LA SVEZIA È LA MENO SICURA NAZIONE D’EUROPA

Dan Lyman

Fonte: InfoWars Europe

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Bild, quotidiano ritenuto il più apprezzato dai lettori tedeschi, ha analizzato i risultati di uno studio condotto dal Brottsførebyggande rådet, il Comitato Svedese per la Prevenzione del Crimine, sulla violenza legata alle armi da fuoco. Collegando gli esiti della ricerca ad altre note tendenze che interessano il Paese scandinavo, quali le gang ed il narcotraffico, la giornalista di Bild Ingrid Raagaard ha concluso che “le cose non possono più andare avanti così”.

“Nell’Unione Europea, una media di otto persone per milione cade ogni anno vittima di crimini violenti. In Svezia, tale dato si attestava intorno ai dodici morti assassinati ogni milione di abitanti. Concentrandosi sulle vittime di armi da fuoco, la differenza fra l’Europa e la Svezia si fa ancor più ampia. Se l’Unione Europea conta infatti una media di 1,6 uccisi con armi da fuoco ogni milione di abitanti, in Svezia se ne contano 4, quasi tre volte di più”, scrive Raagaard.

“Il divario aumenta ancor di più focalizzandosi sulla fascia d’età 20-29 anni. Nella maggior parte dei Paesi europei, il dato si attesta fra gli zero ed i quattro morti assassinati per milione; in Svezia, invece, ammontano addirittura a 18. In seconda posizione si attesta l’Olanda, che conta ‘solamente’ sei morti nel menzionato range anagrafico.

Raagaard colloca la preoccupante svolta intorno all’anno 2005, e da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Adesso, infatti, si contano circa 60 no-go zones in tutta la Svezia, situate perlopiù negli hinterland delle grandi città quali Stoccolma, Malmö, Göteborg, aree in cui il crimine allogeno regna incontrastato, e le forze dell’ordine non osano addentrarsi.

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I media mainstream si ostinano cocciutamente ad insistere che non vi siano ‘no-go zones’ di immigrati in Svezia, preferendo piuttosto parlare di ‘aree vulnerabili’. “Sempre più svedesi temono per le proprie vite, poiché spesso sono proprio semplici innocenti passanti a cader per primi vittime delle guerre fra gang”, continua Raagaard.

InfoWars Europe documenta con regolarità il dilagare del crimine in Svezia ed i preoccupanti eventi che la interessano, ancor più angosciante se si pensa che il Paese scandinavo – sino a non molto tempo fa – era considerata una delle nazioni più sicure e progredite del mondo.

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LONDRA, DOVE IN ALCUNE AREE IL 50% DEI RESIDENTI È NATO ALL’ESTERO

Martin Robinson

Fonte: Daily Mail

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Ecco le aree di Londra dove il 50% dei residenti è nato all’estero, mentre la popolazione della capitale raggiunge la cifra record di 8,6 milioni.

Questa mappa colorata della città di Londra mostra con chiarezza come vaste aree della Capitale siano ormai dominate da una serie di determinate nazionalità, in una città in cui un residente su tre è nato all’estero. La bandiera indiana sventola su dieci dei trentadue quartieri in cui la Capitale è divisa, mentre londinesi nati in Nigeria, Polonia, Turchia e Bangladesh sono già maggioranza in almeno tre aree urbane per gruppo. In alcuni quartieri – Westminster, Kensington, Chelsea e Brent, fra gli altri – più della metà della popolazione è nata fuori dai confini nazionali, stando alle cifre comunicate dall’Ufficio Statistiche del Sindaco.

Quest’anno, Londra ha raggiunto la quota record di 8,6 milioni di abitanti, con altri due milioni trasferitisi in città nel corso degli ultimi venti anni, la maggior parte dei quali dall’estero. Tali ragguardevoli cifre costituiscono un vero record dopo il precedente del 1939, precedente alle devastazioni occorse durante la Seconda Guerra Mondiale, ma a decorrere da allora, circa 2,2 milioni di londinesi hanno lasciato la città natale nel successivo mezzo secolo, per iniziare una nuova vita nelle contee vicine o in periferia.

Ecco i più rilevanti gruppi demografici stranieri a Londra suddivisi per distretto. La nazionalità indiana appare dominante in dieci aree.

Le statistiche mostrano inoltre come i quartieri centrali contino un tasso di popolazione immigrata assai più elevato rispetto alle zone più periferiche, con i nuovi arrivati inclini a stabilirsi in aree già densamente abitate da connazionali. Con il 53,3%, Brent e Haringey presentano la più alta percentuale di residenti forestieri, seguiti da Kensington, Chelsea e Westminster, oscillanti fra il 50,9% ed il 51,8%.

Fra il 1939 ed il 1991, Londra ha perduto un quarto della sua popolazione totale; oggi, circa 267.000 londinesi sono nati in India, 135.000 in Polonia, 113.000 in Pakistan, 126.000 in Bangladesh, 112.000 in Irlanda. Dei totali tre milioni di residenti non britannici, il 40% è europeo, il 30% asiatico o mediorientale, 20% africano, 10% americano o caraibico.

Illustrando le dinamiche di crescita della popolazione cittadina, il professor Michael Batty, dell’University College London, ha spiegato alla BBC: “In un periodo di trent’anni, il totale della popolazione è calato dagli originari 8 milioni a 6,6 circa, ciò a causa del fenomeno chiamato suburbanization – crescita delle periferie, aumento dell’acquisto di automobili, cambiamento dei trasporti e sgomberi dei bassifondi.” Quanto all’enorme crescita registrata nell’ultimo decennio, essa “va ricondotta essenzialmente alle migrazioni internazionali.”

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Gli esperti ritengono che entro il 2031 il numero di forestieri residenti a Londra supererà quello dei britannici autoctoni, basandosi su quanto si può desumere dal censimento del 2011. La popolazione immigrata della Capitale ammonterà in quell’anno ad almeno 5 milioni, dopo essere più che raddoppiata fra il 1971 ed il 2011 – anno dell’ultimo censimento – salendo da 1 a 3 milioni. Il numero dei londinesi non britannici condurrà il totale della popolazione cittadina a raggiungere e superare i 10 milioni di abitanti nel 2031, e gli 11 dieci anni dopo.

Tuttavia, laddove gli stranieri continueranno ad aumentare esponenzialmente nei prossimi decenni, i britannici autoctoni seguiteranno senza posa a diminuire. Analizzando l’ultimo censimento, si scopre che oltre 600.000 londinesi bianchi e britannici hanno abbandonato la capitale nel corso di circa un decennio – precisamente 620.000, fra il 2001 ed il 2011. Sarebbe come se una città delle dimensioni di Glasgow, abitata interamente da autoctoni, si trasferisse lontano dalla Capitale, lasciando i bianchi in minoranza nella città più grande dell’intero Paese. Se, infatti, nel 2001 i britannici bianchi ammontavano a circa il 58% della popolazione di Londra, oggi sono scesi a comporre appena il 45% del totale.

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SAVILE TOWN È QUESTO IL FUTURO DELLE PICCOLE CITTÀ EUROPEE?

Sue Reid

FONTE: Daily Mail

Dalla finestra del suo appartamento che si affaccia sul canale in un sobborgo di Dewsbury nello Yorkshire, una donna bionda guarda due figure femminili che passano mentre chiacchierano in una lingua straniera.

Entrambe le passanti sono coperte da abiti islamici neri, solo uno scorcio dei loro occhi si intravede dall’apertura di due centimetri nei veli che coprono i loro volti.

Loro, come molte donne musulmane che vivono qui, parlano poco o niente inglese. Molte di loro non avranno alcun contatto con persone di un’altra religione o cultura. Molte, immagino, sono state portate nel Regno Unito per sposare gli uomini britannici di origine sud asiatica che hanno fatto di questa zona la loro casa.

