et al 2015 (cifra i dati estesa) mostrano come i Sardi differiscano dai Baschi dalla presenza di admixture beduine e caucasico-gedrosiane ed un percentuale leggermente maggiore di agricoltore neolitico. Queste tre componenti si ritrovano in percentuali più o meno uguali nei moderni Libanesi, e messe insieme raggiungono dal 10% al 15% del DNA sardo. Questa è la stima più attendibile del contributo genomico Y-DNA dei Fenici alla popolazione sarda moderna. Non è sorprendente che la percentuale presunta di Y-DNA fenicio dovrebbe essere un po’ maggiore, poiché gli uomini tipicamente sono costituiti da una proporzione più grande degli antichi coloni.

Un altro ruolo chiave nella composizione dell’Italia dell’età del Ferro furono gli Etruschi che comparvero circa nel 750 a.C. apparentemente dal nulla. Qualcuno ha postulato che essi venissero dall’Anatolia ma le origini restano incerte fino ai nostri giorni. Sebbene il loro territorio coincida con la diffusione dell’aplogruppo R1b-U152. Gli Etruschi non parlavano una lingua indoeuropea e la loro lingua non era collegata ad alcuna altra lingua antica tranne il retico delle Alpi ed il lemniano del Mare Egeo. E’ possibile che gli Etruschi venissero da qualche parte dal mediterraneo orientale ed imposero la propria lingua sulle tribù italiche della Toscana e successivamente sulla Pianura padana così dividendo le popolazioni di lingua indoeuropea in due. Basandosi sugli aplogruppi non indoeuropei che si trovano oggi in Toscana centrale e meridionale, gli Etruschi originari probabilmente appartenevano ad un insieme di aplogruppi J2, E1b1b, G2a e R1b-M269 (o R1b-L23) in questo ordine di frequenza. Questo sembrerebbe supportare l’origine greca o anatolica occidentale. L’alta percentuale di R1b-U152 in Toscana oggi è dovuta alle tribù italiche assorbite dagli Etruschi e dai Romani che ricolonizzarono parte dell’Etruria.

Furono gli antichi Greci ad avere il maggiore impatto genetico sull’Italia meridionale. Dall’VIII secolo a.C. i Greci costituirono colonie lungo le coste della Campania, Calabria, Basilicata, Puglia meridionale e Sicilia (tranne la punta occidentale) in quella che conosciamo col nome di Magna Grecia. La loro firma genetica è essenzialmente costituita dagli aplogruppi J2 (18-30%) e E1b1b (15-25%), ma gli antichi Greci portavano anche R1b-M269/L23 (5-10%), G2a (3-8%), T (1-6%), I2a1b (1-5%), R1a (1-3%), e J1 (1-2%). E’ molto chiaro nelle mappe degli aplogruppi che le aree nell’Italia centrale e meridionale più lontane dalle coste e dalle antiche colonie greche, come in Abruzzo, Molise e gli Appenini meridionali corrispondono le più alte percentuali degli aplogruppi G2a, J1 e T in Italia, ma anche le più basse frequenze di E1b1b e J2 nell’Italia meridionale. Non c’era modo migliore di contrastare le popolazioni del Neolitico in Italia che con le antiche colonie greche.

I Greci colonizzarono anche la Liguria a la riviera francese, dove fondarono Genova, Nizza (che fu una città italiana fino al 1860) e Marsiglia. I Fenici ed i Cartaginesi ad un certo momento costituirono anche delle basi in Liguria. Gli attuali Liguri hanno la più alta percentuale di E1b1b fuori dal Sud Italia (quasi interamente il greco E-V13), ma anche la più alta percentuale di G2a e J1 fuori dagli Appennini, che probabilmente significa che la regione montagnosa servì come riparo per le popolazioni del Neolitico durante le invasioni degli Italici. L’R1b costituisce circa la metà dei lignaggi liguri, di cui il 22% appartiene alla subclade U152, il 20% alla P312 (il più alto livello in Italia), 6% alla L23, e 2% alla L21. Gli antichi Liguri parlavano una lingua tra il celtico (P312, L21) e l’italico (U152) ed il loro Y-DNA è suddiviso quasi a metà tra l’italico ed il celtico. Il 6% dell’L23 è probabilmente di origine greca. Circa un terzo dei liguri moderni sono di origine greca.

