STRINGIAMOCI TUTTI INTORNO AL SACRO FUOCO DI YULE

Riccardo Tennenini

Da diversi giorni ormai su giornali e televisione si fanno propositi sul Natale 2021. Quest’anno come il precedente si è deciso in nome di una corretta e sicura prevenzione nei confronti del Coronavirus di renderlo artificiale e digitale, oppure adatto ai canoni odierni con un babbo natale donna femminista e genderfluid.

Ma chi è realmente Santa Claus? La figura di Santa Claus rappresentato come un anziano signore che viene dal Polo nord, con una lunga barba bianca, vestito rosso che, in sella alla sua slitta trainata da renne porta in giro per tutto il mondo i doni natalizi è Wotan. Proprio questa antica divinità germanica dopo aver sacrificato il suo occhio destro, essersi colpito con una lancia il costato e legato a testa in giù dall’albero della conoscenza Yggdrasill per diversi giorni ricevette le sacre rune al termine della sua lunga e dolorosa meditazione. Successivamente in sella al suo cavallo dalle otto gambe Slepnir come le renne di Santa Claus condivise con chi lo adorava in tutto il mondo questa conoscenza appresa come dono regalo.

Detto ciò prendere le difese del Natale non vuol dire difendere la “tradizione cristiana”, riducendo il tutto a semplice soddisfazione individuale tra spese, consumo di cibo e futili gesti do ut des di regali materiali. Va intesa, quale suprema espressione dell’ecumene di simboli, miti e riti ierarici arcaici con cui si manifesta il sacro attraverso la spiritualità indo-europea nelle sue molteplici forme. Simbolicamente lo swastika (come la stella che si mette in cima all’albero di natale) è un simbolo di Agni, ma non è una figura del mondo, ma l’azione del principio o legge di necessità: opportuno notare che la parte ricurva dei bracci rappresenta l’Orsa Maggiore, vista in quattro posizioni diverse nel corso della sua rivoluzione intorno alla Stella polare, alla quale naturalmente corrisponde il centro in cui si uniscono i quattro gamma, e che queste quattro posizioni siano messe in relazione con i quattro punti cardinali e le quattro stagioni. E’ noto quale sia l’importanza dell’Orsa Maggiore in tutte le Tradizioni in cui interviene il simbolismo polare. La Stella polare è, dunque, il principio, senza forma e senza dimensioni che rappresenta l’Unità primordiale. Da esso sono prodotte, per irradiazione, tutte le cose, come l’Uno produce tutti i numeri, senza che la sua essenza ne riesca modificata o intaccata in alcuna maniera. Questo centro può essere visto anche come il motore immobile di Aristotele oppure come la divinità greca Apollo inteso come A-pollon l’Uno senza secondo aldilà di tempo, spazio e materia. Ma è anche paragonabile alll’Amor dantesco quando dice: ” L’amor che move il sole e l’altre stelle”. L’equilibrio è il riflesso, nell’ordine della manifestazione, dell’immutabilità assoluta di tale Principio, dovendo considerare la circonferenza in movimento attorno al suo centro, che, solo, non partecipa a questo movimento. La ruota evoca immediatamente l’idea di rotazione; e questa rotazione è la figura del continuo mutamento al quale sono sottoposte tutte le cose manifestate soggette al divenire, movimento nel quale c’è soltanto un punto che rimane fisso e immutabile, e questo punto è il Centro. In sintesi, il Centro è allo stesso tempo il principio e la fine di tutte le cose; è “l’alpha e l’omega”. Infatti, questo simbolo, è realmente il vero «Centro del Mondo». E da questo centro che si irradia una linea perpendicolare simile all’asse terreste che nella Tradizione assume diversi nomi: Yggdrasil, Axis Mvndi, Irminsul, ecc che rappresenta l’asse dell’univero o meglio l’albero cosmico che sorregge il mondo e fondamento di tutta la manifestazione della vita, l’unione imprescindibile tra purusha e prakriti.

Quello stesso albero cosmico è il significato autentico dell’albero di Natale presente nelle nostre case. Dove le palle colorate di natale sono i pianeti, le luci che brillano le stelle, e in cima come abbiamo detto c’è la Stella Polare come Principio Uno senza secondo. Nel III secolo d. C., i culti di Helios e Mitra iniziarono a fondersi nel culto del Dies Natali Sol Invictvs, celebrato il XXV Dicembre, come data simbolica della nascita del Sole. In Siria ed Egitto vi erano celebrazioni di grande solennità e prevedevano che gli iniziati si dovessero ritirare in appositi santuari e ne uscissero a mezzanotte, annunciando che la l’immacolata Vergine Anahita avesse partorito il Sole, raffigurato come un infante. Infatti il XXV Dicembre non è “esclusivo” del Cristianesimo con la nascita di Cristo, ma oltre a Mitra anche Ermes, Dioniso, Buddha, Zaratustra, Krishna, Horus, Hercules, Tammuz e Adone nello stesso giorno e con lo stesso modvs operandi. Così come ciò che si deve mangiare, i regali, il falò, la resurrezione rappresentano le varie componenti di un rito liturgico ierarico tramandato ed espresso nelle varie Tradizioni. Quindi ed in conclusione, stringiamoci ancora di più di prima attorno al Fuoco Sacro e celebrare la lotta della Luce contro l’affermazione planetaria delle Tenebre del mondialismo dominante.

