DALLA PANDEMIA ALLO STATO BIOPOLITICO

Flavia Corso

Gli elementi di uno stato totalitario

A partire dal 2020, si sta progressivamente delineando uno scenario globale inedito. La pandemia ha infatti reso possibile ciò che, fino a pochi anni fa, si riteneva impensabile: la libertà condizionata al possesso di un “pass”, pena l’esclusione dalla società civile.

Gli elementi che hanno contribuito ad alimentare queste misure liberticide sono vari e complessi, ma esaminerò quelli che, a mio avviso, sono stati i più incisivi sul piano antropologico e su quello etico-politico.

1) La strumentalizzazione della paura.

il ruolo della paura in politica è noto e documentato. Se da un lato, la paura può avere un ruolo conoscitivo quando è ponderata e sottoposta al vaglio della ragione, il panico generalizzato non può che creare i presupposti per l’arrendevolezza e la sottomissione collettiva a chi garantisce la salvezza, a prescindere dalla forma in cui questa viene presentata.

Si tratta di una strategia manipolativa che fa leva su quella tipologia di paura che non viene filtrata dai processi cognitivi, alla quale spesso si accompagna anche un profondo senso di colpa. La colpevolizzazione è infatti un’altra arma che viene spesso utilizzata per esercitare il controllo capillare su una popolazione.

2) La ridiscussione arbitraria del criterio di normalità, nonché la patologizzazione della società stessa.

Nei paesi occidentali, vi è una tendenza sempre più diffusa e ossessiva di “creare” nuove malattie, attraverso la patologizzazione di ciò che di per sé non sarebbe da considerarsi patologico. Questo continuo slittamento della soglia della normalità fa sì che la condizione di salute diventi man mano una sorta di chimera, uno stato biologico utopico e irraggiungibile a cui tuttavia si deve sempre e comunque tendere, senza indugi o dubbi.

Ma riflettiamo. Prima ancora di definire patologica una condizione, andrebbe meglio specificato cosa si debba intendere per patologia. Con tale termine a cosa ci riferiamo esattamente? Quando diciamo che una persona è malata cosa vogliamo dire esattamente? Ci riferiamo ad uno stato organico che devia dalla norma biologica o ad una condizione soggettiva di sofferenza che compromette il funzionamento della persona?

Già Canguilhem, filosofo maestro di Foucault, aveva sollevato dubbi in merito alla possibilità di definire in maniera precisa la linea di separazione tra il normale e il patologico, sottolineando come il concetto di patologia non potesse essere riducibile alla mera deviazione da una norma biologica o media statistica.

Secondo il filosofo francese, infatti, la patologia subentra nel momento in cui il soggetto mostra uno stato disfunzionale che lo rende incapace di adattarsi all’ambiente in cui vive, e qualsiasi tentativo di definire la malattia come modificazione quantitativa dello stato considerato “normale” non può avere validità epistemologica.

Tuttavia, oggi la nostra società opera secondo quella che Foucault (che aveva appreso la lezione del suo maestro) chiamava normalizzazione, quel processo tramite cui lo Stato si impadronisce di una supposta norma biologica e dei suoi correlati epistemici, con l’ovvia conseguenza di legittimare il controllo e la disposizione dei corpi dei cittadini. Il potere entra nel corpo dell’individuo, ne supera la barriera naturale costituita dall’epidermide, ciò che di fatto è il confine tra noi e ciò che è altro da noi.

3) La fusione di pubblico e privato.

Quando il potere statale non si limita a regolare la sfera pubblica dei cittadini, ma pretende di invadere la sfera privata, si parla di Stato totalitario o totale. Il termine “totalitario” evoca proprio l’idea dell’onnipresenza del regime che si insinua in tutte le pieghe dell’esistenza, contribuendo in questo modo ad eliminare non solo il dissenso, ma anche l’idea stessa che ci possano essere alternative alla realtà così come viene imposta.

4) Il paternalismo.