Impero romano e Medio Evo

Nel primo secolo Roma diventò la capitale di un vasto e cosmopolita impero. L’immigrazione a Roma fece crescere la città da una popolazione di circa 400.000 abitanti nel III secolo a.C. , prima che Roma cominciasse ad espandersi oltre la penisola italiana fino ad almeno 1 milione sotto l’imperatore Augusto (27 a.C. – 14 d.C.) poiché questi migranti provenivano da ogni parte dell’impero è molto difficile stimare quale fosse l’impatto per la città di Roma e la penisola italiana, ma fu sicuramente importante nel Lazio.

Goti, Longobardi e Bizantini

Nel IV e nel V secolo il raffreddamento climatico costrinse le popolazioni germaniche e slave a migrare verso sud e occidente e ad invadere l’impero romano in cerca di terre più fertili. I popoli germanici portarono in Italia gli aplogruppi I1, I2a2a (M223, prima conosciuto come I2b1), R1b-U106 e R1a (subcladi L664, Z282 e Z283).

Vandali furono i primi a raggiungere la penisola italiana. Erano emigrati in Iberia, poi passarono in Nord Africa nel 429, dove fondarono un regno che comprendeva anche Sicilia, Sardegna e Corsica. La Sardegna è il miglior posto per cercare tracce del loro DNA perché da una parte è la regione più studiata d’Italia, e dall’altra non ci furono altri popoli germanici che vi si stabilirono (a parte la piccola parentesi del regno dei Goti), ciò significa che la presenza di lignaggi germanici sull’isola è incontestabilmente di origine vandalica. basandosi sull’accurato studio su 1.200 Sardi di Francalanci et al. (2013) sembrerebbe che i Vandali fossero portatori del 35% di R1a, 29% di I2a2a, 24% di R1b, 6% di I2a1b e appena il 6% di I1. Le subcladi identificate sono I1a3a2 (L1237+), I2a2a (L699+ and CTS616+), I2a1b (M423+), R1a-Z282 (incl. some Z280+), R1a-M458 (L1029+), R1b-U106 (Z381+), R1b-L21 (DF13>L513+), R1b-DF27 (Z196>Z209+). La più probabile ragione per l’elevato (proto-) slavico R1a e la presenza dell’europeo orientale I2-M423 è che i Vandali stavano in Polonia prima di emigrare nell’impero romano.. Oltre un terzo dei maschi Vandali sono di origine proto-slavica.

Nel 475 a varie tribù germaniche orientali (Eruli, Rugi e Scirii) fu rifiutato dall’imperatore romano lo status di federati. Sotto la guida di Odoacre, in passato segretario di Attila, deposero l’ultimo imperatore e crearono il primo regno d’Italia (476-493) portando alla fine dell’impero romano d’occidente. Il regno fu conquistato dagli Ostrogoti che governarono tutta l’Italia eccetto la Sardegna fino al 553. La capitale degli ostrogoti fu Ravenna. Essi furono seguiti dai Longobardi (568-774) che si contesero il controllo politico dell’Italia con i Bizantini. Come gli Ostrogoti i Longobardi invasero l’Italia dalla Pannonia e si stabilirono principalmente nel Nord-est ed in Lombardia, che da loro prese il nome. La capitale dei Longobardi fu Pavia in Lombardia. Stabilirono vari ducati in particolare in Friuli (a Cividale), Trento, Toscana (a Lucca), Spoleto, Benevento, come nelle principali città della Lombardia e del Veneto.

I geni dei Goti e dei Longobardi vennero rapidamente diluiti nella popolazione italiana a causa del loro relativamente piccolo numero e della loro dispersione geografica per governare e amministrare il loro regno. Sia i Goti che i Longobardi venivano dalla Svezia meridionale. Tuttavia le loro rotte migratorie differirono alquanto. I Goti scesero dall’attuale Polonia fino al Mar Nero, dove sicuramente si unirono alla popolazione locale, poi si spostarono nei Balcani verso la metà del III sec. dove rimasero fino al V sec. Considerando le alte percentuali di R1a vandalico ritrovato in Sardegna, non sarebbe irragionevole pensare pensare che più della metà dei lignaggi gotici fossero diventati proto-slavici (R1a e I2a1b) quando giunsero nei Balcani. Era pratica comune al tempo delle tribù europee orientali di convergere e mantenere il nome della tribù dominante. Nello stesso periodo anche gli Unni erano un insieme di etnie tenute insieme dalla leadership degli Unni. I Goti si sarebbero in qualche modo fusi con gli abitanti dei Balcani nei due secoli che precedettero la loro invasione dell’Italia, assimilando principalmente lignaggi J2, E1b1b ed ancora I2a1b. Nel V secolo i Goti sarebbero diventati un crogiuolo nel quale il loro Y-DNA germanico originario era rimasto solo in piccola parte. Questo spiegherebbe come mai si trovi così poco Y-DNA germanico nella Francia sud-occidentale e in Spagna (che era l’antico regno visigoto) rispetto alle altre regioni dell’Europa occidentale compresa l’Italia.