Le mogli hanno vite limitate: crescono i bambini, cucinano per le famiglie, o vanno agli eventi per sole donne nell’enorme moschea locale gestita dai Deobandi, una potente setta dell’Islam i cui predicatori più espliciti hanno esortato i seguaci a non mescolarsi con cristiani, ebrei o indù.

Siamo a Savile Town, una delle parti più razzialmente omogenee della Gran Bretagna: non perché tutti sono uomini o donne indigeni dello Yorkshire, ma esattamente il contrario.

Infatti non ci sono quasi residenti bianchi a Savile Town. Sorprendentemente, una ripartizione dettagliata dell’ultimo censimento del 2011 ha registrato che solo 48 delle 4.033 persone che vivono qui erano bianchi britannici.

Questo non sorprenderebbe la bionda Lorraine Matthews, che guarda le signore in burka dalla sua finestra. Lei è una receptionist dentista di 53 anni, una delle poche inglesi bianche rimaste nel reticolo di strade a terrazza di Savile Town. Quasi tutti gli altri residenti, secondo il censimento, hanno origini pakistane o indiane.

I loro antenati furono attirati a Savile Town come manodopera a basso costo per i lavori massacranti nelle fabbriche di lana che avevano reso Dewsbury una rinomata città tessile.

Questi laboriosi nuovi arrivati comprarono le loro case e aprirono negozi all’angolo che vendevano burka, tappetini per la preghiera e profumi che non contenevano alcol, in linea con le restrizioni del Corano.

Presto i nuovi arrivati hanno costruito la moschea che è progettata per ospitare 4.000 fedeli. Oggi, un tribunale della Sharia nelle vicinanze – criticato in un rapporto della Camera dei Lord per la discriminazione contro le donne nel divorzio e nelle controversie matrimoniali – fa ottimi affari sposando il rigido codice di giustizia islamica.

Anche la signora che vende gelati da un furgone durante l’estate indossa un burqa, e il macellaio che gira per le strade offre solo capra, agnello e struzzo halal.

State a Savile Town, come ho fatto io, e vedrete decine di ragazzi in abiti islamici che vanno e vengono dalle lezioni alla scuola madrasa della moschea, dove per ore e ore imparano a memoria il Corano.

E, in modo angosciante, ogni ragazza che ho visto – anche quelle di sei e sette anni che giocavano nel parco – era avvolta in un hijab da una spalla all’altra dell’abito per evitare che un uomo intraveda la sua carne.

Savile Town fu lasciata diventare un’enclave etnica. E sembra che questo distacco dalla società principale abbia avuto ripercussioni inquietanti. Perché questa piccola area ha prodotto diversi giovani jihadisti che sono scomparsi per combattere – e morire come attentatori suicidi – per lo Stato Islamico in Medio Oriente.

(Mohammed Sidique Khan, il leader degli attentatori che attaccarono Londra il 7 luglio 2005, era cresciuto nelle vicinanze. Ha dato l’addio alla moglie incinta nella loro casa a schiera prima di guidare i suoi compagni di attacco nella capitale per reclamare 52 vite innocenti in esplosioni su treni della metropolitana e autobus).

La vita a Savile Town è stata indagata all’inizio di quest’anno da Owen Bennett-Jones, l’ex corrispondente della BBC in Pakistan, che ha fatto luce sull’influenza del movimento Deobandi sulla popolazione musulmana qui.

Intervistato per il programma di Radio 4 era Mufti Mohammed Pandor, un funzionario civile e portavoce dei Deobandi. È arrivato dal Gujarat, in India, nel 1964, da bambino, con la sua famiglia.

Vive vicino a Savile Town, e si definirebbe un musulmano britannico. Eppure si è rifiutato di lasciare che l’intervistatore Bennett-Jones vedesse sua moglie quando il reporter ha visitato la casa della coppia, anche se le è stato permesso di fare il thè in cucina.

Pandor insiste che lei è completamente coperta quasi sempre, permettendole solo di sollevare il velo per i controlli dei passaporti negli aeroporti. La sua famiglia guarda raramente la televisione britannica e dice che tutta la musica non è islamica.

Nonostante sia consigliere religioso di due università – Bradford e Huddersfield – ha detto alla BBC che agli uomini musulmani dovrebbe essere permesso di entrare negli istituti di istruzione superiore solo per studiare e pregare, e “non per guardare le donne”.

“Se Maometto non l’ha fatto, noi non lo facciamo”, ha detto Pandor alla BBC, dicendo che i Deobandi sono un movimento “back to basics” i cui seguaci vivono nello stile di vita del Profeta, di 14 secoli fa.

Si potrebbe liquidare un pensiero così disperatamente arretrato come appannaggio di una piccola setta stravagante, ma i Deobandi gestiscono quasi la metà delle 1.600 moschee registrate nel Regno Unito, e formano l’80% di tutti i chierici islamici nazionali che, a loro volta, giocano un ruolo enorme nell’influenzare la crescente popolazione di musulmani britannici.

Forse non è una sorpresa che i pochi indigeni dello Yorkshire rimasti a Savile Town si sentano in qualche modo assediati.

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Lorraine Matthews, nella casa vicino al canale, è schietta nei suoi commenti sulla comunità in cui ora vive: “Non uscirei di notte da sola perché è pericoloso se non sei della comunità musulmana. Non è ragionevole per una donna camminare lì dopo il tramonto. I ragazzi asiatici si radunano agli angoli, ti fanno sentire intimidita perché non rispettano le donne bianche”.

Quando io stessa ho camminato lungo South Street verso la moschea, figure in burka hanno sbirciato fuori dalle loro finestre con le tende di pizzo con sorpresa nel vedere il volto di una donna scoperta.

Ho chiesto a un adolescente alto, che indossava un berretto islamico e abiti bianchi sui jeans, indicazioni per l’ingresso della moschea. La sua risposta è stata sputarmi addosso e gridare: “Vattene, non dovresti essere qui. Non tornare”.

È deprimente trovarsi di fronte a una tale aggressione. E non ho dubbi che anche molti musulmani si sentiranno angosciati da un tale comportamento. Non tutti i seguaci britannici dell’Islam desiderano vivere in aree dove persone di altre fedi o culture potrebbero temere di camminare.

Eppure, in luoghi come Savile Town, i presagi non sono buoni.

Per quanto poco piacevole possa essere per i liberali britannici, il fatto è che molti musulmani qui vogliono vivere solo con quelli della loro stessa cultura.

Infatti, alcuni dei pochi residenti non musulmani rimasti dicono di essere regolarmente presi di mira dai membri della comunità islamica locale che vogliono comprare le loro case.

Alcuni persino bussano alla porta in abiti religiosi che offrono mazzette di denaro in sacchetti di plastica per acquistare le loro case.

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Jean Wood, 76 anni, nata nello Yorkshire e frequentatrice della chiesa, è una residente di lunga data che si sente tagliata fuori. I suoi figli la pregano di trasferirsi in una zona dove possa condividere la sua pensione con il tipo di persone con cui è cresciuta.

Nella sua casa ordinata ai margini di Savile Town, mi ha raccontato cosa è successo il giorno dopo che suo marito è morto improvvisamente mentre era seduto al tavolo della cucina.

“Non se n’era andato neanche da 24 ore quando una vicina musulmana spinse un biglietto attraverso la porta dicendo che voleva comprare questa casa”, ricorda. “Avevamo vissuto qui tutta la nostra vita da sposati”. Ero addolorata, anche se il biglietto non menzionava la mia perdita.

“Ma ho raccolto le mie forze. Ho telefonato al numero sul pezzo di carta e ho detto che la mia casa non era in vendita e che non lo sarebbe mai stata durante la mia vita”.

Erano parole coraggiose, ma – inevitabilmente – il portavoce dei Deobandi, Mufti Pandor, la vede diversamente.