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MEISTER ECKHART & ADI SHANKARACHA: TRA GELASSENHEIT E VAIRĀGYA

Riccardo Tennenini

Meister Eckhart era un monaco domenicano tedesco vissuto all’incirca tra il 1260 e il 1328. Contemporaneo di Dante, era un mistico che cercava la Gelassenheit il “distacco” dal mondo, il silenzio, la solitudine. Il centro su cui verte l’intera speculazione ekhartiana è il concetto di “Nulla” e “ fondo dell’anima”. La Deità, secondo il monaco domenicano può essere pensata solo come Nulla. La liberazione da ogni scoria mondana, riscoprendo il fondo immutato e immutabile dell’anima. Un fondo senza fondo. Così il “distacco” dell’anima da ogni ente rivestito da nome e forma (Nāmarūpa), da ogni desiderio, e pensiero di proprietà fa in modo che la Deità discenda in noi trovando nell’anima il suo luogo naturale.

Vivendo nel distacco troveremmo quella nobiltà dell’uomo interiore e riceveremmo ogni consolazione nella Deità. Per queste sue affermazioni, Meister Eckhart è stato processato e condannato dalla Chiesa per eresia. Morì prima che la condanna Pontificia fosse pronunciata. In Meister Eckhart ritroviamo un ponte di collegamento tra Occidente e Oriente. Eckhart “il più pagano tra i cristiani” rielabora il pensiero di Plotino, Dionigi l’Areopagita e del neoplatonismo in genere. Nel suo pensiero si scoprono importanti analogie con le Upaniṣad, del Advaita Vedānta nel pensiero di Śrī Śaṅkarācārya.

Secondo Eckhart, infatti, la Deità non può essere pensata perché oltrepassa ogni nostra possibilità di linguaggio e di immaginazione. Per arrivare alla Deità bisogna spogliarsi di tutto, anche della nostra intellettualità, sprofondando nel vuoto. La temporalità del divenire esiste solo nella mente umana perché nella mente divina esiste solo l’Assoluto, un eterno presente, quindi la Deità, è assolutamente unitaria e immutabile, fuori dal tempo e dallo spazio. Risulta perciò uno stato incondizionato come il Brahman del Advaita Vedānta.

L’equiparazione Ātman = Brahman, così come il Figlio e lo Spirito Santo in una sorta di processo circolare che non ha né principio né fine. È possibile scoprire nell’introspezione l’Assoluto, la Trascendenza perché la nostra autentica natura è Ātman. L’esistente rappresenta il punto d’incontro della trascendenza con l’immanenza, distaccato dal mondo sensibile-fenomenico riesce in questo modo a scorgere la sua reale natura. Nel momento in cui trascendiamo il Saṃsāra, attraverso un processo di distacco e di spogliazione dell’io egoico (Ahamkāra), arriviamo a quel “vuoto” a cui apparteniamo e dal quale non ci siamo mai allontanati. Quando viene trascesa ogni distinzione tra soggetto e oggetto e ci si svuota di ogni contenuto di nome e forma (Nāmarūpa), il Soggetto reale viene svelato. L’annullamento dell’io egoico (Ahamkāra), la spogliazione di ogni contenuto, ci fa raggiungere quel perfetto distacco di cui parla Eckhart.

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«Dio vuole che in tutte le cose noi rinunciamo alla nostra volontà. Niente rende veramente uomo come la rinuncia alla propria volontà. In verità, senza questa rinuncia della volontà in tutte le cose non si compie davvero nulla davanti a Dio. Se si giunge a rinunciare completamente alla nostra volontà e a spogliarci per Dio di tutte le cose, esteriori e interiori, allora abbiamo compiuto tutto – e niente in precedenza».1

«L’uomo deve imparare a spogliarsi di se stesso in tutti i doni e a non mantenerne nulla di proprio, né cercare alcunché – né ricompensa, né utilità, né soddisfazione, né dolcezza, né fervore, né regno dei cieli, né volontà propria».2

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Il “distacco” di Eckhart è l’esatto corrispondente del Vairāgya Vedantino, cioè svuotarsi dei pensieri, della volontà, delle intenzioni e degli interessi personali, per poter superare l’io egoico (Ahamkāra) e porsi in sintonia con la Trascendenza. Il distacco ha questo supremo potere di renderci simili alla Deità, che è al di sopra di tutto, di ogni dualismo, e ricerca di quella pax profunda. Esso si realizza soprattutto nella solitudine, che nella ricerca di quel Nulla divino.

Chi realmente vuole raggiungere il distacco deve perseguire l’inazione nell’azione superando il desiderio di ricompensa. Svuotarsi di tutto per riempirsi del divino. Lo spirito distaccato costringe la Deità a discendere in lui. L’uomo giusto, che si è ritrovato interiormente, è colui che ha trasceso i limiti dell’io-egoico (Ahamkāra) e ha raggiunto la “pura nudità” dell’Anima, il fondo, il Sé (Ātman), l’Abisso.

1 M.Eckhart, La via del distacco, Lorenzo d’è medici, press, 2018, pag.83.

2 M.Eckhart, la via del distacco, Lorenzo d’è Medici Press, 2018, pag.82.

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