Contrariamente ai Goti e ai Vandali, i Longobardi partirono dalla Scandinavia e si mossero a Sud attraverso la Germania, l’Austria e la Slovenia, lasciando i territori germanici solo alcune decadi prima di raggiungere l’Italia. I Longobardi restarono essenzialmente una tribù germanica al tempo in cui invasero l’Italia. I campioni di DNA da Campobasso in Molise e da Benevento in Campania possono dare una buona idea sulle proporzioni di ciascun aplogruppo germanico portato dai Longobardi. Campobasso fu fondata dai Longobardi e perse importanza dopo la fine del dominio longobardo. Benevento era la sede di un potente ducato longobardo. Tra gli aplogruppi germanici identificati a Campobasso da Boattini et al. (2013) c’è il 16% di I1, il 10,5% di R1b-U106 e il 3,5% di I2a2a. Non è stato trovato alcun R1a. Lo stessa ricerca ha rilevato il 5,5% di R1a, il 2,5% di I1 e il 2,5% di R1b-U106 a Benevento. Se facciamo la media, i Longobardi sembra che avessero all’incirca 40% di I1, 30% di R1b, 20% di R1a e 5% di I2a2a, una percentuale paragonabile a quella dell’odierna Svezia.

Alcune regioni non furono mai sotto il controllo dei Longobardi, compresa Sardegna, Sicilia, Calabria, Puglia meridionale, Napoli ed il Lazio. In tutte queste regioni i Bizantini portarono altro lignaggio greco-anatolico (in particolare E1b1b e J2), che erano già gli aplogruppi dominanti dall’epoca della Magna Grecia. I Bizantini dovrebbero aver modificato leggermente l’ammontare degli aplogruppi presenti in Italia meridionale, ma il loro impatto potrebbe essere stato più incisivo in alcune parti del Nord Italia che appartenevano all’Esarcato di Ravenna cioè la Romagna, le Marche, la costa veneta e la Liguria. Sarà una coincidenza, ma tutte queste regioni sono proprio quelle nelle quali gli aplogruppi J2 e E1b1b1 raggiungono frequenze comparabili con quelle della Grecia e dell’Anatolia occidentale. Il J2 non era un aplogruppo diffuso nel Neolitico ed i Greci non colonizzarono il Nord Italia (tranne la Liguria) nei tempi antichi. Gli Etruschi potrebbero aver diffuso E1b1b e J2 in Emilia-Romagna ma non erano presenti nelle altre regioni. Lo stabilirsi di una popolazione bizantina è dopotutto la migliore spiegazione per la diffusione di E1b1b1 e J2 nel Veneto e nelle Marche. La regione di Costantinopoli ha una delle maggiori concentrazioni di J2 del mondo.

Franchi, Arabi e Normanni

Franchi conquistarono il regno longobardo d’Italia nel 774. Contrariamente ad altre tribù germaniche prima di loro, lo scopo dei Franchi non era quello di trovare una nuova patria. Quindi non migrarono in massa in Italia. Portarono solo soldati e amministratori (non necessariamente di discendenza franca, ma anche gallo-romani), come fecero i Romani quando estesero il loro impero. La loro firma genetica è allora più sfuggente, sebbene abbiano sicuramente aumentato la proporzione di I1 e R1b-U106.