Ha descritto, su Radio 4, come la ‘white flight’ sia avvenuta quando la sua famiglia è arrivata a Savile Town. “Chi avrebbe comprato la casa accanto alla nostra?” ha detto Pandor. “Certamente non sarebbe stato un bianco… così mio zio la comprò. Allora eravamo in due. Allora indovina cosa è successo? Il tizio di fronte ha detto: ‘Fanculo, me ne vado’ – e se n’è andato”.

Non è difficile capire perché, con i sospetti che corrono in profondità su entrambi i lati della divisione culturale, Savile Town sta, nel bene e nel male, cambiando per sempre.

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L’ISLAMIZZAZIONE DI OSLO

Bruce Bawer

Fonte: City Journal

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

A Groruddalen, vasto quartiere della capitale norvegese, i limiti del multiculturalismo sono messi a dura prova da una pesante immigrazione islamica.

Con una popolazione che supera le 600.000 unità, Oslo è divisa in due parti da Akerselva, un modesto ruscello che dalle montagne del nord scende sino al fiordo. La metà occidentale è di livello più elevato, caratterizzata da numerose residenze alla moda nei pressi del centro cittadino, e – più in là – da eleganti vicinati, colmi di belle case spaziose e giardini ampi e ben tenuti. La metà orientale è più sudicia: nella parte centrale si trovano aree che tanto ricordano l’East Village newyorchese, con bar e club stilosi, giovanili e pieni di graffiti, oltre ad un paio di zone ad alta densità musulmana, Tøyen e Grønland; ancora più ad est, invece, abbiamo Groruddalen.

Una grande, piatta, anonima valle (dal significa appunto ‘valle’ in norvegese), Groruddalen ospita più di un quarto della popolazione di Oslo. Immaginate San Fernando Valley, e ci sarete quasi. Per alcuni decenni adesso, nella mente del norvegese medio la valle si è trovata associata all’Islam. Il 28 agosto del 2017, Rita Karlsen di Human Rights Service (HRS) – think-thank con base ad Oslo – ha osservato come siano trascorsi ormai sedici anni dal giorno in cui il politico laburista Thorbjørn Berntsen dichiarò: “Esiste un limite al numero di immigrati che Groruddalen può accettare. Questo limite si appresta ormai ad essere alle porte. So di persone che vogliono andarsene perché la città di Oslo seguita a riempire palazzi e palazzi con rifugiati e richiedenti asilo… Dobbiamo semplicemente ammettere che i conflitti culturali cominciano ad essere evidenti. “ Altri politici respinsero le preoccupazioni di Berntsen. L’allora capo del Partito Laburista di Oslo, Bjørgulv Froyn, insistette – ad esempio – che i problemi di Groruddalen nulla avessero a che fare con l’immigrazione. Il leader dei conservatori di Oslo, Per-Kristian Foss, accusò addirittura Berntsen di “stigmatizzare un intero quartiere ed un’intera popolazione”. Foss, apertamente omosessuale, decise di sorvolare sul fatto che la vita per un omosessuale in certe parti di Groruddalen fosse ormai divenuta problematica.

Gli ammonimenti di Berntsen – risalenti al 2001 – si sono rivelati profetici. Fra il 2008 ed il 2010, più di 6000 norvegesi autoctoni hanno lasciato Groruddalen, mentre un numero quasi doppio di immigrati – perlopiù musulmani – ha preso il loro posto. Nel 2009, un buon 67 per cento dei bambini nati a Stovner, un distretto amministrativo situato all’estremo est della valle, avevano madri non-Occidentali. Nel 2010, gli immigrati componevano più del 40 per cento della popolazione di Groruddalen, tanto da condurre Lars Østby, demografo capo presso l’Istituto Norvegese di Statistica (SSB) – l’agenzia ufficiale nazionale di statistiche – a predire che – entro non molto – la maggioranza della popolazione della valle sarebbe stata formata da immigrati e relativi figli. Østby non vedeva in ciò un problema – ciò nonostante la cupa realtà di determinate aree urbane nella vicina Svezia, quali Rinkeby a Stoccolma e Rosengård a Malmö, divenute ormai enclave islamiche: società parallele dove la sharia ha soverchiato la legge svedese, e imam, gang e capetti locali assortiti hanno largamente spodestato l’autorità del governo svedese, della polizia e dei tribunali.

Nel 2011, il giornale Aftenposten infranse il massiccio silenzio mediatico riguardante le esperienze di vita vissuta dei norvegesi autoctoni residenti a Groruddalen. “E’ stato difficile essere norvegese a Groruddalen”, ammise al giornale Patrick Åserud, un insegnante che nella valle aveva trascorso tutta la sua vita. “Si è trattato di enormi problemi linguistici, oltre ad una costante pressione a doversi adattare ad una normalità totalmente aliena a chi di noi teneva a mantenere uno stile di vita ed una mentalità occidentali.” Åserud rivelò che in alcune scuole della valle “i bambini rischiavano le botte nel caso si fossero portati nel cestino un panino al salame. Le ragazze bionde erano regolarmente tormentate, e per non avere problemi erano costrette a tingersi i capelli. Non si poteva essere gay a scuola, o ebreo, o ateo… Una famiglia indiana di mia conoscenza era obbligata a vivere islamicamente motivo del loro incarnato scuro.” Su diciotto incontri fra insegnanti e genitori recentemente tenuti da Åserud, dieci necessitavano di interpreti. Le condizioni di vita nella valle erano peggiorate nel corso degli ultimi tre anni, spiegò, così tanto da condurlo a decidersi – con gran riluttanza – a togliere le tende: “Non voglio che i miei figli crescano qui.” Il giornalista di Aftenposten suggerì che Åserud fosse “troppo suscettibile”, e “fuori contatto rispetto alla nuova normalità norvegese.” L’insegnante replicò che se questo fosse stato il caso, tanti norvegesi di Groruddalen lo erano altrettanto.

Due anni dopo, nel 2013, un rapporto dell’Istituto Norvegese di Statistica commendevolmente sincero riconobbe che 1000 norvegesi autoctoni lasciavano Groruddalen ogni anno, con un numero equivalente di immigrati extra-europei pronti a rimpiazzarli. Durante quell’anno soltanto, il numero degli scippi a Groruddalen crebbe di quasi 80 punti percentuali. La grande maggioranza dei responsabili tratti in arresto erano adolescenti, con nomi islamici ed origini alloctone; quasi nessuno dei loro genitori si degnò di assistere ai loro processi (un padre in realtà si recò in aula, ma solamente per intimidire le vittime affinché ritrattassero le loro testimonianze). Nonostante ciò, i politici e la polizia seguitava ad ostinarsi a ribadire che a Groruddalen tutto andava bene. Citavano, in proposito, statistiche relative a reati differenti dai piccoli crimini di strada, che sembravano – almeno superficialmente – suffragare le loro tesi. In realtà, molti dei crimini commessi nella valle – se non praticamente tutti – non erano semplicemente mai stati denunciati. Le vittime musulmane di reati commessi da altri musulmani sapevano fin troppo bene di non interpellare le autorità: le famiglie, gli imam, gli altri correligionari avrebbero considerato la denuncia un tradimento, un tradimento da punire adeguatamente. I panni sporchi – ne erano consapevoli – avrebbero dovuto essere lavati esclusivamente all’interno delle comunità. Molte vittime non islamiche – da parte loro – avevano a loro volta paura di parlare con gli agenti di polizia, perché sapevano che le vendette che le avrebbero aspettate da parte dei propri vicini immigrati avrebbero fatto senz’altro impallidire il crimine originariamente subito.

