LA PERENNE ATTUALITÀ DELLA GABBIA D’ACCIAIO DI MAX WEBER

Riccardo Tennenini

Il pensiero del grande sociologo tedesco Max Weber esercita ancora oggi un’influenza profonda sulla comprensione della società contemporanea. Egli nel suo vasto panorama letterario si occupò di molte questioni importanti come: la società moderna, l’economia capitalista e la religione, in particolare quella protestante. Ma è di particolare interesse per noi il processo di “razionalizzazione”. Che possiamo considerarlo come quel processo di secolarizzazione che portò le società occidentali moderne ad abbandonare spiegazioni mistico-religiose e metafisiche per approcciarsi ad altre di carattere meramente tecnico e scientifico. Questo processo lo definì come disincanto del mondo (Entzauberung der Welt).

«La crescente intellettualizzazione e razionalizzazione non significa dunque una crescente conoscenza generale delle condizioni di vita alle quali si sottostà. Essa significa qualcosa di diverso: la coscienza o la fede che, se soltanto si volesse, si potrebbe in ogni momento venirne a conoscenza, cioè che non sono in gioco, in linea di principio, delle forze misteriose e imprevedibili, ma che si può invece – in linea di principio – dominare tutte le cose mediante un calcolo razionale. Ma ciò significa il disincantamento del mondo. Non occorre più ricorrere a mezzi magici per dominare gli spiriti o per ingraziarseli, come fa il selvaggio per il quale esistono potenze del genere. A ciò sopperiscono i mezzi tecnici e il calcolo razionale. Soprattutto questo è il significato dell’intellettualizzazione in quanto tale.»  (Max Weber, Wissenschaft als Beruf).

Questo disincantamento porta il mondo ha perdere tutta la sua magia e mistero per diventare nient’altro che un gigantesco bestand-oggetto tra le mani del soggetto-uomo. Il disincanto è, come abbiamo detto, tutt’uno con la “razionalizzazione”. Dietro questo intricato progetto della ragione, Weber ci costruisce una delle metafore più importanti non solo del suo pensiero ma dell’intera sociologia. Questa metafora è la cosiddetta “gabbia d’acciaio”, riferita alle coercizioni provenienti da due aspetti della società moderna ovvero l’economia capitalistica e la burocrazia, le quali, insieme con il settore pubblico, ci obbligano in maniera coercitiva ad osservare regole, norme e convenzioni che rendono la società come ad esempio la nostra sempre più “repressiva” nel tempo rispetto a quelle pre-moderne che ancora vivevano l’incanto del mondo. 

La modernità tanto amata e abbracciata da tutti ha finito per intrappolarci all’interno di una “gabbia d’acciaio” come animali dello zoo ammaestrati. La “razionalizzazione” dell’organizzazione delle società occidentali impone l’efficienza selettiva, la produttività tecnica e la riduzione scientifica dei margini di errore. Diventando così il marchio distintivo del processo storico che investe e modifica gli ordinamenti sociali, espungendo i fenomeni irrazionali. 

Weber afferma: “Invece del vecchio coordinatore che è mosso da simpatia, favore, grazia e gratitudine, la cultura moderna ha bisogno per mantenere le sue sovrastrutture, del sostegno dell’emotivamente distaccato e rigoroso esperto professionale. L’aspetto negativo della “razionalizzazione” è proprio la spersonalizzazione degli individui per le esigenze della società”.

La metafora della gabbia d’acciaio oggi è quanto meno attuale per spiegare la situazione italiana tra l’organizzazione iper-burocratica dello Stato e razionalizzazione di ogni singolo cittadino attraverso numerosi dispositivi tecnici. Sono certo che depressione e sintomi maniacali saranno le caratteristiche che idealmente rappresenteranno la nostra epoca, in cui siamo attanagliati nelle maglie dure del “mito del progresso” e della tecnica che attentano quotidianamente alle nostre identità individuali e collettive. 

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IL FALSO MITO DEL MELTING-POT

Plinius e Adalheidis

L’uomo moderno anatomicamente è il Cro-Magnon, che circa 35.000 anni fa, dopo la sua calata in Europa, avrebbe rapidamente soppiantato il Neanderthal, la cui scomparsa rimane ancora uno dei grandi misteri dell’antropologia. Alcune teorie propendono per un genocidio da parte dei Cro-Magnon(sapiens moderni), altre per un mescolamento delle due specie, la più probabile è che i Neanderthal non fossero capaci di competere con i Cro-Magnon per le risorse per la sopravvivenza e fossero andati estinguendosi. Qualche mescolamento è probabile, ma non su larga scala.

Arriviamo velocemente al Neolitico, tra 7500 a.C. e 3000 a.C. in Europa. Qui tratteremo più dell’Italia neolitica. Sappiamo che soprattutto nel Sud della penisola, in maggioranza arrivarono agricoltori provenienti dalla penisola anatolica, i quali, SPECIFICHIAMO, Anatolia NON significa “Turchia” e soprattutto NON significa “levantinismo-arabismo”. Erano popolazioni autoctone CAUCASICHE(EUROPIDI)stanziate lì da millenni. Invece, il Nord della penisola si riempì più di popolazioni alpine(il fenotipo alpino è uno dei più antichi d’Europa).

In ogni caso, queste popolazioni neolitiche furono soppiantate, con la guerra o la sottomissione forzata, dall’arrivo degli Indoeuropei. Chi erano gli Indoeuropei? Secondo la teoria kurganica di Maria Gimbùtas, gli Indoeuropei erano una popolazione caucasica(europide) sviluppatasi nelle steppe dell’odierna Russia meridionale ed ucraina.

Tutti gli europei moderni, oggigiorno, discendono anche dagli Indoeuropei che, in un periodo compreso tra il 3500 a.C. e il 1000 a.C. colonizzarono l’Europa ed anche l’altopiano Iranico(oltre all’India settentrionale) a più ondate: coloro che presero la via del Nord Europa oggi li definiamo “Germanici”, indo-iranici coloro che presero la via dell’odierno Iran, chi invece andò verso ovest furono coloro che definiamo “Italo-celti”: i ceppi poi si sarebbero separati, i Celti avrebbero colonizzato l’area della Gallia, gli Italici, appunto l’Italia, a più ondate: la prima sarebbe stata quella degli osco-umbri detti propri, composti da popoli quali i Sabini, i Marsi, gli Umbri, gli Osci e altre tribù di lingua osca, stabilitisi al centro appenninico e al Sud fino alla Calabria. Successivamente sarebbero saliti alla ribalta i latino-falisci, commisti alle popolazioni neolitiche dell’area dell’odierno Lazio. Per lungo tempo queste due stirpi avrebbero convissuto e si sarebbero influenzate a vicenda nell’Italia pre-romana, finché una città, appunto Roma, nel corso del I millennio a.C. avrebbe lentamente iniziato a predominare e ad imporre, alla fine del millennio, attraverso guerre e diplomazia, la romanizzazione culturale a tutti i popoli italici. I Veneti erano i “fratelli” e fedeli alleati dei Romani, che parlavano una lingua molto simile a quella latina, appartenente al ceppo latino-falisco.