Subito dopo l’arrivo dei Franchi, i Saraceni invasero la Sicilia, dove costituirono un emirato (831-1072). Molti musulmani se ne andarono dopo la riconquista normanna nell’XI secolo. Ciò nonostante la Sicilia ha una percentuale leggermente maggiore dell’aplogruppo asiatico sud-occidentale J1 e del nordafricano E-M81 del resto dell’Italia meridionale. Si sa che gli Arabi hanno diffuso l’aplogruppo J1 durante l’espansione dell’Islam. Comunque le colonie fenicie della Sicilia potrebbero essere state la causa di una quota maggiore di J1 in Sicilia. Allo stesso modo l’E-M81 è un aplogruppo berbero, ma la sua presenza in Sicilia potrebbe risalire al tempo dei Fenici, dei Romani o dei Vandali in quanto gli scambi commerciali erano frequenti tra la Sicilia e la Tunisia

Normanni lasciarono un’impronta molto più chiara in Sicilia e nell’Italia meridionale. In origine Vichinghi danesi, ai Normanni fu concesso un ducato dal re di Francia nel 911. Dal 999, chiamati dal principe di Salerno, cavalieri normanni cominciarono a servire i Longobardi in qualità di mercenari contro i Bizantini. Rapidamente acquisirono proprie contee e ducati e riunificarono tutta l’Italia meridionale sotto il loro dominio. Nel 1061 invasero al Sicilia, che fu completamente conquistata nel 1091. Il regno normanno di Sicilia fu costituito nel 1130, con Palermo come capitale e durò fino a XIX sec. Oggi è nella Sicilia nord-occidentale, attorno a Palermo e Trapani, che l’Y-DNA normanno è più comune con l’aplogruppo I1 compreso tra l’8% ed il 15%.

Mappe di distribuzione di aplogruppi Y-DNA in Italia

Y-DNA frequenze per regione

Campioni totali per l’Italia = 6145.
Per le regioni, la prima riga mostra il numero di campioni, mentre la seconda fila è la percentuale per ogni aplogruppo.

MtDNA frequenze per regione

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“RAZZA” UN TERMINE TABÚ

Flavia Corso

Il mito dell’uguaglianza, nato in epoche piuttosto recenti, è in realtà l’apoteosi del razzismo nella sua accezione strettamente gerarchica. L’uguaglianza come valore in sé è un’invenzione occidentale che viene imposta anche a chi occidentale non è, violando conseguentemente il principio di autodeterminazione dei popoli.

Le battaglie condotte dall’Occidente per portare la “civiltà” nei Paesi del Terzo mondo nascondono un complesso di superiorità eurocentrico camuffato da benevolenza e carità, laddove invece è chiaramente implicito il tentativo di rendere simili a “noi” popoli che hanno svolto un percorso evolutivo e culturale totalmente diverso dal nostro.

La stessa concezione dell’individuo come detentore di diritti inalienabili e universali è un prodotto della mentalità occidentale. In alcune culture, come quella dell’Asia orientale per fare un esempio, il concetto di “diritti umani” non esiste nemmeno, e la sua imposizione dall’esterno è fortemente criticata.

Il vero razzismo nasce pertanto dall’atteggiamento paternalistico di un Occidente che non accetta, in realtà, modelli culturali diversi dal proprio, che non vuole riconoscere l’Altro nella sua autenticità e peculiarità, ma vuole assimilarlo e renderlo conforme a sé. Attraverso l’imposizione di un monoculturalismo che omologa forzatamente popoli profondamente differenti tra loro, si smarrisce il valore morale, estetico e gnoseologico della diversità.

Il riconoscimento della validità del concetto di “razza” non implica necessariamente una visione gerarchica dell’umanità. Sarebbe infatti più corretto affermare che nel momento in cui si prende atto dell’esistenza di diverse razze umane, si riconosce altresì che queste non siano nemmeno paragonabili se non a prezzo di ricadere inevitabilmente nell’etnocentrismo occidentale, che nulla ha a che vedere con i veri principi identitari.

Chi nega la categoria “razza”, lo fa di solito argomentando nella maniera seguente: le razze non esistono poiché esse sconfinano le une nelle altre, non costituiscono un continuum fisso e non presentano confini netti. Se anche l’osservazione fosse veritiera, occorrerebbe tuttavia negare anche l’esistenza delle razze canine, perché recenti scoperte scientifiche hanno evidenziato come queste si sovrappongano fra loro proprio come nel caso degli esseri umani. L’argomentazione, inoltre, è fuori luogo perché considerato che tutto l’ambito del vivente non presenta quei contorni nitidi che si vorrebbero ricercare, l’unico modo per superare l’impasse sarebbe quello di rifiutare la categorizzazione e la sua funzione cognitiva. Tuttavia, dal momento che tutta la specie umana è formata prima di tutto da esseri pensanti, non vedo come questo sia possibile e desiderabile. Negare la categoria “razza”, insomma, è utile e producente quanto negare la categoria “specie”.