Nel 2015, il sociologo Halvor Fosli pubblicò Fremmed i eget land (“Uno straniero a casa propria”), un libro basato su venti interviste a norvegesi autoctoni residenti a Groruddalen. Fosli scelse deliberatamente individui in qualche modo coinvolti nella vita delle proprie comunità – chi aveva figli a scuola, ad esempio, o chi sedeva nei consigli direttivi delle stesse. Come ci si sentiva, veniva chiesto loro, ad esser diventati minoranza nella terra dei propri padri? Le risposte furono semplicemente disturbanti. Gli studenti non islamici vivevano nella paura costante di finire nel mirino delle gang islamiche, ma non riuscivano a comprendere davvero cosa avrebbero dovuto evitare di dire o fare per non avere grane, perché i compagni musulmani giudicavano la loro condotta basandosi su codici di comportamento completamente estranei alla società norvegese. Per quanto concerneva le ragazze e le donne non islamiche, solamente uscire di casa da sole – recandosi al supermercato, ad esempio – guadagnava loro occhiatacce furiose di barbuti maschi musulmani, convinti che costoro non avrebbero dovuto neppure lasciare la propria abitazione se non accompagnate da un uomo e con il capo coperto. Per gli ebrei, poi, la situazione era ancor più dura. Per gli omosessuali? Lasciamo perdere. In breve, un posto dove un tempo le persone vivevano senza paura, e trattavano le une le altre rispettosamente ed amichevolmente, si era trasformato in un covo di tensioni, paura, odio – non odio anti-islamico, si badi bene, bensì anti-norvegese.

Il libro di Fosli scatenò una prevedibile ondata di condanne sui media mainstream. La sinistra multiculturale definì Fosli un bugiardo. In un articolo di Aftenposten intitolato “No, non sono uno straniero a casa mia”, Inger Sønderland riferì di essersi trasferita nella valle tre anni prima, e di essersi sentita immediatamente benvenuta. “Mi sento a casa qui!”, queste le sue parole. “In questo ambiente dove tutti siamo così diversi, mi sento libera. Posso rilassarmi, essere me stessa… Amo questa commistione di genti.” Anche Øyvind Holen, già collaboratore dei principali quotidiani norvegesi, autore di diversi libri sulla musica hip-hop, oltre che di una sua propria cronaca da Groruddalen di dieci anni precedente, ritenne di dire la sua, affermando su Dagbladet che Fosli e le sue interviste erano “ossessionate dall’Islam”, e che si erano dispiegate in un “attacco ossessivo contro le minoranze pakistane e somale”. Con un’attenzione mediatica benevola, il libro di Fosli avrebbe potuto mettere la politica, la polizia e le autorità migratorie dinanzi alle proprie responsabilità; invece, gli sforzi rabbiosi per screditarlo fecero sì che il suo libro non avesse alcun impatto sulle policy locali o nazionali. La vita andò avanti come se nulla fosse stato: nel 2016, le autorità scolastiche ricevettero le denunce di quasi 2000 casi di violenza contro gli insegnanti di Oslo, ma non ne riferirono alla polizia neppure una; nel mese di gennaio del 2017, un rapporto descrisse il crimine giovanile a Groruddalen come in ascesa vertiginosa.

Nel febbraio del 2017, Forskning.no – un sito Internet che affermava di fornire notizie affidabili sulla scienza e il suo progresso in tutto il mondo – ribadì che stando ad un nuovo rapporto del NOVA – un istituto di ricerca norvegese – fra i giovani di Groruddalen tutto andava alla grande. “Vanno bene a scuola, hanno relazioni positive con i propri genitori, sono soddisfatti della realtà in cui si trovano a vivere, e bevono meno alcool degli altri giovani di Oslo.” Ma quando Nina Hjerpset-Østlie dell’HRS ebbe a leggere il rapporto NOVA, si rese conto che ad esser presi in esame erano stati soprattutto i ragazzi musulmani, per molti dei quali la valle veniva ad essere senza dubbio un vero parco divertimenti. Il rapporto stesso non poteva negare che per le ragazze ed i non islamici risiedere a Groruddalen non fosse così esaltante, e l’insicurezza era causata proprio dal comportamento aggressivo e predatorio di quei giovani musulmani che a Groruddalen vivevano felici e contenti. Un giovane su cinque nella valle – perlopiù ragazzi non islamici – si erano trovati ad essere soggetti a violenza, o minacce di violenza. Le ragazze islamiche, da parte loro, di violenza ne subivano meno, quantomeno fuori dalle loro case – probabilmente, suggerì Hjerpset-Østlie, perché era la loro stessa opportunità di essere esposte ad una tale routine di violenza ad essere minore, dal momento che i loro movimenti nel mondo esterno, in aderenza alle norme della cultura islamica dell’onore, erano strettamente controllati e monitorati dalle famiglie.

L’11 marzo 2017, per la sorpresa di molti spettatori, il notiziario notturno sulla rete televisiva pubblica NRK mandò in onda un onesto spaccato del drammatico dilagare del crimine nella parte est della città di Oslo, concentrandosi principalmente su Groruddalen – dove, come riportato dal giornalista Anders Magnus, circa la metà della popolazione aveva origini extra-europee. Dodicenni spacciavano droga; quindicenni giravano con pistole, coltelli e mazze da baseball addosso; gang di giovani islamici aggredivano adulti in pieno giorno, ed i loro genitori, islamici anch’essi, con poche eccezioni mostravano una completa indifferenza alle attività delinquenziali dei propri figli. In tutto ciò, non distaccandosi neppure in un tale caos da una inveterata usanza norvegese, gli agenti di polizia seguitavano a rimanere disarmati. Magnus intervistò un allenatore di hockey che riferì come alcuni dei suoi giocatori avessero deciso di smettere, nel terrore di essere picchiati sulla strada per il campo di allenamento. Un giovane del luogo spiegò come i musulmani della valle avessero instaurato una vera e propria “società parallela”, nella quale i ragazzi semplicemente non avevano più alcun timore della polizia. Fedele a sé stesso, il giornale Aftenposten condusse un furibondo attacco al servizio di Magnus: Øystein E. Søreide e Mobashar Banaras, due influenti politici di Groruddalen, accusarono la NRK di dar luogo ad un’”impropria stigmatizzazione” degli abitanti della valle, e di fomentare ingiuste divisioni fra “noi” e “loro”.

Quindi, a maggio, per tre notti consecutive, dozzine di adolescenti musulmani misero a ferro e fuoco Vestli, all’estremo est di Groruddalen, tirando pietre, appiccando incendi, ed accoltellando persone. Solamente tre dimostranti furono arrestati, e rapidamente rilasciati. La durezza della vita nella valle diveniva sempre più difficile da negare – per quanto, come osservato da Rita Karlsen del HRS, i media mainstream ed i portavoce della polizia si ostinassero ad insabbiare le notizie ed a negare risolutamente che Groruddalen scivolasse verso una “deriva svedese”, negando e negando ancora persino dopo quello che era accaduto – una vita la cui realtà era scandita ormai da un crimine fuori controllo, e da una completa sudditanza delle autorità ai leader delle comunità musulmane. Fonti interne di polizia rivelarono però che la polizia, lontano da occhi esterni, riconosceva eccome la gravità dei problemi presenti nella valle. In numeri enormi, giovani islamici minacciavano insegnanti, guardie di sicurezza, gestori di esercizi commerciali, poliziotti, pompieri, paramedici, e molti altri ancora; sempre più incendi venivano appiccati, esattamente come già accadeva nelle periferie di Stoccolma e di Parigi.

Negli ultimi anni, gli sforzi della polizia per riportare l’ordine a Groruddalen si sono risolti in un vero fallimento. Un problema è rappresentato dalla difficoltà di ottenere per gli agenti un’abilitazione ufficiale a portare armi da fuoco – un cambiamento di policy vigorosamente osteggiato da politici e giornalisti. Un altro è invece l’incapacità degli alti papaveri della polizia di Oslo di confrontarsi sinceramente con la situazione nella valle – non devono esser stati felici quando un poliziotto di Stovner ammise, nel corso di un’intervista con una rete locale, che gli agenti evitavano per paura di entrare in certe zone di Groruddalen, descrivendo addirittura come “impensabile” un ingresso della polizia in tali aree. Il problema fondamentale rimane però il tradizionale approccio scandinavo al crimine: darsi da fare per rintracciare questa o quella causa primaria, trattare i rei come vittime della società, e considerare la compassione un rimedio per la criminalità. Un simile approccio può funzionare con alcuni ragazzotti norvegesi un po’ ribelli, ma rimane totalmente inutile dinanzi alla condotta dei loro coetanei musulmani, portati dall’humus culturale in cui sono cresciuti a reputare un tale trattamento con i guanti di velluto un segno di debolezza, e cavalcarlo.