Impossibili da non menzionare sono gli Etruschi, stanziati nell’odierna Toscana ove fiorì anche la civiltà villanoviana, e probabilmente gli stessi Etruschi sono una naturale continuazione di essa, al di là delle continue, ed a volte anche strampalate teorie “esotiche” che vengono per essi preposte, quali anatolici, medio-orientali o addirittura turchi, e tra il serio e il faceto(amerindi). Molto probabilmente gli Etruschi, organizzati in città-stato e mai in una singola nazione, sono il frutto dell’unione di villanoviani, piccoli gruppi di italici (che si riscontrano anche a livello linguistico e genetico: la Toscana è una delle regioni italiane con più alta concentrazione di DNA italo-celtico) e influenze greche, queste perlopiù provenienti dalle coste meridionali della penisola ove già coloni greci avevano fondato importanti città (tra cui, menzioniamo, la famosissima “fase orientalizzante”). Quando si parla di Etruschi, poi, non si possono non menzionare i Reti e i Camuni dell’arco alpino e prealpino, popolazioni appartenenti allo stesso ceppo autoctono alpino-tirrenico e affini agli Etruschi per lingua e cultura.

Sempre nel Nord, oltre ai già citati Galli di stirpe indoeuropea italo-celtica e di lingua celtica (il cui sostrato si ritrova ancora oggi nelle lingue gallo-italiche), troviamo anche gli autoctoni Liguri, che secondo alcuni sarebbero una popolazione atlanto-mediterranea parlante una forma arcaica di osco-umbro, che in seguito avrebbero assimilato la cultura celtica.

L’Italia sotto il dominio romano era essenzialmente popolata da italici romanizzati nella cultura, avendola lentamente perduta anche per la stessa cittadinanza romana che avevano richiesto all’inizio del I secolo a.C., anche se iscrizioni in lingua osca sono state ritrovate a Pompei risalenti al I secolo d.C.; il quadro genetico delle popolazioni da cui discendono gli italiani moderni è pressoché invariato dall’epoca preromana.

Qui serve un chiarimento riguardo chi pensa che gli schiavi dell’Impero, provenienti da ogni angolo, avrebbero “levantinizzato” l’Italia e l’Europa: sono affermazioni superficiali che lasciano il tempo che trovano. Anzitutto, gli schiavi provenivano appunto da ogni angolo dell’Impero e non solo dal Medio Oriente o dall’Egitto. C’era la Grecia, la Macedonia, l’Illirico, l’Anatolia, l’Iberia, la Gallia, la Britannia. E la popolazione servile, nel massimo periodo di splendore, non costituiva più del 35% della popolazione totale dell’intero Impero.

L’Italia rimase essenzialmente indoeuropea, ma allora come oggi, nel Sud rimase una discreta concentrazione neolitica, frammista ad influenze greche e osche, sia genetiche che culturali, sulle coste, che sarebbero continuate anche dopo la caduta dell’Impero con i domini bizantini(Impero romano d’Oriente). La calata dei Longobardi in Italia nel 568 è l’ultima da 1500 anni a questa parte che abbia un po’ rimescolato il patrimonio genetico degli abitanti della penisola, ma SOLO in zone precise. Sappiamo che al termine delle guerre gotiche del VI secolo la popolazione era ridotta a 4-5 milioni di abitanti, la metà rispetto a quella del Tardo Impero. I Longobardi, (in numero di 150.000-200.000) inizialmente oppressivi dominatori, col tempo si mitigarono e iniziarono a mescolarsi agli autoctoni italici(Romanici) nel Nord Italia, nella Tuscia(Toscana) e nel Sannio Beneventano(oltre al Molise). In queste zone si riscontra un discreto contributo longobardo, a livello linguistico ma in piccole proporzioni anche a livello genetico, mentre nella Riviera adriatica, in Sicilia e nel cosiddetto “corridoio bizantino” si ritrovano influenze greco-bizantine. Ma nonostante tutto questo, ancora oggi il corpus genetico degli italiani moderni, in generale, non è mutato di molto, se si eccettuano alcune aree specifiche. Franchi, Normanni e successive dominazioni, specie al sud, francesi e spagnole, erano costituite da gruppi di potere d’èlite, assolutamente irrilevanti dal punto di vista genetico, tutt’al più linguistiche, visto il discreto numero di termini napoletani in prestito da francese e spagnolo.

Quanto alle influenze germaniche, slave e franco-provenzali nelle vallate alpine, si tratta di minoranze giunte da oltralpe nel Medioevo e che tuttora conservano gelosamente la loro identità linguistica e culturale, ma che a nostro parere non giustificano le istanze secessioniste degli autoctoni.

Spesso, ultimamente, si sente parlare di “Medioevo multietnico”, secondo il quale i fitti scambi commerciali tra Mediterraneo e Nord Europa, tra Occidente e Oriente (tra cui, la via della seta che giungeva fino in Cina), le Crociate in Medio Oriente e la presenza di mercanti e viaggiatori stranieri nelle più importanti città portuali europee, giustificherebbero una “mescolanza” di popoli su larga scala, quasi come se fosse legittimo immaginarsi, in città come Marsiglia, Venezia o Costantinopoli, situazioni multietniche simili a quelle delle nostre metropoli attuali come la “cosmopolita” Londra( e non è un complimento). È un falso storico, forse dettato dall’esigenza di veicolare una visione “politicamente corretta della storia”, ma che di sicuro non corrisponde a verità: dopo le cosiddette “migrazioni di popoli” o “invasioni barbariche” che dir si voglia, che coinvolsero comunque popoli europei, l’Europa non ha più visto, nel corso dei secoli, migrazioni di massa di popoli provenienti dall’esterno, tanto che perfino la Turchia, che prende il nome dalle popolazioni dell’Asia centrale turche e turcofone del ceppo uralo-altaico (Ottomani) che la invasero nel XIV secolo e le più recenti migrazioni dal Medio Oriente, rimane nella sua parte occidentale un paese di retaggio indoeuropeo greco-anatolico.

Le altre nazioni dell’Europa occidentale, analogamente all’Italia, hanno conservato fino a tempi recenti la fisionomia che le caratterizzava fin dai tempi antichi: così come i Franchi non hanno reso la Francia un paese germanico, l’invasione islamica in Spagna non ha distrutto l’eredità celtiberica e latina, l’Inghilterra, nonostante le invasioni franco-normanne, romane e anglosassoni abbiano alterato il quadro linguistico e mitigato quello genetico, non ha subito influssi extraeuropei (se non ai tempi dell’imperialismo britannico, in età moderna), i paesi germanici, pressoché inalterati fin dall’età preromana, hanno subito grandi mutamenti genetici e sociali solo in seguito alle grandi migrazioni extraeuropee dell’ultimo secolo (escludendo ovviamente le minoranze ebraiche, fisicamente indistinguibili dagli europei).

L’est Europa invece andrebbe analizzato in separata sede in quanto ha subìto anche le invasioni di popoli turcofoni quali Avari, Bulgari e Cumani(in turco Kipcak), questi ultimi spesso in guerra poco dopo l’anno 1000 con i Variaghi-Slavi della Rus’ di Kiev. Il ceppo est europeo rimane comunque in maggioranza slavo, come pure la cultura e la lingua sono di natura slava.