L’approccio paternalistico che contraddistingue lo Stato totalitario, inoltre, stimola subdolamente nei sudditi la convinzione che ogni decisione presa al vertice della piramide sia presa solo ed esclusivamente per il bene del popolo, in modo tale che ogni danno inflitto all’individuo venga giustificato in virtù dell’interesse collettivo. Da qui, l’idea che la sicurezza (del gruppo) debba essere prioritaria rispetto alla libertà individuale.

Si può sacrificare la libertà in nome della sicurezza?

Nel corso dell’evoluzione, gli esseri umani hanno adottato la cooperazione come strategia adattiva funzionale alla sopravvivenza della specie. In un ambiente ostile, in cui le risorse per sopravvivere erano limitate e la vulnerabilità ai predatori elevata, l’appartenenza ad un gruppo permetteva di fronteggiare le avversità con più facilità. Forse è proprio per questa ragione ancestrale che la strategia del terrore è sempre stata utilizzata al fine di incanalare i comportamenti umani verso una direzione precisa, “utile” alla collettività.

D’altro canto, però, la cooperazione non avrebbe potuto funzionare a lungo se non si fosse basata sul riconoscimento dell’altro come fine in sé da tutelare, e non come strumento da utilizzare a proprio piacimento per raggiungere un determinato obiettivo. Il ruolo dell’empatia nella cooperazione umana e nella nascita della società civile era stato intuito persino da Locke, quando affermava di poter scorgere nell’uomo pre-sociale la tendenza innata alla socievolezza e alla reciprocità.

All’opposto di Hobbes, che credeva che l’uomo fosse lupo per ogni altro uomo, Locke riponeva fiducia nell’umanità e, nel farlo, attribuiva alla tutela della libertà individuale un valore assoluto, poiché non solo questa non era considerata un ostacolo alla salvaguardia dell’interesse collettivo ma ne costituiva invece il presupposto e il ruolo fondante.

Le ricerche neuroscientifiche, con la recente scoperta dei neuroni specchio, sembrano confermare l’intuizione di Locke, piuttosto che quella di Hobbes. Il riconoscimento della propria e altrui libertà basato sulla connessione empatica sembra connaturato nell’essere umano e, in quanto tale, risulta difficilmente scardinabile da qualsivoglia logica securitaria.

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BREVE RIFLESSIONE FILOSOFICA SULLA PANDEMIA

Riccardo Tennenini

Breve riflessione sull’attuale situazione pandemica

È un fatto che i rapporti tra i processi dell’automatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche, l’uomo infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore.

E.Jünger, Trattato del ribelle.

Sin dallo scoppio della pandemia, i governi occidentali si sono approcciati a questo nuovo scenario in maniera positivista. Tale scelta è deducibile con facilità dall’agliofobia che – nei fatti – sembra caratterizzare attualmente il nostro mondo. Il dolore fa così paura che – come osserva il filosofo Byung Chul-han – è stato letteralmente bandito dalla nostra vita, relegato ad argomento tabù nel costante inseguimento di un ottimismo perenne. La pandemia, però, ha obbligato l’Occidente agliofobico a guardare in faccia il dolore sbattendoglielo dinanzi agli occhi, quello stesso dolore che invano si era provato a esorcizzare; ecco dunque che, scorgendo a forza la realtà oltre la rosea maschera dell’ottimismo, le capacità di reazione crollano miseramente, poiché il dolore è fondamentale alla vita tanto quanto il piacere, soprattutto per riuscire a rialzarsi ancora, nonostante tutto, e tenersi in piedi.

Con il solo ottimismo come unica arma a disposizione per cercare di superare ogni eventuale sofferenza, l’uomo occidentale rimane paralizzato in ginocchio dall’angoscia e dall’incredulità che il suo “migliore dei mondi possibili” – fatto di belle parole ed arcobaleni – stia cadendo a pezzi come un castello di carte, vacillando con esso anche il sistema liberal-democratico che lo guida – fondato sulla libertà individuale e sul potere decisionale del demos – con l’apparentemente ossimorico risultato di consegnare tutto il potere nelle mani di burocrati, CEO di multinazionali biotecnologiche e filantropi internazionali, privi di scrupoli nel violare gli stessi principi cardine della liberal-democrazia verso l’instaurazione di un panopticon globale.