Ad agosto un nuovo anno scolastico ha visto il suo inizio. Il 28 di settembre, il quotidiano norvegese VG ha riferito che, dal suono della prima campanella, così tanti episodi di violenza avevano avuto luogo in una scuola superiore di Stovner – uno addirittura con un’ascia ed una spranga di mezzo – da spingere il preside, Terje Wold, a dichiarare di non essere più in grado di garantire la sicurezza di insegnanti e studenti. In risposta, il ministro dell’istruzione Henrik Asheim ha ritenuto di convocare una riunione d’emergenza; a seguito del meeting, una pattuglia di agenti è stata permanentemente dislocata a guardia quotidiana della scuola. VG in quella occasione osservò Stovner non essere un caso isolato: la violenza in altre scuole di Groruddalen si era egualmente intensificata nel corso degli anni più recenti, portando allo sviluppo di quella che in norvegese è definita con il termine ukultur, letteralmente una “a-cultura” – caratterizzata da una mancanza di cultura – una non-cultura violenta, anarchica, selvaggia.

Avanti così, arriviamo ad oggi. Groruddalen continua a riempirsi senza posa di islamici, e gli autoctoni continuano ad andarsene. La fertilità delle famiglie musulmane fa arrossire di vergogna quelle norvegesi. In alcune classi, solamente uno o due bambini parlano norvegese. Rapporti presenti sul sito ufficiale del HRS e su document.no (che parla di temi legati all’Islam con una schiettezza raramente riscontrabile nell’universo mediatico) chiariscono che la violenza nella valle è in crescita e si fa sempre più intensa, con sempre più megarisse fra gang e roghi di auto in stile banlieu parigina. Circolano sempre più voci di norvegesi che si uniscono in ronde per perlustrare e preservare i propri vicinati. Se Groruddalen non è ancora integralmente una no-go zone, sul modello di Rinkeby o Rosengård, poco ci manca. Non manca molto a che si possa parlare della valle come di un dominio islamico in terra secolare; nonostante ciò, politici e giornalisti persistono cocciutamente a dipingerla come un paradiso di integrazione ed arricchimento multiculturale.

Nell’agosto del 2017, Hege Storhaug del HRS prese nota di un manifesto promozionale per una nuova libreria a Stovner. Ritraeva tre ragazze dalla pelle scura, due delle quali indossanti uno hijab, intente a leggere insieme alcuni libri con aria felice. “Questo è il futuro”, commentò Storhaug. Thorbjørn Berntsen riconobbe questo futuro già sedici anni fa; non solo lui, ma gli altri scelsero il silenzio. Anche adesso, mentre Groruddalen sprofonda nell’anarchia ed in una completa islamizzazione, pochi osano aprir bocca, e nel mentre, oltre le colline e le montagne che circondano la valle, la cappa oscura calata su di essa già si estende lentamente al resto della Norvegia.

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RECENSIONE HOSTILES – OSTILI

Giovanni Becciu

Perché, per il cinema americano, la colpa ricade sempre e solo sull’uomo bianco, invariabilmente dipinto come un malvagio colonialista? Molto mi ha fatto riflettere in proposito la visione del film “Hostiles”, di Scott Cooper, nella cui visione mi sono imbattuto casualmente in un’afosa sera di agosto, dopo aver posto a me stesso una domanda sin troppo banale: “perché non concedere una possibilità anche ad un western di nuova generazione?”

Avvertendo in anticipo della presenza di spoiler nel prosieguo di questa recensione, parto con l’ammettere che, per una buona mezz’ora, il film mi è piaciuto. Il dispiegarsi della trama comincia con un assalto ad una famiglia di coloni da parte di una banda di pellirossa, fatto questo che – per la cronaca – accadeva assai di frequente, ma che nel nome del politicamente corretto nessuno avrebbe mai il coraggio di riportare. Nell’assalto muoiono – brutalmente trucidati – il capofamiglia, soggetto addirittura alla feroce pratica del taglio dello scalpo, due bambine di circa dodici anni, ed un neonato. Il regista, in una scena spiazzante per la sua crudezza, ha – a mio avviso – il merito di mostrare senza blandizie tutta la violenza perpetrata dai pellirossa ai danni dei coloni bianchi; come non menzionare, ad esempio, la terribile immagine della madre che si salva scappando e nascondendosi, senza accorgersi della morte – causata da un colpo di pistola – del figlioletto neonato.

La trama salta dunque in New Mexico, altra celeberrima località del selvaggio West, dove un gruppo di soldati sta dando la caccia ad una famiglia di indiani, fuggiti dalla riserva dove si trovavano confinati. Una volta catturati i fuggiaschi – adeguatamente legati ed insultati – vengono questi ultimi trasferiti nelle vesti di prigionieri presso un tipico forte di frontiera (Fort Berringer), ai quali negli anni Settanta ci hanno abituati gli assai più gradevoli film di John Wayne. Ad attendere il capitano dell’esercito Joseph Blocker (interpretato da un fenomenale Christian Bale) l’ordine di condurre un vecchio capo indiano morente e la sua famiglia nella loro terra natia. In una scena assai ben fatta, il succitato capitano – che odia i nativi con tutto sé stesso – rifiuta di eseguire il comando impartitogli, poiché il capo indiano, prima di essere catturato, si era già reso responsabile in passato della morte di numerosi suoi commilitoni. Nonostante l’ostinata pervicacia dell’ufficiale, la composita carovana di pellirossa e “visi pallidi” parte comunque alla volta del Montana, dove è situata appunto la “Valle degli orsi”, terra d’origine della famiglia indiana scortata.

In un ulteriore salto di trama, il convoglio raggiunge casualmente le prossimità della casa incendiata della famiglia di coloni introdotta all’inizio, rinvenendo il corpo trucidato del capofamiglia appena fuori le rovine dell’abitazione. Entrato all’interno, il gruppo trova – ai piedi del letto – anche sua moglie Rosalie Quaid (una magistrale Rosamunde Pike) con ancora in braccio il cadavere del figlioletto neonato, accanto a lei le povere salme delle due bambine. Il capitano comprende immediatamente la situazione, e cerca di mostrarsi accondiscendente con la donna traumatizzata, che invoca silenzio perché, così implora, “i bambini stanno dormendo”. Fatto ritorno al modesto accampamento, alla vista degli indiani la donna scoppia comprensibilmente in una crisi di pianto, ma mentre l’atteggiamento del capitano nei confronti dei nativi si indurisce ulteriormente a motivo delle atrocità di cui è stato testimone, i pellirossa – da parte loro – provano ad essere gentili, e ad instaurare un contatto con la sopravvissuta devastata dal dolore.

Da qui in avanti, assistiamo ad un emergere sempre più marcato del senso di “white guilt” che caratterizza, come menzionavo in apertura, tanta parte della cinematografia statunitense. Incontriamo, infatti, un sergente ex-confederato che domanda perdono agli indiani per quello che hanno subito per mano delle proprie truppe, un gruppo di cacciatori che rapisce e violenta la donna bianca – che nel frattempo, dimentica dei lutti e del rancore, aveva fraternizzato con i pellirossa – e le indiane della comitiva, ed un proprietario terriero che, con il supporto dei propri figli, si oppone alla sepoltura del capo nativo nella sua proprietà.