Discorso a parte merita la presunta influenza araba in Sicilia o addirittura nel Meridione continentale della penisola. Quante volte sentite parlare di “Sud arabo”? Quante volte vi viene fatto credere che le “caratteristiche espressioni” dei meridionali siano araboidi? Tantissime. In realtà si tratta di percezioni distorte e di luoghi comuni passati nell’immaginario collettivo.

Iniziamo specificando che il Meridione italico MAI è stato sotto dominio arabo, tutt’al più i saraceni(berberi di solito) effettuavano scorrerie contro le coste tirreniche e adriatiche(dove per 40 anni in Puglia vi fu un califfato), ma a parte alcuni deportati dalla Sicilia dopo la calata dei Normanni in Sicilia, il Sud Italia ha sempre dovuto difendersi dai pirati saraceni e MAI è esistita una presunta commistione di arabi ed autoctoni. Solo alcuni sovrani longobardi del ducato di Benevento usarono truppe saracene per i loro fini.

La Sicilia, invece spesso additata come “araba” a prescindere, anche a causa della cattiva influenza di Michele Amari, autore ottocentesco, è forse la regione italiana più particolare di tutte. Di carattere prevalentemente neolitico, greco, italico(i Siculi erano un popolo italico, latino-falisco, proveniente dal Lazio), in età bizantina si arricchì di nuovi elementi greci, la conquista islamica fu sempre avversata dalle popolazioni autoctone che spesso soffrirono eccidi(a Palermo su 70.000 abitanti ne sopravvissero solo 3.000 in seguito alla conquista arabo-berbera), e durò meno di 200 anni, e in alcune zone della Sicilia orientale addirittura 90. I Normanni, corpo d’élite proveniente dal Nord-Europa(ma non Vichinghi puri come si è solito dipingerli) erano francesi di lingua e di cultura latina, misti a popolazioni germaniche. Il loro dominio sul Sud, a partire dalla metà del XI secolo, fu repentino. In Sicilia essi scacciarono rapidamente i berberi e gli arabi, e coloro che sopravvissero o non furono scacciati, nei secoli successivi, divenirono tristemente oggetto di persecuzioni e stermini. I Normanni stessi portarono popolazioni dal Nord Italia per ripopolare l’isola in alcune zone specifiche, le stesse dove oggi si parla il gallo-italico di Sicilia.

Detto ciò, anche nella stessa isola oggigiorno l’elemento genetico “arabo” tanto paventato è così irrisorio da non esser degno di menzione. Essa rimane di cultura greco-latina e geneticamente greco-italica.

Questo è quanto: le migrazioni recenti non possono e non devono essere usate come “modello” per descrivere il nostro passato. Non bisogna credere che gli italiani moderni siano araboidi-africani subsahariani imbastarditi da secoli e secoli di mescolanze. Semmai, quello è il destino che ci vogliono riservare in questi prossimi decenni, viste le invasioni di allogeni scaricati da mafie e barconi e ONG, e contro il quale ogni vero identitario deve sempre combattere.

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STORIA GENETICA DEGLI ITALIANI

Maciamo Hay

Traduzione di: Giovanni Bigazzi

Fonte: Eupedia

Introduzione

L’Italia è un paese interessante sia per la genetica che per la storia. Come ebbe a dire il Metternich nel 1847 “l’Italia è solo un’espressione geografica”. La penisola fu unificata dal Piemonte due decadi dopo, ma la frase di Metternich resta attuale fino ai giorni nostri. Non c’è un popolo italiano, ma una moltitudine di gruppi etnici e culturali, spesso con una propria storia individuale fin dall’antichità.

In ogni caso l’Italia fu abitata fin dal Neolitico: agricoltori del vicino oriente, tribù italiche, Liguri, Etruschi, Fenici, Greci, Celti, Goti, Longobardi, Bizantini, Franchi, Normanni, Svevi, Arabi, Berberi, Albanesi, Austriaci e molti altri ancora. Tutti hanno dato il loro imprinting genetico sulle popolazioni delle regioni nei quali si erano stabiliti. Questa pagina cerca di identificare il loro marker genetico usando gli aplogruppi del cromosoma Y, che sono trasmessi praticamente invariati di padre in figlio.

Storia dei popoli e tribù che hanno fatto l’Italia

Paleolitico e Neolitico

L’Europa è stata abitata dall’uomo moderno da oltre 40.000 anni. La gran parte di questo tempo corrisponde all’Era Glaciale, un periodo nel quale gli uomini vivevano come nomadi cacciatori-raccoglitori in piccole tribù. Durante il culmine dell’Era Glaciale (LGM) che durò approssimativamente dai 26.500 ai 19.000 anni fa, gran parte dell’Europa settentrionale e centrale era coperta dai ghiacci ed era virtualmente inabitabile per gli umani. L’Italia fu uno dei rifugi temperati per gli uomini di Cro-Magnon. Si pensa che i Cro-Magnon appartenessero solo agli aplogruppi Y-DNA F e I.

Ci sono alcuni lignaggi patriarcali superstiti dei Cro-Magnon in Italia. Porzioni dell’ aplogruppo I2* e I2c (L596) sono state osservate in percentuale molto bassa nell’Italia Nord-occidentale, tra le Alpi e la Toscana. Non è certo, comunque, che queste linee genetiche siano rimaste in Italia dall’Era Glaciale. Potrebbero essere venute da altre part dell’Europa, in particolare con i Celti, che portarono anche l’I2a2b (L38). Le tribù germaniche hanno portato I1 e 12a2a (M223). Alcuni di questi lignaggi genetici potrebbero discendere dai Cro-Magnon della penisola italiana che migrarono a Nord quando il clima si fece più temperato circa 10.000 anni fa.

Il più comune aplogruppo I in Italia è l’I2a1a (M26), che si trova principalmente in Sardegna (36% dei linee patriarcali) e in misura minore in iberia e sulle coste del Mediterraneo occidentale. Non è ancora chiaro dove si è sviluppato l’I2a1 (P214). Potrebbe essere in Italia, nei Balcani, o perfino più a Est nei Carpazi e a Nord del Mar Nero. Secondo le stime attuali l’I2a1 è comparso circa 20.000 anni fa vicino alla fine dell’LGM e si è diviso quasi subito nel ramo occidentale (M26) e nel ramo orientale (M423). Con tutta probabilità, i territori delle popolazioni nomadi I2a1 includerebbero il Nord-est italiano e le Alpi dinariche nel rifugium. La tribù crebbe e si divise, una parte raggiunse l’Italia occidentale ed il Mediterraneo occidentale, mentre l’altra andò ad oriente dei Balcani verso la steppa pontica.