Oggi, al contrario di quanto molti pensano, sfidare il tabù della razza non è affatto un atto reazionario, ma rivoluzionario. Accettare la validità del concetto di razza significa d’altronde abbracciare e comprendere la natura umana in tutte le sue particolari manifestazioni, e coglierne la bellezza intrinseca.

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DAL FENOTIPO AL GENOTIPO. NEUROBIOLOGIA ED EPIGENETICA

Flavia Corso

Lombroso e i suoi precursori avevano, in parte, ragione. Recenti ricerche scientifiche hanno infatti messo in evidenza la correlazione tra aspetto biologico dell’individuo e la sua psiche.

Nell’ambito della criminologia e delle scienze psicoforensi, si sottolinea in particolar modo l’importanza della neurobiologia e dell’epigenetica. Secondo queste nuove frontiere della scienza, il comportamento umano, tra cui anche quello violento, non sarebbe più determinato esclusivamente da condizioni sociali ed ambientali, ma anche da fattori genetici.

Nel suo libro L’anatomia della violenza1, Adrian Raine, criminologo e docente presso l’Università di Pennsylvania, dimostra come il comportamento antisociale sia multifattoriale: tra i vari aspetti che concorrono alla condotta criminosa, quelli biologici non sono irrilevanti. Utilizzando tecnologie di neuroimmagini e comparando il cervello di criminali e persone sane, Raine ha riscontrato funzionamenti differenti del sistema nervoso.

La biologia molecolare sta attualmente individuando i polimorfismi legati alla produzione di neurotrasmettitori e all’aggressività.

Il professor Pietro Pietrini, in un’intervista rilasciata a BrainFactor, precisa:

Abbiamo studiato cinque varianti alleliche di geni implicati nel metabolismo e meccanismo di azione dei principali neurotrasmettitori cerebrali, quali la noradrenalina, la dopamina e la serotonina. Per ciascuna di queste varianti esiste una notevole letteratura scientifica che mostra una relazione statisticamente significativa con un aumentato rischio di comportamento aggressivo e violento, in particolare negli individui che siano stati cresciuti in contesti sfavorevoli.2

A questo proposito, particolare rilevanza assume una variante dell’enzima monoamminoossidasi, L-MAOA, responsabile di un deficit di serotonina che predispone l’individuo ad essere aggressivo o a manifestare disturbi mentali di vario genere.

Ci troviamo dunque di fronte ad una forma di determinismo biologico?

In realtà, più che di una visione deterministica si tratta di una prospettiva probabilistica. Nella loro interazione con l’ambiente, i geni, pur non mutando, possono più o meno attivarsi a seconda del contesto ambientale. Per dirla in altri termini, l’ambiente può modificare l’espressione di tali geni, il fenotipo, mantenendo tuttavia invariato il genotipo, ed è proprio di questo aspetto che si occupa l’epigenetica, la nuova frontiera della biologia molecolare.

È interessante notare come esista un parallelismo tra i concetti a cui rimandano i termini biologici “genotipo” e “fenotipo” e le idee filosofiche di “noumeno” e “fenomeno”, presenti nel pensiero di Kant. Il filosofo tedesco, che sosteneva che la specie umana potesse essere suddivisa in razze, aveva infatti preceduto di vari secoli le recenti scoperte dell’epigenetica:

Alla divisione del genere umano in razze il nostro autore non è favorevole; […] egli assume come causa un principio di vita interno, che, secondo la diversità delle circostanze esterne, modifica se stesso, adattandovisi. Nel che il recensore conviene interamente con lui, solo con la riserva che, qualora la causa organizzatrice dall’interno per sua natura fosse limitata solo a un certo numero e grado di diversità nella formazione delle sue produzioni (nella cui effettuazione essa non sarebbe abbastanza libera per produrre in circostanze mutate un altro tipo), a questa disposizione formativa della natura si potrebbe benissimo dare il nome di germi o disposizioni originarie, senza per ciò considerare i primi come predisposti ab initio e solo assumendoli come meccanismi e germogli capaci eventualmente di trasformarsi (come nel sistema dell’evoluzione), ma anche come semplici limitazioni, non ulteriormente spiegabili, di un potere autoformativo che noi non possiamo né comprendere né rendere concepibile3.

Anche la psicoterapia transgenerazionale sembra attribuire una sempre maggiore importanza all’ereditarietà biologica, per la diagnosi e cura di problematiche psicologiche.