Una sparatoria deflagra a rappresentare l’apice della trama: muoiono quasi tutti gli indiani – tranne un bambino – e quasi tutti i bianchi, tranne il capitano e Rosalie; muoiono anche il proprietario terriero – ucciso a coltellate dall’ufficiale – e tutti i suoi figli. Segue un finale ipocritamente “strappalacrime”, con il capitano, la donna, ed il piccolo indiano uniti partendo insieme in treno, diretti verso un futuro rifulgente. Come abbiamo visto, dopo “Balla coi lupi” anche questo “Hostiles” si colloca nel consueto filone artistico accusatorio e critico nei confronti del mondo bianco e della sua storia, e non fosse per la prima, meravigliosa, mezz’ora, ben poco in quest’opera troveremmo da salvare.

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LA VERA STORIA DI HAITI

Il massacro dei bianchi sotto il dominio nero.

Bredford Hanson

Fonte: National Vanguard

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Lo stato caraibico di Haiti costituisce un impressionante monito di quanto possa essere devastante la schiavitù. All’alba del 1804, un effetto combinato di tredici anni di sommosse, omicidi e terrorismo avevano distrutto la popolazione bianca di Haiti, insieme con l’intera produzione agricola e l’economia di quella che era stata un tempo la colonia più florida dell’intero emisfero occidentale.

L’isola, originariamente denominata San Domingo, era divenuta il centro delle manovre spagnole sotto Hernando Cortes. Gli spagnoli mantennero una modesta presenza nel settore orientale dell’isola, avamposto oggi noto come Repubblica Dominicana. Il settore occidentale dell’isola, invece, era stato occupato dalle compagnie mercantili francesi nel 1697 e rinominato Saint-Domingue; proprio qui, sul lato est, ebbe luogo la feroce guerra razziale di cui andiamo trattando.

I locali amerindi, soprannominati “canibales” dagli spagnoli a motivo delle loro usanze antropofaghe, erano stati ridotti ad una sostanziale insignificanza dalla forza militare della corona di Spagna, dalla schiavitù, e da numerose malattie aventi origine in Europa, rispetto alle quali il loro organismo non possedeva alcuna difesa immunitaria. Pertanto, i francesi non tardarono ad iniziare ad importare schiavi africani per garantirsi manodopera nella colonia.

Nel 1789, Saint-Domingue era la punta di diamante dell’intero impero coloniale francese. Il suo clima ideale ed il suo suolo naturalmente fertile donava più zucchero, caffè, cotone di tutte le altre colonie nord-americane sommate insieme. La produzione di zucchero di Saint-Domingue non solo soddisfaceva completamente il fabbisogno francese, ma addirittura quello di circa metà continente europeo.

La ricchezza di Saint-Domingue era leggendaria, ed al deflagrare della Rivoluzione Francese, circa 40000 bianchi risiedevano nella colonia. Ciononostante, anche 450000 schiavi neri si trovavano sull’isola, faticando nei campi per garantire la loro prodigiosa resa agricola, ed a questo computo va aggiunta anche la compresenza di circa 27000 mulatti. Questa enorme popolazione non-bianca, perlopiù composta da schiavi, rappresentò la bomba demografica che finì per distruggere la colonia bianca di Saint-Domingue.

La Rivoluzione Francese del 1789 fu la scintilla che incendiò le tensioni razziali che da tempo ribollivano sottotraccia nella colonia. Un decreto dell’Assemblea Nazionale, datato 15 maggio 1791, concesse il diritto di voto sia alla popolazione bianca dell’isola, che a quella mulatta.

I coloni bianchi immediatamente protestarono. Il governatore generale dell’isola Blanchelande – nome appropriatissimo il suo – inviò una missiva a Parigi, avvisando i suoi superiori che l’implementazione di tali nuove norme avrebbe portato ad una “spaventosa guerra civile”, e addirittura alla perdita della colonia.

L’Assemblea Nazionale ritirò pertanto il precedente decreto, e stabilì che sarebbe toccato ai coloni stessi decidere quale forma di governo sarebbe stata più adeguata per la realtà locale, date le peculiari circostanze. Quando la notizia circolò a Saint-Domingue, la tensione crebbe. La popolazione mulatta, in particolare, si infuriò al sapere che solo pochi mesi dopo aver ricevuto il diritto di voto, questo diritto veniva loro revocato.

Un forte gruppo di pressione avverso alla schiavitù, denominato Amis des Noirs (“amici dei neri”), vide la luce in Francia, e divenne sempre più potente nel corso della Rivoluzione. Tale gruppo abolizionista domandava a gran voce l’emancipazione e la totalità dei diritti politici per l’intera popolazione non-bianca di Saint-Domingue, nera e mulatta, e reagì con furioso sdegno al secondo decreto che sottraeva agli individui di razza mista il diritto di eleggere i propri rappresentanti.

Come risultato degli sforzi del gruppo, l’Assemblea Nazionale varò un terzo decreto, volto a restituire ai mulatti ed ai “neri liberi” – i neri sciolti da qualunque legame di schiavitù – la piena cittadinanza politica. Quando la notizia si diffuse a Saint-Domingue, la popolazione nera diede il via ad una violenta rivolta armata, che vide individui bianchi attaccati a vista, piantagioni bruciate e rase al suolo, e l’intera isola sprofondata nel caos. La popolazione mulatta inizialmente parteggiò per i bianchi, ma presto salì sul carro del vincitore, sottomettendosi al nuovo dominio nero.

Al termine della sommossa, l’intero numero dei bianchi ad Haiti – uomini, donne e bambini – era stato trucidato. Dopo aver sterminato i bianchi, la popolazione nera non tardò a riversare la propria ira sui propri alleati mulatti, ed anch’essi furono massacrati senza pietà.

Il caos assoluto regnò fino al 1802, quando un distaccamento di ventimila soldati francesi fu inviato da Napoleone Bonaparte a ripristinare l’ordine sull’isola. Le forze francesi, sotto il comando del cognato di Napoleone, generale Leclerc, schiacciarono poderosamente la ribellione. Gli insorti furono inseguiti in ogni anfratto dove tentarono di rifugiarsi, ed i principali loro leader furono costretti a giurare fedeltà al nuovo governo francese.

Quando la situazione sembrava ormai essersi stabilizzata, si verificarono però due eventi disastrosi. Il primo di essi fu la reintroduzione della schiavitù da parte del governo napoleonico, ed il secondo l’esplosione del contagio epidemico da febbre gialla a Saint-Domingue. La concreta possibilità di un imminente ritorno della schiavitù riattizzò le sommosse nere sull’isola. Nel frattempo, le già assottigliate schiere francesi venivano decimate dalla malattia, capace di uccidere fino a centosessanta soldati al giorno. Entro il mese di agosto del 1802, quattro quinti delle truppe francesi giunte in precedenza quello stesso anno erano già stati annientati dal contagio.

Napoleone si risolse ad inviare ad Haiti forze fresche per rinvigorire la privatissima guarnigione francese. I nuovi soldati – circa diecimila – si trovarono ad essere aggrediti dalla febbre gialla, ed i rivoltosi neri, perlopiù immuni al morbo, ne approfittarono per attaccarli su larga scala. La situazione sull’isola, pertanto, ne risultò una volta ancora deteriorata.

In breve tempo, il conflitto prese una piega ancora più odiosa. Le autorità francesi decisero che l’unico modo per porre fine ad una guerra razziale che perdurava già da dodici anni fosse quello di giustiziare in massa tutti gli abitanti neri di età superiore ai venti anni. La ragione di ciò risiedeva nel fatto che verosimilmente nessun adulto nero, reduce da oltre un decennio di assalti razziali contro i bianchi, si sarebbe docilmente rassegnato a tornare a lavorare nei campi. I francesi ritennero di applicare il medesimo metro di giudizio alle donne nere, dal momento che le femmine di quella razza avevano dato prova di una crudeltà persino più abietta nei confronti dei prigionieri bianchi rispetto ai loro uomini. Con energia spietata, le superstiti truppe francesi eseguirono i nuovi ordini, e numerosi individui di origine africana furono uccisi in una maniera tanto arbitraria, ed entrambi gli schieramenti si trovarono avvinti in una spirale di reciproche atrocità che pareva davvero destinata a non conoscere una fine.