Al tempo in cui i primi agricoltori e pastori del Neolitico arrivarono in Italia dal Medio Oriente circa 8.000 anni fa, gran parte della penisola dovrebbe essere stata abitata dai cacciatori-raccoglitori I2a1a. L’agricoltura fece la sua comparsa nel Levante circa 11.500 anni fa. Nei successivi due millenni e mezzo si diffuse lentamente in Anatolia e in Grecia. Ci volle un altro millennio per gli agricoltori del Neolitico per attraversare il mare e arrivare in Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna e da lì spostarsi verso l’interno e colonizzare il resto della penisola per un altro millennio ancora. Circa 7.000 anni fa tutta l’Italia fino agli angoli più remoti delle Alpi adottò l’agricoltura. I nuovi venuti dal Medio Oriente appartenevano essenzialmente all’aplogruppo G2a, e sembra che abbiano portato seppur in quota minore i lignaggi E1b1b, J*, J1, J2 e T. La maggior parte degli attuali italiani E1b1b e J2 arrivò più tardi, con gli Etruschi, i Greci e le svariate popolazioni mediorientali che si stabilirono in Italia durante l’impero romano. In particolar modo Ebrei e Siriani.

Sembra che i cacciatori-raccoglitori abbiano lasciato la penisola dopo l’arrivo degli agricoltori del Neolitico tranne che in Sardegna dove si fusero con loro forse perché ostacolati dal mare o perché non potevano fare altrimenti. Tuttora i Sardi sono la popolazione più simile agli europei del neolitico. Questo era già conosciuto da studi archeologici e antropologici, ma è stato confermato dai test sul genoma di Otzi, un uomo mummificato di 5.300 anni fa ritrovato nel ghiaccio delle Alpi italiane ed il cui DNA è stato scoperto molto simile ai Sardi moderni. L’isolamento geografico della Sardegna ha lasciato i suoi abitanti non affetti da influenze esterne, a parte una minoranza di coloni Fenici, Romani e Vandali. Per esempio il combinato 3% di I1, I2a2a e R1a può essere attribuito ai Vandali, una tribù germanica che governò la Sardegna tra 435 ed il 534. I Romani avevano un 10% di R1b-U152, e probabilmente altri lignaggi E1b1b, G2a e J2.

Dall’età del Bronzo all’età del ferro

Italici e Romani

L’Età del bronzo fu introdotta in Europa dai Proto-Indoeuropei, che migrarono dal Caucaso settentrionale e dalla Steppa pontica ai Balcani (da circa 6.000 anni fa), poi risalirono il Danubio e invasero l’Europa centrale e occidentale (da 4.500 anni fa). Le popolazioni che parlavano l’italico, una lingua di ceppo indoeuropeo, si pensa che abbiano attraversato le Alpi e invaso la penisola italiana circa 3.200 anni fa, fondando la cultura di Villanova e portando con sé i lignaggi R1b-U152 sostituendo e facendo spostare gran parte della popolazione autoctona. Le popolazioni italiane del Neolitico trovarono rifugio negli Appennini e in Sardegna. Oggi la più grande concentrazione di aplogruppi G2a e J1 fuori dal Medio Oriente si trova negli Appennini, Calabria, Sicilia e Sardegna.

Le tribù italiche conquistarono tutta la penisola ma si stanziarono in massa nell’Italia settentrionale e centro-occidentale, specialmente nella Pianura padana ed in Toscana ma anche in Umbria e nel lazio. In questa logica i Romani dagli originali fondatori di Roma ai patrizi della repubblica romana dovrebbero essere R1b-U152. I matrimoni misti con i loro vicini Etruschi e Greci portarono altri lugnaggi nel nucleo originale dei Romani (vedi sotto).

Un’ulteriore prova che gli abitanti della repubblica romana appartenessero ancora all’R1b-U152 viene dall’attuale popolazione delle città che essi fondarono. Da Sottolineare che la maggior parte delle città fondate nella repubblica romana dai coloni romani nell’Italia settentrionale (Alba, Aosta, Asti, Bologna, Brescia, Casale Monferrato, Cremona, Ferrara, Forlì, Ivrea, Lodi; Massa, Milano, Modena, Monza, Parma, Pavia, Piacenza, Pistoia, Pollenzo, Reggio Emilia, Rimini, Sarzana, Torino, Tortona) sono localizzate nelle aree con oggi la più alta incidenza di R1b-U152 (e la più bassa incidenza di E1b1b e J2). Solo poche colonie romane furono fondate nell’Italia del Nord-est (Aquileia, Belluno, Pordenone, Vicenza), quattro nelle Marche (Ancona, Macerata, Pesaro a Senigallia) e neanche una nell’odierna regione Liguria.

Naturalmente l’U152 era già presente nell’Italia settentrionale prima del periodo romano. Ma se i coloni romani non fossero stati in maggioranza U152, la sua frequenza sarebbe stata diluita dai nuovi arrivati. Quello che osserviamo è l’opposto: la frequenza dell’U-152 è amplificata attorno alle colonie romane.

L’R1b-U152 è stato anche trovato in piccole percentuali (tra l’1 ed il 10%) praticamente ovunque entro i confini dell’impero romano, perfino in regioni dove nessun’altra popolazione R1b-U152 si è mai stabilita (per esempio Celti Halstatt/La Tène) come in Sardegna e in Africa settentrionale. D’altra parte non tutto l’U152 in Italia meridionale è di origine italica o romana diretta. Una quota parte può essere attribuita ai Normanni (quelli di origine gallo-romana piuttosto che vichinga) e agli Svevi durante il Medio Evo, specialmente in Sicilia.

Durante la tarda Età del Bronzo e nella prima Età del Ferro altre tribù indoeuropee si stabilirono nel Nord Italia come i Liguri in Liguria, i Leponti ed i Celti Galli in Piemonte ed gli adriatici Veneti in Veneto.

Secondo l’antico mito delle origini di Roma, Romolo e Remo discendevano dal re latino di Alba Longa, egli stesso un discendente del principe troiano Enea che scappò nel Lazio dopo la distruzione di Troia da parte dei Greci. Troia potrebbe essere stata fondata dai più antichi rami M269 e/o L23 dell’R1b, rappresenterebbe la prima espansione dalle steppe pontiche verso i Balcani (vedi la storia dell’R1b). Se c’è verità nel mito (come di solito accade) i Troiani potrebbero aver portato nell’Italia centrale l’M269 o L23 (probabilmente con altri aplogruppi, in particolare il J2) circa nel 1.200 a.C. nello stesso tempo in cui l’U152 invadeva dal Nord. Gli Etruschi che si suppone siano originari dell’Anatolia occidentale non lontano da Troia, potrebbero aver portato l’R1b-L23 in Italia assieme ad altri aplogruppi (guarda sotto) . Oggi l’R1b-L23 è il secondo aplogruppo R1b più diffuso in Italia (vedi mappa) sebbene ben distante dall’R1b-U152. L’L23 ha una distribuzione marcatamente uniforme su tutta la penisola italiana tra il 5 ed il 10% di tutti i lignaggi patriarcali. Si trova in percentuale leggermente maggiore in Campania e Calabria a causa delle colonie greche, e decresce al 5% della popolazione attorno alle Alpi.