La terapista e analista Anne Ancelin Schützenberger, nel suo bellissimo libro La sindrome degli antenati4, reinterpreta in chiave moderna la teoria junghiana della sincronicità: esiste un inconscio collettivo che si trasmette di generazione in generazione che sembra guidare in parte il destino degli individui. Lo studio dell’albero genealogico dei suoi pazienti permette quindi alla Schützenberger di scoprire delle coincidenze significative, corrispondenze non spiegabili se non attraverso l’attenta valutazione di una qualche forma di ereditarietà.

1A. Raine, L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, Mondadori Università, 2016.

2 P. Pietrini, intervista a cura di M. Mozzoni, in «BrainFactor. Cervello e neuroscienze», https://www.brainfactor.it/?p=1359

3I. Kant, Recensione di Johann Gottfried Herder, Idee per la filosofia della storia dell’umanità, in «Jenaische Allgemeine Literatur-Zeitung», vol. 4, n. 271, novembre 1785, cit. pp. 153-154.

4A. A. Schützenberger, La sindrome degli antenati. Psicoterapia transgenerazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico, Renzo Editore, Roma 2004.

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IL CORPO COME SPECCHIO DELL’ANIMA. FISIOGNOMICA E FRENOLOGIA

Flavia Corso

PREMESSA

A nessun biologo verrebbe mai in mente di supporre che ogni individuo acquisisce da capo ogni volta il suo modo generale di comportarsi. È molto più probabile che il giovane uccello tessitore costruisca il suo caratteristico nido perché è un uccello tessitore e non un coniglio.

Carl Gustav Jung, Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche

Razza: raggruppamento di individui che presentano un insieme di caratteri fisici ereditari comuni.

Razza, Dizionario di Medicina

Attualmente, come è noto, il termine “razza” è un tabù. Sebbene esso sia di origine illuminista, il nucleo concettuale che racchiude è antico quanto l’uomo stesso.

La tendenza a discernere, ad avvicinarsi al simile ed allontanarsi dal dissimile è innata nell’essere umano ed è funzionale alla sopravvivenza della specie e dei particolari gruppi etnici. L’idea che gli esseri umani siano diversi per nascita è riscontrabile fin dagli albori della civiltà occidentale. Gli antichi filosofi greci, attraverso la dicotomia “Greci/barbari”, riconoscevano la naturale ineguaglianza degli uomini, che non si manifestava solamente attraverso l’aspetto esteriore, ma anche attraverso le virtù e le predisposizioni interiori. L’interesse filosofico nei confronti del rapporto tra anima e corpo, nonché l’importanza della categorizzazione quale funzione cognitiva fondamentale dei processi del pensiero, sono le fondamenta del concetto di “razza”.

Non si intende qui giustificare l’esistenza delle razze umane a livello biologico, su cui non entro nel merito. Lo scopo del presente scritto è invece quello di giustificarla a livello concettuale. L’essere umano, infatti, conosce e scopre il mondo attraverso il riconoscimento delle alterità. La consapevolezza della propria identità affonda le proprie radici nel manifestarsi dell’Altro, da ciò che è diverso da “noi”, ed è proprio attraverso lo sguardo dell’estraneo che è possibile indagare la propria natura e, pertanto, procedere nel cammino di un’autentica conoscenza.

Occorre innanzitutto precisare che il termine “razza” dovrebbe riferirsi ad un concetto molto più ampio del semplice colore della pelle.

La diversità umana, infatti, non si esprime solamente nei connotati fisici delle popolazioni, ma anche nelle loro predisposizioni mentali. Con questa affermazione non voglio in nessun modo rievocare la tesi della presunta superiorità intellettiva della razza bianca, che peraltro si basa sull’applicazione di test che usano criteri propri della cultura occidentale; intendo invece accostarmi ad una visione olistica dell’essere umano, per cui mente e corpo non risultano due entità separate come nel dualismo cartesiano, ma interagiscono tra loro e con l’ambiente circostante, dando luogo a quella che noi chiamiamo “cultura”.