L’eco delle recenti guerre napoleoniche non tardò a giungere fin sull’isola. La Francia si trovò coinvolta in una guerra marittima con l’Inghilterra, ed i possedimenti coloniali di Saint-Domingue finirono sotto attacco. La marina inglese circondò l’isola, tagliò i viveri alla guarnigione francese, e rifornì i rivoltosi neri di armi da fuoco e munizioni.

Il principale capo ribelle nero, Dessalines, lanciò un’elevata quantità di attacchi contro i francesi, sempre più isolati ed asserragliati in alcuni villaggi della costa. Dessalines conquistò in breve villaggio dopo villaggio, e si curò di sterminare metodicamente tutti i bianchi presi prigionieri. Il 10 novembre 1803, gli stremati francesi dichiararono la propria resa alla flotta inglese ancorata alla rada. Dei 50000 soldati francesi inviati sull’isola, soltanto poche migliaia riuscirono a far ritorno alla madrepatria.

Con la partenza dei francesi, il leader nero Dessalines poté istituire, liberamente e senza ostacoli, il proprio regno di terrore, e la sua furia si abbatté su ogni bianco che malauguratamente ancora si trovava sul territorio dello stato. Saint-Domingue fu ufficialmente rinominata Haiti nel mese di dicembre del 1803, e dichiarata indipendente. Il Paese divenne la seconda Nazione indipendente nell’emisfero occidentale (dopo gli Stati Uniti d’America), e la prima guidata da un governo nero in tutti i Caraibi.

Dopo aver eliminato i bianchi, i neri ed i mulatti si scagliarono gli uni contro gli altri in una nuova guerra razziale, e questi ultimi finirono per essere sterminati quasi completamente, con Dessalines che – nell’ottobre del 1804 – dichiarò la vittoria della propria gente e si proclamò “imperatore a vita” di Haiti.

Quello stesso anno, Dessalines domandò ai bianchi che avevano lasciato Haiti di farvi ritorno, affinché contribuissero al rilancio dell’economia. Un numero sorprendentemente alto di ex-coloni accettò l’offerta, ma quando costoro si resero presto conto di aver commesso un gravissimo errore, era ormai troppo tardi.

Nel 1805, infatti, la popolazione nera si sollevò nuovamente contro gli insediamenti bianchi. Dessalines non si mostrò in grado di controllare le folle, nonostante le promesse di aiuto fatte ai bianchi che aveva fatto tornare, e gli europei si trovarono ancora una volta oggetto di una spietata caccia all’uomo. In data 18 marzo 1805, l’ultimo bianco di Haiti fu infine ucciso.

Saint-Domingue, che sotto il dominio francese era una delle terre più ricche di tutti i Caraibi, è oggi un ammasso di macerie da terzo mondo, pervaso da povertà, anarchia e caos. Questo stato dell’arte appare ancora più significativo se si considera che lo stato indipendente di Haiti è di soli trentacinque anni più giovane degli Stati Uniti d’America.

Ciò emerge dunque come un colpo fatale per la teoria “ambientale” dello sviluppo – se il tempo ed il contesto fossero gli unici fattori in grado di influenzare un processo di civilizzazione, Haiti dovrebbe, in quanto a progresso, trovarsi teoricamente a rivaleggiare con gli Stati Uniti.

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STORIA E DECLINO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA

Riccardo Tennenini e Nicola Sgueo

Recensione del libro in due volumi “Il tramonto dell’Europa” e “Il tramonto degli Stati Uniti d’America”.

Le proteste dei Black Lives Matter scaturite dalla morte di George Floyd hanno assunto una portata globale, mostrando al mondo l’utopia del modello multiculturale proiettato verso l’abisso tra tensioni etniche, e meccanismi di mercato. A questo punto c’è da farsi una domanda che cosa accade al “mondo bianco”? Afflitto dal declino demografico e sottoposto e immigrazione di massa dal Terzo Mondo, l’Occidente si avvia al tramonto della propria civiltà. Tra “white guilt”, inginocchiamenti di massa con il pugno alzato, blackwashing della storia europea, cancel culture, il “mondo bianco” diventa sempre più una civiltà fantasma. Questo saggio affronta il suo declino alla radice, riportando ciò che i mass-media mainstream non dicono: un viaggio nell’Europa che verrà, dove alla disgregazione delle identità si accompagna la terzomondizzazione del Continente.

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GLI STATI UNITI SARANNO “UNA MINORANZA BIANCA” GIA’ NEL 2045

William H. Frey

La giovinezza delle minoranze sarà il motore della futura crescita.

Fonte: Brookings

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Nuovi censimenti ribadiscono l’importanza delle minoranze razziali come primario motore demografico della futura crescita della Nazione, dinanzi al prossimo declino di una popolazione bianca sempre più vecchia, e dalla crescita sempre più lenta. Le più recenti statistiche, infatti, prospettano che gli Stati Uniti vedranno una “minoranza bianca” già dal 2045. Nel corso di quell’anno, i bianchi comporranno il 49,7% della popolazione, in contrasto con il 24,6% di ispanici, il 13,1% di neri, il 7,9% di asiatici, ed il 3,8 di individui di razza mista.

Tale spostamento di equilibri è il risultato di due differenti tendenze. In primis, fra il 2018 ed il 2060 le combinate minoranze razziali continueranno ad aumentare, crescendo di 74 punti percentuali. In secondo luogo, durante questo lasso di tempo, la sempre più vecchia popolazione bianca vedrà per il 2024 un modesto aumento immediato, seguito da un declino a lungo termine sino almeno al 2060, conseguenza di un tasso di mortalità inferiore a quello di natalità.

Fra le diverse minoranze, la maggiore crescita andrà a registrarsi fra individui di razza mista, asiatici ed ispanici, con tassi di crescita fra il 2018 ed il 2060 ammontanti rispettivamente al 176%, 93% ed 86%. L’origine di tale crescita demografica varia rispetto ai differenti gruppi. Per esempio, l’immigrazione contribuisce ad un terzo dell’incremento ispanico, con i rimanenti due terzi attribuibili all’aumento naturale (le nascite che superano le morti). Nel caso degli asiatici, l’immigrazione è legata a tre quarti della prevista crescita numerica.

Queste nuove previsioni differiscono da quelle precedentemente rilasciate nel 2014. Queste ultime collocavano l’avvento della minoranza bianca nel 2044, a causa di un’immigrazione presuntivamente più estesa ed in una più elevata crescita supposta per diversi gruppi razziali. Anche l’incremento nazionale stesso si attestava su livelli superiori nelle previsioni del 2014; si riteneva infatti che gli Stati Uniti avrebbero raggiunto una popolazione di 400 milioni nell’anno 2051, rispetto alle nuove previsioni che spostano tale traguardo avanti di sette anni, fino al 2058.

Dal momento che le minoranze nel loro insieme sono più giovani della popolazione bianca, il punto di svolta arriverà prima per i gruppi di età più giovane. Come mostrato nel terzo grafico, le nuove previsioni indicano che, per i giovani minori di 18 anni di età – la cosiddetta popolazione “post-millennial” – le minoranze supereranno quantitativamente i bianchi già nel 2020. Nella fascia di età compresa fra i 18 ed i 29 anni – i componenti più giovani dell’elettorato e della forza lavoro – la svolta si verificherà nel 2027.

Il verificarsi di questi punti di svolta è previsto soltanto per una fase successiva nel caso delle fasce di età più anziane, con ciò significando che i sessantenni e gli ultra-sessantenni rimarranno a maggioranza bianca anche dopo il 2060. La motivazione di questa differente evoluzione del fenomeno è riconducibile nel breve periodo al persistere dell’influenza del largamente bianco baby boom. Infatti, negli anni che decorrono fra il 2018 ed il 2060, l’unico gruppo di età della popolazione bianca a non subire riduzioni quantitative è proprio quello dei sessantenni e degli ultra-sessantenni, un gruppo che – nel suo complesso – seguita a crescere più rapidamente di ogni altro.