Lo studio sull’Y-DNA dei Sardi di Sardinian Y-DNA by Francalacci et al. (2013) ha permesso di gettare uno sguardo alle subcladi dell’R1b sull’isola che non è mai stata colonizzata da Celti o Etruschi e neppure dalle tribù italiche a parte i Romani. Solo i Greci hanno avuto un insediamento ad Olbia che non ha influenzato la genetica dell’isola. In altre parole tutto l’R1b indoeuropeo in sardegna (a parte una piccola percentuale di R1b germanico portato dai Vandali) può essere attribuito ai Romani. I risultati sono inequivocabili, l’R1b-U152 è il 10% di tutti i lignaggi sardi, mentre R1b-M269 e R1b-L23 insieme si attestano all’1,5%. Questo rende ancora più evidente che l’R1b-U152 è il lignaggio predominante tra i Romani. Gli U152 sardi possono essere utilizzati per distinguere le subcaldi romane dell’U152 dalle altre italiche e alpino-celtiche. In Sardegna sono state trovate tutte e quattro le subcladi principali dell’U152 ma in percentuali molto diverse che nel continente, specialmente a Nord delle Alpi dove L2 fa più di due terzi di tutti i lignaggi. Invece in sardegna Z192 è la principale subclade (58,5% di tutto l’U152), seguito da Z56 (10%, metà dei quali sono Z144+), L2 (7,8%, esclusivamente Z49+ e Z2347+) e Z36 (5,5%, di cui metà Z54+)

L’analisi dei lignaggi sardi suggerisce che gli antichi latini/Romani non portavano tanto E1b1b, se non alcuno. Del 9,5% di E1b1b in Sardegna, un 6% appartiene alla subclade nordafricana M81, quasi certamente risalente al tempo nel quale la Sardegna era una colonia fenicia/cartaginese con intensi legami col Nord Africa. Il restante 3,5% dovrebbe essere in gran parte di origine fenicia e neolitica (detagli), ciò significa che i Romani probabilmente non portavano lignaggi E1b1b. La percentuale di aplogruppo J2 in Sardegna che potrebbe essere romana è compresa tra il 2% ed il 6%, quindi meno della metà, e probabilmente ridotta ad un quinto dell’R1b-U152. L’aplogruppo G2a in Sardegna è ampiamente di origine neolitica, sebbene qualche punto percentuale potrebbe essere Fenicio o Romano. La forma romana di G2a è quasi certamente G2a3b1a e alle sue principali subcaldi U1 e L497, la cui distribuzione in Europa rispecchia quella dell’R1b-U152. Queste subcladi quotano una percentuale pari ad 1/7 comparata all’R1b-U152.

Etruschi, Fenici e Greci

Tra il 1200 ed il 539 a.C. i Fenici crearono un vasto impero commerciale dalla loro patria nel Levante lungo il Mediterraneo meridioanale fino in Iberia. In Italia fondarono delle colonie nella Sicilia occidentale e in Sardegna meridionale e occidentale. Basandosi sugli aplogruppi trovati nel Libano e nello loro antiche colonie, i Fenici sembrerebbero aver portato una miscela di aplogruppi J2, J1, E1b1b, G, R1b-M269/L23, T, L, R1b-V88, R2 e Q, praticamente nell’ordine di frequenza. Confrontando il DNA sardo e libanese possiamo stimare che i Sardi hanno ereditato tra il 16% ed il 24% del loro Y-DNA dai Fenici (detagli).

I dati sul DNA autosomale forniti da Haak et al 2015 (cifra i dati estesa) mostrano come i Sardi differiscano dai Baschi dalla presenza di admixture beduine e caucasico-gedrosiane ed un percentuale leggermente maggiore di agricoltore neolitico. Queste tre componenti si ritrovano in percentuali più o meno uguali nei moderni Libanesi, e messe insieme raggiungono dal 10% al 15% del DNA sardo. Questa è la stima più attendibile del contributo genomico Y-DNA dei Fenici alla popolazione sarda moderna. Non è sorprendente che la percentuale presunta di Y-DNA fenicio dovrebbe essere un po’ maggiore, poiché gli uomini tipicamente sono costituiti da una proporzione più grande degli antichi coloni.

Un altro ruolo chiave nella composizione dell’Italia dell’età del Ferro furono gli Etruschi che comparvero circa nel 750 a.C. apparentemente dal nulla. Qualcuno ha postulato che essi venissero dall’Anatolia ma le origini restano incerte fino ai nostri giorni. Sebbene il loro territorio coincida con la diffusione dell’aplogruppo R1b-U152. Gli Etruschi non parlavano una lingua indoeuropea e la loro lingua non era collegata ad alcuna altra lingua antica tranne il retico delle Alpi ed il lemniano del Mare Egeo. E’ possibile che gli Etruschi venissero da qualche parte dal mediterraneo orientale ed imposero la propria lingua sulle tribù italiche della Toscana e successivamente sulla Pianura padana così dividendo le popolazioni di lingua indoeuropea in due. Basandosi sugli aplogruppi non indoeuropei che si trovano oggi in Toscana centrale e meridionale, gli Etruschi originari probabilmente appartenevano ad un insieme di aplogruppi J2, E1b1b, G2a e R1b-M269 (o R1b-L23) in questo ordine di frequenza. Questo sembrerebbe supportare l’origine greca o anatolica occidentale. L’alta percentuale di R1b-U152 in Toscana oggi è dovuta alle tribù italiche assorbite dagli Etruschi e dai Romani che ricolonizzarono parte dell’Etruria.

Furono gli antichi Greci ad avere il maggiore impatto genetico sull’Italia meridionale. Dall’VIII secolo a.C. i Greci costituirono colonie lungo le coste della Campania, Calabria, Basilicata, Puglia meridionale e Sicilia (tranne la punta occidentale) in quella che conosciamo col nome di Magna Grecia. La loro firma genetica è essenzialmente costituita dagli aplogruppi J2 (18-30%) e E1b1b (15-25%), ma gli antichi Greci portavano anche R1b-M269/L23 (5-10%), G2a (3-8%), T (1-6%), I2a1b (1-5%), R1a (1-3%), e J1 (1-2%). E’ molto chiaro nelle mappe degli aplogruppi che le aree nell’Italia centrale e meridionale più lontane dalle coste e dalle antiche colonie greche, come in Abruzzo, Molise e gli Appenini meridionali corrispondono le più alte percentuali degli aplogruppi G2a, J1 e T in Italia, ma anche le più basse frequenze di E1b1b e J2 nell’Italia meridionale. Non c’era modo migliore di contrastare le popolazioni del Neolitico in Italia che con le antiche colonie greche.

I Greci colonizzarono anche la Liguria a la riviera francese, dove fondarono Genova, Nizza (che fu una città italiana fino al 1860) e Marsiglia. I Fenici ed i Cartaginesi ad un certo momento costituirono anche delle basi in Liguria. Gli attuali Liguri hanno la più alta percentuale di E1b1b fuori dal Sud Italia (quasi interamente il greco E-V13), ma anche la più alta percentuale di G2a e J1 fuori dagli Appennini, che probabilmente significa che la regione montagnosa servì come riparo per le popolazioni del Neolitico durante le invasioni degli Italici. L’R1b costituisce circa la metà dei lignaggi liguri, di cui il 22% appartiene alla subclade U152, il 20% alla P312 (il più alto livello in Italia), 6% alla L23, e 2% alla L21. Gli antichi Liguri parlavano una lingua tra il celtico (P312, L21) e l’italico (U152) ed il loro Y-DNA è suddiviso quasi a metà tra l’italico ed il celtico. Il 6% dell’L23 è probabilmente di origine greca. Circa un terzo dei liguri moderni sono di origine greca.