Fin dai tempi di Aristotele, si sosteneva con certezza una correlazione tra aspetto fisico e spirito. Il corpo, essendo dimora dello spirito, assumeva determinate caratteristiche a seconda dell’anima che ospitava. Nell’opera Fisiognomica1, giunta sotto il nome dello stesso Aristotele, domina l’interesse per il tema del rapporto tra le caratteristiche psicologiche e gli attributi somatici degli uomini:

Le diverse disposizioni mentali sono in stretta corrispondenza con i caratteri fisici: non sono isolate né insensibili alle sollecitazioni del corpo, come si constata molto chiaramente quando ci si ubriaca o quando ci si ammala; l’alterazione che le affezioni del corpo producono nella mente si manifesta allora con molta evidenza. D’altra parte, anche il corpo soffre insieme con l’anima, come è evidente quando ci si innamora, quando si ha paura, si prova dolore o piacere. Se si osservano gli esseri che la natura crea, si può ancora meglio comprendere che corpo e anima sono così naturalmente connessi l’uno all’altra, da essere reciprocamente causa di quasi tutte le affezioni. Mai è accaduto che un essere nascesse con l’aspetto di una creatura e la mente di un’altra; piuttosto, è sempre dalla stessa che gli derivano sia il corpo che il carattere. È pertanto inevitabile che a un dato corpo si associ una data disposizione mentale. Inoltre, chi ha conoscenze specifiche sugli animali può comprenderne l’intima natura a partire dall’aspetto: così fanno i cavallerizzi coi cavalli, i cacciatori coi cani. In conclusione, se questo è vero (ed è in effetti sempre così), si può con fondamento “giudicare dall’aspetto”2.

Aristotele riteneva che le qualità essenziali degli esseri umani potessero essere dedotte, per analogia, dall’osservazione delle somiglianze con il mondo animale. Questo tema venne ripreso in epoca rinascimentale dal filosofo ed alchimista italiano Giovanni Battista Della Porta (1535-1615), che scrisse nel 1586 il Della fisionomia dell’uomo3. Abbandonati gli aspetti chiromantici della teoria aristotelica, egli intraprese degli studi all’interno delle carceri di Napoli “dove sempre è racchiusa gran moltitudine de’ facinorosi ladri, parricidi, assassini di strada, e d’altri uomini di simile fattezza”4. Egli osservò dunque i profili dei detenuti e li confrontò con quelli degli animali, facendone emergere delle connessioni occulte.

Anche Charles Le Brun (1619-1690), primo pittore alla corte del Re Sole, studiò meticolosamente il rapporto che intercorre fra le passioni e le espressioni del volto, focalizzandosi in particolare sul movimento del sopracciglio e creando un connubio perfetto tra indagine della psiche umana e pittura. Nella seconda metà del Settecento, il filosofo e teologo svizzero Johann Kaspar Lavater (1741-1801) scrisse i Frammenti di fisiognomica5; nella sua opera egli tentò di conciliare scienza e teologia, esoterismo cristiano ed Illuminismo, definendo la fisiognomica come la scienza naturale dell’anima e del corpo. Fra i tanti estimatori di Lavater, si ricorda in particolar modo Goethe, che arrivò a considerarlo un uomo di genio senza precedenti nella storia.

Nei primi dell’Ottocento, Franz Joseph Gall (1758-1828), medico tedesco di origini italiane, diede vita ad una nuova e rivoluzionaria dottrina: l’organologia, divulgata in seguito da Johann Gaspar Spurzheim (1776-1832) sotto il nome di frenologia.

Nonostante venga spesso confusa con la fisiognomica e ne sia stata influenzata, l’organologia parte da postulati ben diversi. Gall, in particolare, sosteneva che le facoltà morali ed intellettuali dell’uomo fossero innate e dipendessero dalla morfologia del cervello. A diverse aree cerebrali, pertanto, corrispondevano determinate predisposizioni mentali.

Si può notare come, nell’approccio di Gall, vi fosse il tentativo di mettere in relazione anatomia, fisiologia e neurologia, e di indagare scientificamente il rapporto tra anima, mente e cervello. La forma del cranio, infatti, doveva essere l’espressione del maggiore o minore sviluppo di particolari aree cerebrali, e il suo attento studio poteva dunque rivelare le caratteristiche mentali della persona.

Nella Lettera aperta sul programma organologico6, Gall delineava in questo modo l’oggetto della sua indagine:

Mi chiamano cranioscopista, e definiscono la scienza che sto fondando cranioscopia […] Non è quello il titolo che conviene al mio mestiere […] Oggetto delle mie ricerche è il cervello; il cranio lo è soltanto come impronta fedele della superficie cerebrale7.

La dottrina organologica ideata da Gall, quindi, si basava su una concezione unitaria del reale; la natura veniva concepita come un tutto integrato che si manifestava ogni volta attraverso strutture e funzioni differenti, ma in continuità tra loro.