In un simile contesto, i mass-media centralizzano intorno agli autocrati tutto il cosiddetto “quinto potere”, schiacciando ogni pensiero critico, bollandolo come “fake news” e “teoria del complotto”, e di conseguenza bannandolo dai canali di informazione. Si crea dunque un pensiero unico totalizzante, contraddistinto dall’indubbia volontà punitiva nei confronti di tutti coloro che si rifiutano di accettarlo come verità ultima, con i suddetti autocrati presentati al pubblico come grandi “superstar”, mosse esclusivamente dal bene e dall’interesse comune, mascherando abilmente la tirannide biotecnica come unica forma salvifica per l’umanità, e le coercizioni ad essa correlate quali manifestazioni di alto civismo.

In questo modo, la libertà individuale e la risoluzione del demos non vale più nulla innanzi al potere dei dati statistici. Da qui, la nuova biopolitica pandemica, capace di avvalersi della tecnoscienza per ottenere un controllo totale non solo sull’internauta e sui suoi processi mentali e decisionali, ma anche sul corpo del cittadino, e più precisamente sulla sorgente stessa della sua vita, ovvero il DNA. Si capirà come dunque il passo è breve fra l’essere schiavi di un codice a barre al codice QR stampato ovunque, persino sulla pelle, mentre la prassi del lockdown trasforma le società occidentali in veri e propri “Stati di clausura”.

Quanto apparirebbe più logico e coerente da fare in una situazione simile, oltre a dispiegare quello che Thoreau definiva “disobbedienza civile”, sarebbe impiegare in maniera etica e costruttiva lo scorrere del tempo delle restrizioni, migliorando noi stessi attraverso lettura, meditazione, attività fisica, natura e buon cibo, e dando più valore ed importanza alla vita ed a tutte quelle piccole cose che fino a prima della pandemia davamo per scontate. In realtà, purtroppo, è avvenuto l’esatto contrario. Per alcuni si è trattato infatti di un modo come un altro per fare soldi, per altri un ulteriore motivo, approfittando della situazione, per stare sotto i riflettori.

Tra digitalizzazione di massa, datizzazione globale, iper-sorveglianza orwelliana, misure biopolitiche foucaultiane, nuove discriminazioni fra “pro-vax” e “no-vax”, e-commerce come modello rampante di mercato, e rider come lavoro tipo del XXI secolo, la mascherina diviene in un simile contesto il feticcio per eccellenza, nel quale ognuno di noi – paradossalmente – può tendere a mostrare la propria personalità nascondendola dietro una maschera. Ciò evidenzia un materialismo ed un individualismo estremi, che contribuiscono ad attribuire maggiore importanza all’uscire di casa con una mascherina abbinata al vestito, che non a coltivare autentici rapporti umani. Il risultato finale è inevitabilmente un diverso tipo di società distopica ed innaturale, quale quella descritta dal film “Equals”. Perché innaturale? Se aveva ragione Aristotele, l’uomo per sua stessa natura è un “animale sociale”, bisognoso di stare con gli altri, di socializzare, di creare una fitta rete di rapporti profondi e duraturi, quali la famiglia. Il futuro distopico che si accinge ad essere creato si pone in contrasto diretto con il monito aristotelico, fra rapporti interpersonali promossi solo attraverso l’intermediazione di uno schermo, una diffidenza sempre più marcata fra gli individui, ormai proni a sospettare del prossimo come “infetto”, restrizioni sempre maggiori della mobilità e della libertà dei singoli, il metro di distanza come simbolo della distruzione del “noi” e della promozione sempre più coercitiva dell’”io” – centro e misura dell’uomo obbligato a bastare a sé stesso.

L’annichilimento del contatto umano che ne scaturirà – a partire dalla morte del dialogo – ci traghetterà alla fine di tutto verso un nuovo tipo di depressione esistenziale. Se ciò realmente si verificherà, se non si sarà riusciti a superare una volta per tutte l’agliofobia, instaurando con il dolore – cuore del problema pandemico – un rinnovato rapporto costruttivo, la “nuova umanità mascherata” nella quale ci troveremo immersi avrà smarrito veramente, e per sempre, la propria ragion d’essere.

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