Impero romano e Medio Evo

Nel primo secolo Roma diventò la capitale di un vasto e cosmopolita impero. L’immigrazione a Roma fece crescere la città da una popolazione di circa 400.000 abitanti nel III secolo a.C. , prima che Roma cominciasse ad espandersi oltre la penisola italiana fino ad almeno 1 milione sotto l’imperatore Augusto (27 a.C. – 14 d.C.) poiché questi migranti provenivano da ogni parte dell’impero è molto difficile stimare quale fosse l’impatto per la città di Roma e la penisola italiana, ma fu sicuramente importante nel Lazio.

Goti, Longobardi e Bizantini

Nel IV e nel V secolo il raffreddamento climatico costrinse le popolazioni germaniche e slave a migrare verso sud e occidente e ad invadere l’impero romano in cerca di terre più fertili. I popoli germanici portarono in Italia gli aplogruppi I1, I2a2a (M223, prima conosciuto come I2b1), R1b-U106 e R1a (subcladi L664, Z282 e Z283).

Vandali furono i primi a raggiungere la penisola italiana. Erano emigrati in Iberia, poi passarono in Nord Africa nel 429, dove fondarono un regno che comprendeva anche Sicilia, Sardegna e Corsica. La Sardegna è il miglior posto per cercare tracce del loro DNA perché da una parte è la regione più studiata d’Italia, e dall’altra non ci furono altri popoli germanici che vi si stabilirono (a parte la piccola parentesi del regno dei Goti), ciò significa che la presenza di lignaggi germanici sull’isola è incontestabilmente di origine vandalica. basandosi sull’accurato studio su 1.200 Sardi di Francalanci et al. (2013) sembrerebbe che i Vandali fossero portatori del 35% di R1a, 29% di I2a2a, 24% di R1b, 6% di I2a1b e appena il 6% di I1. Le subcladi identificate sono I1a3a2 (L1237+), I2a2a (L699+ and CTS616+), I2a1b (M423+), R1a-Z282 (incl. some Z280+), R1a-M458 (L1029+), R1b-U106 (Z381+), R1b-L21 (DF13>L513+), R1b-DF27 (Z196>Z209+). La più probabile ragione per l’elevato (proto-) slavico R1a e la presenza dell’europeo orientale I2-M423 è che i Vandali stavano in Polonia prima di emigrare nell’impero romano.. Oltre un terzo dei maschi Vandali sono di origine proto-slavica.

Nel 475 a varie tribù germaniche orientali (Eruli, Rugi e Scirii) fu rifiutato dall’imperatore romano lo status di federati. Sotto la guida di Odoacre, in passato segretario di Attila, deposero l’ultimo imperatore e crearono il primo regno d’Italia (476-493) portando alla fine dell’impero romano d’occidente. Il regno fu conquistato dagli Ostrogoti che governarono tutta l’Italia eccetto la Sardegna fino al 553. La capitale degli ostrogoti fu Ravenna. Essi furono seguiti dai Longobardi (568-774) che si contesero il controllo politico dell’Italia con i Bizantini. Come gli Ostrogoti i Longobardi invasero l’Italia dalla Pannonia e si stabilirono principalmente nel Nord-est ed in Lombardia, che da loro prese il nome. La capitale dei Longobardi fu Pavia in Lombardia. Stabilirono vari ducati in particolare in Friuli (a Cividale), Trento, Toscana (a Lucca), Spoleto, Benevento, come nelle principali città della Lombardia e del Veneto.

I geni dei Goti e dei Longobardi vennero rapidamente diluiti nella popolazione italiana a causa del loro relativamente piccolo numero e della loro dispersione geografica per governare e amministrare il loro regno. Sia i Goti che i Longobardi venivano dalla Svezia meridionale. Tuttavia le loro rotte migratorie differirono alquanto. I Goti scesero dall’attuale Polonia fino al Mar Nero, dove sicuramente si unirono alla popolazione locale, poi si spostarono nei Balcani verso la metà del III sec. dove rimasero fino al V sec. Considerando le alte percentuali di R1a vandalico ritrovato in Sardegna, non sarebbe irragionevole pensare pensare che più della metà dei lignaggi gotici fossero diventati proto-slavici (R1a e I2a1b) quando giunsero nei Balcani. Era pratica comune al tempo delle tribù europee orientali di convergere e mantenere il nome della tribù dominante. Nello stesso periodo anche gli Unni erano un insieme di etnie tenute insieme dalla leadership degli Unni. I Goti si sarebbero in qualche modo fusi con gli abitanti dei Balcani nei due secoli che precedettero la loro invasione dell’Italia, assimilando principalmente lignaggi J2, E1b1b ed ancora I2a1b. Nel V secolo i Goti sarebbero diventati un crogiuolo nel quale il loro Y-DNA germanico originario era rimasto solo in piccola parte. Questo spiegherebbe come mai si trovi così poco Y-DNA germanico nella Francia sud-occidentale e in Spagna (che era l’antico regno visigoto) rispetto alle altre regioni dell’Europa occidentale compresa l’Italia.

Contrariamente ai Goti e ai Vandali, i Longobardi partirono dalla Scandinavia e si mossero a Sud attraverso la Germania, l’Austria e la Slovenia, lasciando i territori germanici solo alcune decadi prima di raggiungere l’Italia. I Longobardi restarono essenzialmente una tribù germanica al tempo in cui invasero l’Italia. I campioni di DNA da Campobasso in Molise e da Benevento in Campania possono dare una buona idea sulle proporzioni di ciascun aplogruppo germanico portato dai Longobardi. Campobasso fu fondata dai Longobardi e perse importanza dopo la fine del dominio longobardo. Benevento era la sede di un potente ducato longobardo. Tra gli aplogruppi germanici identificati a Campobasso da Boattini et al. (2013) c’è il 16% di I1, il 10,5% di R1b-U106 e il 3,5% di I2a2a. Non è stato trovato alcun R1a. Lo stessa ricerca ha rilevato il 5,5% di R1a, il 2,5% di I1 e il 2,5% di R1b-U106 a Benevento. Se facciamo la media, i Longobardi sembra che avessero all’incirca 40% di I1, 30% di R1b, 20% di R1a e 5% di I2a2a, una percentuale paragonabile a quella dell’odierna Svezia.