L’uomo è uno, le sue manifestazioni sono coerenti e armoniche con la sua organizzazione in modo che si può giudicare le une attraverso l’altra, e viceversa8.

Riassumendo, le idee fondamentali alla base dell’organologia di Gall erano tre:

1. Il cervello costituiva la sede di tutte le facoltà dell’uomo;

2. A diverse funzioni cerebrali corrispondevano diversi organi o aree cerebrali;

3. Il cranio riproduceva fedelmente la forma del cervello, che poteva presentare bernoccoli o fossette a seconda che un’area cerebrale fosse più o meno sviluppata (la palpazione e la cranioscopia erano considerati metodi utili per comprendere la personalità del soggetto).

Ad oggi, possiamo affermare con certezza la veridicità delle prime due affermazioni, mentre il terzo e ultimo punto rientra nell’ambito di una protoscienza che ha comunque permesso agli studiosi dell’epoca di acquisire nuove conoscenze, introducendo per la prima volta nella storia lo sguardo medico all’interno dell’indagine di fenomeni complessi come, ad esempio, la criminalità. Non a caso tra i precursori di Cesare Lombroso, Gall assume senz’altro una posizione di grande rilievo.

Influenzato dagli studi di fisiognomica di Della Porta e Lavater, dalla frenologia di Gall e Spurzheim e dal recente sviluppo della psichiatria come branca indipendente della medicina, il fondatore assoluto della criminologia – Cesare Lombroso (1835-1909) – elaborò, nella sua famosa opera L’uomo delinquente9, la teoria del criminale per nascita. Per Lombroso, infatti, era possibile stabilire se una persona avesse tendenze criminali semplicemente studiandone i tratti del volto e la forma del cranio.

Il delitto, inoltre, veniva considerato come un risvolto antropologico che denotava una regressione atavica dell’individuo che lo commetteva, dove con atavismo si intendeva la ricomparsa di caratteristiche che si erano estinte in uno stadio precedente dell’evoluzione umana. Nella teoria lombrosiana, pertanto, lo studio delle peculiarità somatiche coesiste con una visione darwinista della storia dell’umanità, per cui a tratti fisici di tipo primitivo (anomalie quali le arcate sopraccigliari e i seni prefrontali sporgenti, la fronte sfuggente, piccola, stretta e appiattita, la fossetta occipitale mediana e le asimmetrie del volto) corrispondevano con maggiore incidenza comportamenti antisociali.

Nonostante Lombroso ritenesse che non vi fosse delitto che non avesse molteplici cause (non erano dunque esclusi fattori sociali ed economici che contribuissero all’attuazione del reato), egli attribuiva alle caratteristiche biologiche innate una posizione di rilievo, accostandosi di fatto al determinismo positivistico della sua epoca.

La teoria di Lombroso è sempre stata oggetto di feroci critiche sia per quanto riguarda il piano metodologico, che quello etico-politico. Sebbene tali critiche fossero in parte condivisibili, oggi molti studiosi stanno rivalutando la sua opera.

Dall’analisi della correlazione tra psiche e fenotipo (manifestazione della costituzione genetica di un organismo in relazione ad un determinato ambiente), si è giunti all’esame del rapporto che intercorre tra psiche e genotipo (insieme dei geni che compongono in DNA di un individuo o di una popolazione).

1 Aristotele, Fisiognomica, a cura di M. F. Ferrini, Milano 2007.

2 Ivi, cit., p. 161.

3 G. B. Della Porta, Della fisionomia dell’uomo, Guanda, Parma 1988.

4 G. B. Della Porta, Della Chirofisonomia, Editore appresso Antonio Bulifon, All’insegna della Sirena, 1677, cit., pp. 24-25.

5J. K. Lavater, Frammenti di fisiognomica, Theoria, Roma 1989.

6 F. J. Gall, Lettera aperta sul programma organologico, in «Neue Deutsche Merkur», 1798.

7 D. Verardi, L’organo dell’anima. Fisiognomica e fisiologia cerebrale in Franz Joseph Gall, in «Psychofenia. Ricerca ed Analisi Psicologica», vol. 13, n. 22, 2010, cit. p. 87.

8 P. Magli, Il volto e l’anima. Fisiognomica e passioni, Bompiani, Milano 1995, cit., p. 357.

9 C. Lombroso, L’uomo delinquente, Hoepli, Milano 1918.

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