In tutta evidenza, è l’incremento delle giovani e fresche minoranze – attribuibile ad una combinazione di fattori, dall’immigrazione passata e presente al più elevato tasso di natalità fra i più giovani – ad impedire al Paese di invecchiare ancora più velocemente.

Il grafico 4 mostra chiaramente quanto le minoranze diverranno parte preponderante della gioventù americana attraverso il 2060. Allora, i censimenti prospettano che i bianchi costituiranno solamente il 36 % della popolazione di età inferiore ai 18 anni, con gli ispanici attestantisi intorno al 32%. Tali dati contrastano drasticamente con il contributo delle minoranze alla popolazione più anziana, che quantomeno per la sua metà continuerà saldamente a rimanere bianca.

Dal momento che le minoranze razziali costituiranno lo stimolo principale alla crescita della popolazione giovane nel Paese nel corso dei prossimi 42 anni, esse contribuiranno anche a decelerare drasticamente l’invecchiamento della Nazione. Già sin dal 2018, si conteranno fra i bianchi più vecchi che bambini e più decessi che nascite, stando alle attuali stime. Le dinamiche nell’ambito delle combinate minoranze, invece, si manterranno assai differenti fra il 2018 ed il 2060.

Le minoranze costituiranno – nel futuro che ci è dato di intravedere – la scaturigine di tutta la crescita della fetta più giovane della Nazione e della sua forza lavoro, come anche di gran parte di quella dell’elettorato, e di buona parte di quella del bacino dei consumatori e dei contribuenti. Pertanto, la sempre più rapidamente crescente popolazione anziana – largamente bianca – sarà sempre più dipendente dai contributi delle minoranze, sia dal punto di vista economico che assistenziale. Ciò suggerisce più che mai la necessità di persistenti investimenti nella giovane popolazione multirazziale del Paese, laddove il continuo invecchiamento della popolazione stessa appare, in caso contrario, un fenomeno non altrimenti contrastabile.

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SEMINARISTI BRITANNICI AFFERMANO DI VERGOGNARSI E SENTIRE IL “PESO” DELLA COLPA PER ESSERE BIANCHI.

Jack Montgomery

SESSIONI DI AUTOCRITICA: PARTECIPANTI AD UN SEMINARIO ORGANIZZATO DAL SISTEMA SANITARIO BRITANNICO ACCUSANO CON “VERGOGNA” E “SENSO DI COLPA” IL “ PESO” DEL PROPRIO ESSERE BIANCHI.

Fonte: Breitbart

Traduzione di: Attilio Sodi Russotto

Un video recentemente emerso relativo ad un seminario organizzato dal Servizio Sanitario Nazionale britannico sul “problema” di “essere bianchi” mostra una discussione al termine della prolusione evolversi in qualcosa di assai simile a una sessione di autocritica di stampo maoista, con tanto di testimonianze dei partecipanti bianchi riguardanti la propria “white-guilt” e gli sforzi compiuti per liberarsi dal “peso” di essere bianchi.

Il Tavistock and Portman National Health Service Foundation Trust, meglio noto per essere, nell’ambito del sistema sanitario statale britannico, uno degli enti principali nel settore delle pratiche di cambiamento di sesso in pazienti minorenni, ha inaugurato in Novembre il seminario virtuale “Whiteness – a problem for our time”, ripetendo tale seminario il successivo 14 Gennaio, dopo che la prima data aveva visto prendervi parte il notevole numero di 700 iscritti.

La fondazione ha postato lunedì, sul proprio canale YouTube, un video integrale del seminario di Gennaio, inclusa una discussione successiva alla prolusione principale nella quale i partecipanti bianchi, la maggior parte dei quali apparivano essere a vario titolo afferenti al campo della psicoterapia, venivano esortati dall’oratrice Helen Morgan a confrontarsi con il proprio “privilegio interiorizzato”, ottenendone in risposta vere e proprie auto-accuse.

Nel video è possibile osservare un oratore venire elogiato per aver rivelato di aver provato “paura” nel dover lavorare con due individui di origine afro-caraibica, ciò nonostante le obiezioni a lui successivamente rivolte da una donna nera per aver utilizzato il termine “afro-caraibici” invece di un probabilmente più corretto “caraibici di origine africana”.

Un altro oratore, invece, confessa di aver provato a ridurre la supposta sperequazione di potere fra lui stesso ed i colleghi di colore chiedendo loro, ad esempio: “Io sono un uomo bianco, e tu una donna nera: è tutto OK per te? Pensi che saremo in grado di collaborare?”

Noi bianchi, in quanto bianchi… dobbiamo lavorare su noi stessi”, afferma un altro partecipante, rammaricandosi che un numero maggiore di bianchi ancora non si risolvano a farsi avanti per sottolineare quanto sia importante che i bianchi stessi “condividano le proprie esperienze ed il proprio razzismo”.

Mi vergogno così tanto, mi sento così colpevole di essere una sudafricana bianca”, ammette una donna particolarmente provata a livello emotivo, rivelando di aver deciso di lavorare per l’African National Congress (ANC) nella propria madrepatria considerandolo una via per “liberarsi dell’opprimente peso della propria bianchezza”, e di essersi “rifiutata di socializzare” con altri sudafricani dopo essersi trasferita nel Regno Unito.

Nel prosieguo del video, vediamo la medesima partecipante rassicurare gli altri iscritti di stare adesso lavorando per “riconoscere” le conseguenze del proprio essere bianca, rivelando comunque non aver senso “sentirsi in colpa per essere bianchi se non si fa poi niente per agire in concreto su ciò che questo comporta”.

Andrew Cooper, responsabile del seminario e membro della fondazione Tavistock, nel corso del suo intervento è chiarissimo nell’individuare nel movimento Black Lives Matter le ragioni ispiratrici del seminario stesso, palesemente su base razziale, e l’oratrice Helen Morgan si mostra altrettanto adamantina nel definire quali siano i destinatari dell’iniziativa e cosa si aspetti da essi, spiegando che “persino noi che ci auto-definiamo bianchi progressisti” ancora seguitiamo ad essere razzisti, “seppur in modo gentile”.

Come prova esemplare del persistente privilegio razziale dei bianchi, vediamo Morgan evidenziare come siano ben più numerose le donne nere che muoiono durante dando alla luce i propri figli rispetto alle partorienti bianche, anche se, denota la stessa Morgan, “la razza è un concetto costruito a tavolino assolutamente privo di fondamenti biologici.”

Con parole nette, Helen Morgan chiarisce però che la “whiteness” è comunque ancora qualcosa di sin troppo reale, anche se la cosiddetta “colour-blindness”, l’approccio che vorrebbe postulare una totale indifferenza relativamente alla questione razziale, non solo si mostra come una soluzione inadeguata, bensì un attivamente nocivo meccanismo difensivo di quello stesso privilegio bianco che a parole si suppone di combattere.

Nel corso del video, ad esempio, ci è possibile ascoltare una donna, presentatasi come un membro del consiglio direttivo dell’organizzazione di psicoterapia a cui appartiene, concordare come la “colour-blindness” di alcune pratiche di formazione sia qualcosa di “decisamente spaventoso, addirittura quasi letale”, poiché costringe le minoranze etniche a sentirsi “maltrattate” e “traumatizzate”, non riconoscendo fenomeni quali le “micro-aggressioni”, da esse regolarmente subite.

Il Tavistock and Portman National Health Service Foundation Trust ha organizzato entrambi i seminari con il patrocinio della British Psychotherapy Foundation, del British Psychoanalytic Council, e della Società di Psicoterapia di Tavistock.

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