Alcune regioni non furono mai sotto il controllo dei Longobardi, compresa Sardegna, Sicilia, Calabria, Puglia meridionale, Napoli ed il Lazio. In tutte queste regioni i Bizantini portarono altro lignaggio greco-anatolico (in particolare E1b1b e J2), che erano già gli aplogruppi dominanti dall’epoca della Magna Grecia. I Bizantini dovrebbero aver modificato leggermente l’ammontare degli aplogruppi presenti in Italia meridionale, ma il loro impatto potrebbe essere stato più incisivo in alcune parti del Nord Italia che appartenevano all’Esarcato di Ravenna cioè la Romagna, le Marche, la costa veneta e la Liguria. Sarà una coincidenza, ma tutte queste regioni sono proprio quelle nelle quali gli aplogruppi J2 e E1b1b1 raggiungono frequenze comparabili con quelle della Grecia e dell’Anatolia occidentale. Il J2 non era un aplogruppo diffuso nel Neolitico ed i Greci non colonizzarono il Nord Italia (tranne la Liguria) nei tempi antichi. Gli Etruschi potrebbero aver diffuso E1b1b e J2 in Emilia-Romagna ma non erano presenti nelle altre regioni. Lo stabilirsi di una popolazione bizantina è dopotutto la migliore spiegazione per la diffusione di E1b1b1 e J2 nel Veneto e nelle Marche. La regione di Costantinopoli ha una delle maggiori concentrazioni di J2 del mondo.

Franchi, Arabi e Normanni

Franchi conquistarono il regno longobardo d’Italia nel 774. Contrariamente ad altre tribù germaniche prima di loro, lo scopo dei Franchi non era quello di trovare una nuova patria. Quindi non migrarono in massa in Italia. Portarono solo soldati e amministratori (non necessariamente di discendenza franca, ma anche gallo-romani), come fecero i Romani quando estesero il loro impero. La loro firma genetica è allora più sfuggente, sebbene abbiano sicuramente aumentato la proporzione di I1 e R1b-U106.

Subito dopo l’arrivo dei Franchi, i Saraceni invasero la Sicilia, dove costituirono un emirato (831-1072). Molti musulmani se ne andarono dopo la riconquista normanna nell’XI secolo. Ciò nonostante la Sicilia ha una percentuale leggermente maggiore dell’aplogruppo asiatico sud-occidentale J1 e del nordafricano E-M81 del resto dell’Italia meridionale. Si sa che gli Arabi hanno diffuso l’aplogruppo J1 durante l’espansione dell’Islam. Comunque le colonie fenicie della Sicilia potrebbero essere state la causa di una quota maggiore di J1 in Sicilia. Allo stesso modo l’E-M81 è un aplogruppo berbero, ma la sua presenza in Sicilia potrebbe risalire al tempo dei Fenici, dei Romani o dei Vandali in quanto gli scambi commerciali erano frequenti tra la Sicilia e la Tunisia

Normanni lasciarono un’impronta molto più chiara in Sicilia e nell’Italia meridionale. In origine Vichinghi danesi, ai Normanni fu concesso un ducato dal re di Francia nel 911. Dal 999, chiamati dal principe di Salerno, cavalieri normanni cominciarono a servire i Longobardi in qualità di mercenari contro i Bizantini. Rapidamente acquisirono proprie contee e ducati e riunificarono tutta l’Italia meridionale sotto il loro dominio. Nel 1061 invasero al Sicilia, che fu completamente conquistata nel 1091. Il regno normanno di Sicilia fu costituito nel 1130, con Palermo come capitale e durò fino a XIX sec. Oggi è nella Sicilia nord-occidentale, attorno a Palermo e Trapani, che l’Y-DNA normanno è più comune con l’aplogruppo I1 compreso tra l’8% ed il 15%.

Mappe di distribuzione di aplogruppi Y-DNA in Italia

Y-DNA frequenze per regione

Campioni totali per l’Italia = 6145.
Per le regioni, la prima riga mostra il numero di campioni, mentre la seconda fila è la percentuale per ogni aplogruppo.

MtDNA frequenze per regione

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IDEE PER UN VOLK MERITOCRATICO

Edoardo Gagliardi

Oggi non c’è governo al mondo che non si professi a favore della meritocrazia; non c’è partito o movimento politico che nella sua campagna elettorale non parli di meritocrazia. Eppure la meritocrazia è la forma di vita comunitaria meno applicata sulla faccia della terra.

La meritocrazia, per essere filologicamente corretti, è quella forma di società governata dal merito, detto altrimenti nella società meritocratica il potere dovrebbe essere detenuto da coloro che hanno le capacità e il merito per detenerlo. Diciamo dovrebbe perché in realtà non è propriamente così.

La cosa interessante è che la meritocrazia viene creduta essere un risultato della società liberale, in quanto in quelle illiberali la meritocrazia sarebbe impedita dal comportamento dittatoriale del potere. Questa credenza è assolutamente falsa. Si prenda come esempio il nostro paese, l’Italia. Oggi nessuno metterebbe in dubbio il fatto che l’Italia è, pur con le sue imperfezioni, una democrazia liberale, così come lo sono gli altri paesi europei.

Questo significa che l’Italia in quanto democrazia liberale è un paese meritocratico? Niente affatto. L’indice della corruzione percepita calcolato da Transparency International, colloca l’Italia al 53° posto su 1831; un risultato magro per un paese liberale ed europeo.

La corruzione non è semplicemente, ad esempio, l’atto di corrompere un pubblico ufficiale, essa ha anche un risvolto morale che va ad intaccare profondamente la meritocrazia.

Come si diceva prima nel regime meritocratico i migliori sono coloro che per meriti, acquisiti sul campo, verificabili, e per particolari abilità, hanno diritto ad occupare posti chiave nel governo della comunità. La meritocrazia in questo senso sarebbe quindi anche un’aristocrazia degli abili, di quelli capaci.

La realtà però è ben diversa, per capirlo diamo uno sguardo a come si svolgono le elezioni. La scelta dei candidati con cui comporre le liste elettorali dovrebbe essere uno dei primi passi per costruire un governo meritocratico; invece si tratta dell’esatto opposto: le liste elettorali, in modo particolare quelle “bloccate”, sono spesso un covo di cooptati dal vertice del partito tramite un sistema perverso di clientelismi e raccomandazioni. Avviene così che già dal momento in cui gli elettori sono chiamati a scegliere non vi è possibilità di mandare in parlamento o al governo i meritevoli, ma al contrario l’accesso ai luoghi del potere è riservato a dei furfanti.

Ora, come ci si può aspettare che un governo basi la sua ragion d’essere sulla meritocrazia, che faccia scelte meritocratiche, quando chi lo compone non è lì per meriti ma per grazie e favori ricevuti? Si tratta di una speranza vana.

Il problema non acquisterebbe particolare gravità se non fosse che siamo noi tutti a dover mantenere, pagati profumatamente, tutti questi parassiti del sistema democratico-parlamentare. L’elezione in parlamento oggi è la degna ricompensa per carrieristi e nullafacenti di ogni risma che, a dispetto delle gravi crisi economiche che colpiscono i popoli, non rinunciano a un centesimo del loro lauto stipendio.

È chiaro ed evidente che un sistema del genere non può che mandare i rovina l’intera comunità e prima i popoli prendono coscienza di questo e meglio sarà per tutti.

La comunità, che in tedesco è chiamata volk (o folk nell’accezione italiana), deve dotarsi di un sistema che sappia fare delle meritocrazia la fonte della propria prosperità. Alla meritocrazia il volk deve la capacità di garantire a tutte le persone una vita dignitosa.

Per fare ciò la prima cosa da comprendere è che chi ha accesso al potere per meriti non potrà utilizzare quel potere per ambizioni personali, come oggi è la normalità; al contrario il merito sarà calcolato in base a ciò che un individuo sa fare e può dare alla comunità.

Tanto più la comunità può trarre beneficio dall’agire dell’individuo, tanto più egli sarà ricompensato per l’opera che presta.

La meritocrazia sarà completamente basata sul volk, sulla comunità e per la comunità, senza distinzioni di classe: le posizioni di comando e di responsabilità non devono essere appannaggio di coloro che hanno i mezzi economici o una certa discendenza sociale; al contrario il merito e la capacità dimostrata dovranno guidare nella scelta dei migliori.

Vogliamo dire basta al familismo, alle decisioni basate sul clan, un modo di fare assolutamente paramafioso che ha contribuito a distruggere il nostro paese.

Vi è inoltre la necessità di ridare onore e gloria a tutti quei mestieri e a quelle professioni di cui la comunità ha bisogno: per noi vale molto di più un abile agricoltore che lavora la terra con passione che un politicante raccomandato senza arte né parte.

Nella comunità, nel volk, quello che conta è l’appartenenza di sangue, di suolo e di tradizione. Questo è quello che fa appartenere un individuo alla comunità, non l’essere figlio di, parente di, amante di. Per troppo tempo siamo stati abituati a vedere comportamenti degenerati e moralmente riprovevoli: quante volte una persona di valore è stata scartata a favore di un raccomandato? Troppe volte e lo ribadiamo: la forza di un paese si vede anche da come sceglie le persone da collocare nei posti di responsabilità e comando. Quando si vuole capire perché un paese versa in determinate condizioni, basta dare uno sguardo al grado di meritocrazia che vige al suo interno. Si fanno delle scoperte molto interessanti.

Qualcuno potrebbe dire che questi sono discorsi intrisi di idealismo, oppure che è un’utopia immaginare uno società completamente meritocratica. Noi rispondiamo: la casa si costruisce dalle fondamenta; cominciamo a lavorare per costruire un edificio solido. Magari qualche mattone verrà collocato in maniera errata, ma non pregiudicherà la stabilità della costruzione. Oggi invece tutto l’edificio è costruito su fondamenta d’argilla e quando anche si trova una parte di esso funzionante, perde di valore perché inserito in una costruzione sempre in procinto di crollare e dominata dall’instabilità.

Il merito non è teoria, ma pratica, applicazione quotidiana delle proprie capacità.

La democrazia parlamentare non ha fatto che gonfiare a dismisura un atteggiamento che pure esisteva nelle società monarchico-aristocratiche. Tuttavia con delle differenze sostanziali. Mentre la monarchia era un sistema relativamente chiuso e ristretto – gli aristocratici erano una piccolissima porzione della società – la democrazia parlamentale è un colosso tentacolare in cui a più livelli si creano sacche di potere in cui si infiltrano i parassiti del clientelismo più perverso.

Mentre la monarchia era ancora basata su legami di sangue, quindi che non aveva un legame di sangue non poteva accedere a determinate posizioni di potere, con la democrazia parlamentare (o se si vuole lo Stato borghese) il legame di sangue reale cade e si instaura il legame familistico e di clan, che può avere una natura mafioso-criminale oppure politico-economica.

Nello Stato borghese l’accesso al potere viene garantito attraverso una serie di comportamenti che possono prevedere lo scambio in denaro, in favori politici, sessuali ed altri. In questo modo lo Stato liberale, nella sua forma democratico-parlamentare, subisce una decadenza evidente. Da un lato permette l’ascesa di una specifica classe parassitaria (persone che vivono esclusivamente di rendite politiche e affini), dall’altro rende i cittadini della comunità sempre più distanti dal governo e, soprattutto, sempre più poveri.

Purtroppo a questa degenerazione sembra non esserci antidoto: neanche il cristianesimo è riuscito ad impedire che il parassitismo politico potesse diventare la normalità. In molti casi la Chiesa stessa è diventata parte integrante della decadenza antimeritocratica del sistema in quanto funziona allo stesso modo, con gli stessi meccanismi e le stesse logiche.

Ma allora come si può porre fine a tutto questo?

L’unica via sarebbe quella di riflettere sui seguenti punti:

  1. Comprendere che la democrazia parlamentare e lo Stato borghese sono il veicolo principale per la riproduzione di una società assolutamente antimeritocratica. In queste forme di controllo della società gli individui sono dominati da una classe pseudopolitica che perpetua il proprio potere attraverso la costruzione di un sistema ramificato e tentacolare in cui un numero sostanzioso di persone vive e vegeta come un parassita attaccato ad un corpo sofferente.
  2. Comprendere che le posizioni di potere e responsabilità devono essere assegnate per contribuire al benessere della comunità e, se quel benessere non viene raggiunto, si deve procedere alla sostituzione immediata di chi occupa la posizione di potere e responsabilità, a qualunque livello. In altre parole, si fa politica per la comunità e non per sé stessi.
  3. Il merito consiste nella capacità di dare un contributo alla comunità, di essere indispensabili nel proprio campo del sapere. La scelta dei meritevoli sarà quindi basata solo sulla capacità e le abilità degli individui, implementando severe punizioni per chi utilizza il proprio o altrui potere per alimentare il parassitismo ad ogni livello.
  4. L’educazione ha un ruolo fondamentale nella costruzione della società meritocratica, per questo motivo andrebbe rivisto non soltanto il sistema educativo in senso stretto (scuola e università), ma anche i mezzi di comunicazione che, a tutti i livelli, oggi educano le nuove generazioni (e instupidiscono le vecchie) alle furberie e al malaffare, costruendo una figura di essere umano che può trovare fortuna solo in un sistema parassitico come quello spiegato sopra.
  5. Non vi può essere società e comunità nuova se non si gettano le basi per la costruzione di uomini e donne nuove; educare l’individuo ad una moralità del volk (della comunità) è uno degli obiettivi principali dell’azione politica di una forza che vuole cambiare davvero il mondo.

In questo articolo abbiamo analizzato uno dei problemi fondamentali di tutte le società umane, la mancanza di meritocrazia che provoca come conseguenza il proliferare del parassitismo politico. Ovviamente questa degenerazione parte dalla politica ma contraddistingue tanti ambienti della società: il mondo dell’educazione, dei mass media, dell’economia. Non tutti i paesi sono colpiti allo stesso modo dal parassitismo degenere, ciò dipende anche dalla specifica storia e costruzione bio-antropologica di un popolo. Il nostro paese non ha di che gioire, visto che è uno dei peggiori e dei più degenerati.

La speranza tuttavia è l’ultima a morire e per questo bisogna credere che anche nella peggiore delle condizioni ci può essere un seme per rilanciare un nuovo progetto di società.

1 https://www.transparency.org/en/cpi/2019/results/ita (consultato il 27/05/2020).

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